Pepe Escobar – Il nuovo Manifesto Comunista di Xi

un interessante contributo di pepe Escobar

di Pepe Escobar

Traduzione de l’AntiDiplomatico

da https://www.lantidiplomatico.it

Marx. Lenin. Mao. Deng. Xi.

Alla fine della scorsa settimana a Pechino, il sesto plenum del Partito comunista cinese ha adottato una risoluzione storica – solo la terza nei suoi 100 anni di storia – che dettaglia i principali risultati e delinea una visione per il futuro.

In sostanza, la risoluzione pone tre questioni. Come siamo arrivati qui? Come mai abbiamo avuto tanto successo? E cosa abbiamo imparato per rendere duraturi questi successi?

L’importanza di questa risoluzione non deve essere sottovalutata. Imprime un fatto geopolitico importante: la Cina è tornata. Ai massimi livelli. E seguendo la sua strada. Nessun tipo di paura e odio diffuso dall’egemone in declino muterà questo percorso.

La risoluzione solleverà inevitabilmente non pochi malintesi. Quindi permettetemi una piccola decostruzione, dal punto di vista di un ‘gwailo’ che ha vissuto tra Oriente e Occidente negli ultimi 27 anni.

Se confrontiamo le 31 province cinesi con i 214 stati sovrani che compongono la “comunità internazionale”, ogni regione cinese ha registrato i tassi di crescita economica più rapidi del mondo.

In tutto l’Occidente, i lineamenti della famigerata equazione di crescita della Cina – senza alcun parallelo storico – hanno solitamente assunto il manto di un mistero irrisolvibile.

Il famoso “attraversare il fiume sentendo le pietre” del piccolo timoniere Deng Xiaoping, descritto come il percorso per costruire “il socialismo con caratteristiche cinesi” potrebbe essere la visione generale. Ma il diavolo è sempre stato nei dettagli: come i cinesi hanno applicato – con un misto di prudenza e audacia – ogni possibile espediente per facilitare la transizione verso un’economia moderna.

Il risultato – ibrido – è stato definito da un delizioso ossimoro: “economia di mercato comunista”. In realtà, questa è la traduzione pratica perfetta del leggendario motto di Deng “non importa il colore del gatto, purché catturi i topi”. Ed è proprio questo ossimoro, infatti, che la nuova risoluzione approvata a Pechino ha celebrato la scorsa settimana.

Made in China 2025

Mao e Deng sono stati analizzati in modo esauriente nel corso degli anni. Concentriamoci qui sul brand nuovo di zecca di Papa Xi. 

Subito dopo essere stato elevato all’apice del partito, Xi ha definito il suo inequivocabile piano generale: realizzare il “sogno cinese” o il “rinascimento” della Cina. In questo caso, in termini di economia politica, “rinascimento” significava riallineare la Cina al posto che le spetta in una storia lunga almeno tre millenni: proprio al centro. Regno di Mezzo, appunto.

Già durante il suo primo mandato Xi è riuscito a imprimere un nuovo quadro ideologico. Il Partito, come il potere centralizzato, dovrebbe guidare l’economia verso quella che è stata ribattezzata “la nuova era”. Una formulazione riduzionista sarebbe Lo Stato Colpisce Ancora. In effetti, la strada è molto più complessa.

Questo non è semplicemente un rimaneggiamento degli standard dell’economia statale. Niente a che vedere con una struttura maoista che cattura ampi settori dell’economia. Xi si è imbarcato in quella che potremmo riassumere come una forma abbastanza originale di capitalismo di Stato autoritario, in cui lo Stato è contemporaneamente attore e arbitro della vita economica.

Il Team di Xi ha imparato molte lezioni dall’Occidente, utilizzando meccanismi di regolamentazione e supervisione per controllare, ad esempio, la sfera del sistema bancario ombra. Macroeconomicamente, l’espansione del debito pubblico in Cina è stata contenuta e l’estensione del credito è stata meglio controllata. Ci sono voluti solo pochi anni perché Pechino si convincesse che i maggiori rischi della sfera finanziaria erano sotto controllo.

Il nuovo solco economico della Cina è stato di fatto annunciato nel 2015 tramite “Made in China 2025”, che riflette l’ambizione centralizzata di rafforzare l’indipendenza economica e tecnologica dello Stato. Ciò avrebbe implicato una seria riforma delle aziende pubbliche alquanto inefficienti, poiché alcune erano diventate Stati all’interno dello Stato.

In tandem, c’è stata una riprogettazione del “ruolo decisivo del mercato” – con l’enfasi che nuove ricchezze avrebbero dovuto essere a disposizione del rinascimento cinese per i suoi interessi strategici – definiti, ovviamente, dal partito.

Quindi il nuovo assetto equivaleva a imprimere una “cultura dei risultati” nel settore pubblico mentre associava il settore privato al perseguimento di un’ambizione nazionale generale. Come arrivare a questo? Facilitando il ruolo del partito come direttore generale e incoraggiando i partenariati pubblico-privato.

Lo Stato cinese dispone di immensi mezzi e risorse che si adattano alle sue ambizioni. Pechino ha fatto in modo che queste risorse fossero disponibili per quelle aziende che hanno capito perfettamente di avere una missione: contribuire all’avvento di una “nuova era”.

Manuale per la proiezione di potenza

Non c’è dubbio che la Cina sotto Xi, in otto brevi anni, sia stata profondamente trasformata. Qualunque cosa faccia l’Occidente liberale – isteria sul neo-maoismo inclusa – da un punto di vista cinese è assolutamente irrilevante e non farà deragliare il processo.

Ciò che deve essere compreso, sia dal Nord che dal Sud del mondo, è il quadro concettuale del “sogno cinese”: l’ambizione incrollabile di Xi è che la rinascita della Cina possa finalmente distruggere i ricordi del “secolo di umiliazione” per sempre.

La disciplina di partito – alla maniera cinese – è davvero qualcosa da vedere. Il PCC è l’unico partito comunista del pianeta che grazie a Deng ha scoperto il segreto per accumulare ricchezza.

E questo ci porta al ruolo di Xi sancito come un grande trasformatore, allo stesso livello concettuale di Mao e Deng. Ha compreso appieno come lo Stato e il partito creassero ricchezza: il passo successivo è usare il partito e la ricchezza come strumenti da mettere al servizio del rinascimento cinese.

Niente, nemmeno una guerra nucleare, farà deviare Xi e la leadership di Pechino da questo percorso. Hanno anche ideato un meccanismo – e uno slogan – per la nuova proiezione del potere: la Belt and Road Initiative (BRI), originariamente One Belt, One Road (OBOR).

Nel 2017, la BRI è stata incorporata negli statuti del partito. Anche considerando l’angolo “lost in translation“, non esiste una definizione lineare e occidentalizzata per BRI.

La BRI è distribuita su molti livelli sovrapposti. È iniziata con una serie di investimenti che hanno facilitato la fornitura di materie prime alla Cina.

Poi sono arrivati gli investimenti nelle infrastrutture di trasporto e connettività, con tutti i loro nodi e hub come Khorgos, al confine cinese-kazako. Il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), annunciato nel 2013, simboleggiava la simbiosi di questi due percorsi di investimento.

Il passo successivo è stato trasformare gli hub logistici in zone economiche integrate, ad esempio HP con sede a Chongjing che esporta i propri prodotti nei Paesi Bassi tramite una rete ferroviaria BRI. Poi sono arrivate le Digital Silk Roads – dal 5G all’AI – e le Health Silk Roads legate al Covid.

Quel che è certo è che tutte queste strade portano a Pechino. Funzionano tanto come corridoi economici quanto vie di soft power, “vendendo” alla maniera cinese soprattutto nel Sud del mondo.

Fare commercio, non guerra

Fare commercio, non guerra: questo sarebbe il motto di una Pax Sinica sotto Xi. L’aspetto cruciale è che Pechino non punta a sostituire la Pax Americana, che si è sempre basata sulla variante della diplomazia delle cannoniere del Pentagono.

La dichiarazione ha velatamente rafforzato l’idea che Pechino non è interessata a diventare una nuova potenza egemone. Ciò che conta soprattutto è rimuovere ogni possibile vincolo che il mondo esterno può imporre alle proprie decisioni interne, e soprattutto al proprio assetto politico unico.

L’Occidente può imbarcarsi in un’isteria adatta a qualsiasi cosa, dal Tibet e Hong Kong allo Xinjiang e Taiwan. Non cambierà nulla.

In sintesi, è così che il “socialismo con caratteristiche cinesi” – un sistema economico unico e sempre mutante – è arrivato all’era tecno-feudalista legata al Covid. Ma nessuno sa quanto durerà il sistema e in quale forma mutante.

Corruzione, debito – triplicato in dieci anni – lotte politiche interne – niente di tutto questo è scomparso in Cina. Per raggiungere il 5% di crescita annua, la Cina dovrebbe recuperare la crescita della produttività paragonabile a quei tempi vertiginosi degli anni ’80 e ’90, ma ciò non accadrà perché una diminuzione della crescita è accompagnata da una parallela diminuzione della produttività.

Una nota finale sulla terminologia. Il PCC è sempre estremamente preciso. I due predecessori di Xi hanno sposato “prospettive” o “visioni”. Deng ha scritto “teoria”. Ma solo Mao era accreditato di “pensiero”. La “nuova era” ha ora visto Xi, a tutti gli effetti pratici, elevato allo status di “pensiero” – e parte della costituzione dello stato di civiltà.

Ecco perché la risoluzione del partito della scorsa settimana a Pechino potrebbe essere interpretata come il Nuovo Manifesto comunista. E il suo principale autore è, senza ombra di dubbio, Xi Jinping. Se il manifesto sarà la road map ideale per una società più ricca, più istruita e infinitamente più complessa rispetto ai tempi di Deng, tutte le scommesse sono saltate.