Sulla Siria incombe la minaccia dell’aggressione imperialista

siria soldati

da “Avante!”, settimanale del Partito Comunista Portoghese

Traduzione a cura di Marx21.it

Il governo siriano è tornato a smentire il coinvolgimento delle sue forze armate nel massacro di Houla e ha ribadito le sue accuse ai terroristi che operano sul territorio. Mentre prosegue l’inchiesta su quanto è successo, si approfondisce la campagna a favore di un’aggressione imperialista alla Siria, ed emergono informazioni che confermano le manovre preparatorie di una guerra umanitaria sullo stile di quelle scatenate contro la Libia e l’ex Jugoslavia.

In una conferenza stampa svoltasi la settimana scorsa a Damasco, il responsabile della commissione di inchiesta sul massacro, generale Jamal Suleiman, ha sottolineato che le conclusioni preliminari confermano che i gruppi armati sono responsabili dell’attacco che ha ucciso 108 persone a Houla.

Suleiman ha chiarito che “le forze si sicurezza si trovavano lontane dal luogo del massacro” che ha colpito, in maggioranza, “famiglie che rifiutavano di unirsi o appoggiare i ribelli” (EFE, 31.05). Quella zona, ha testimoniato gente del posto ascoltata dalla commissione, si trovava sotto il controllo delle milizie (Prensa Latina, 31.05).

Il responsabile ha precisato che la maggior parte delle vittime è stata massacrata a Taldo, località dove “le truppe del governo non sono entrate né prima né dopo [il massacro]” e che “un grande numero di cadaveri appartiene a terroristi caduti nei combattimenti con le forze dell’ordine scatenati, in seguito, quando dai 600 agli 800 uomini riuniti nelle prossimità di Houla hanno attaccato le truppe governative” (AFP, 31.05). 26 militari siriani sono morti in questi attacchi (Prensa Latina, 31.05), realizzati con mortai, armi anticarro e altro armamento pesante.

Nello stesso tempo, una parte del contingente terrorista abbatteva i civili, usando in particolare armi bianche, ha sostenuto Suleiman (Prensa Latina, 31.05). Gli indizi raccolti fino ad ora rivelano che i cadaveri non presentano segni di qualsiasi bombardamento – fatto del resto constatato anche sul terreno dalla segreteria stampa dell’Alto Rappresentante del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU (Voce della Russia, 29.05).

Un discorso orientato

Nello stesso incontro con la comunicazione sociale, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Siria, Jihad Maqdisi, ha criticato duramente il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, affermando che egli “ha abbandonato la sua missione di mantenere la pace e la sicurezza nel mondo per rappresentare un messaggero di guerre civili” (EFE, 01.06). Ki-moon ha ritenuto che la Siria possa entrare in una spirale di guerra civile, da cui non potrebbe riprendersi (AFP, 31.05).

Le dichiarazioni del massimo responsabile delle Nazioni Unite vanno ad integrare la campagna di intossicazione dell’opinione pubblica, il cui obiettivo è creare le condizioni per un’aggressione imperialista alla Siria.

Poiché è sempre più evidente che la mattanza di Houla non è derivata da alcun bombardamento dell’esercito siriano, il discorso prevalente attribuisce ora la responsabilità a una presunta milizia filo-governativa.

A questo proposito, è tornata a far sentire la sua voce l’Alto Commissario dei Diritti Umani dell’ONU, Navy Pillay, che pur non essendo presente alla sessione speciale del Consiglio, riunito il 1 giugno, su richiesta di Qatar, Turchia, USA, Arabia Saudita, Danimarca e UE, ha inviato una lettera in cui si fa riferimento ai “crimini commessi contro l’umanità” (Reuters, 01.06).

Hillary Clinton, da parte sua, è tornata a parlare di una transizione urgente del potere, ripetendo, inoltre, il discorso relativo alla Libia e a Muammar Gheddafi, che ha avuto le note conseguenze.

La ricetta usata per promuovere le cosiddette guerre umanitarie contro l’ex Jugoslavia, l’Iraq e la Libia è riscontrabile anche nell’intervista di un presunto leader dell’opposizione siriana al giornale israeliano Haaretz.

L’intervistato, che ha parlato mantenendo l’anonimato, ha assicurato che dopo la caduta di Bashar Al-Assad l’opposizione cercherà di garantirsi il controllo delle armi chimiche. Ma più che di una garanzia, riecheggia il motivo delle presunte armi chimiche detenute dal regime che ricorda le armi di distruzione di massa che gli USA affermavano esistere in Iraq.

Per questo, la fonte del giornale israeliano ha alluso anche a un coinvolgimento dell’Iran, affermando che la nazione persiana “ha inviato in Siria aerei senza pilota per collaborare nell’azione di vigilanza” e “ha aperto un fondo di milioni di dollari per aiutare Al Assad a comperare armi dalla Russia”(EuropaPress, 29.05).

Destabilizzazione di tutta la regione

Dopo l’intervista, il governo di Israele ha accusato apertamente l’Iran di coinvolgimento nel massacro di civili a Houla e di comportamento pericoloso nella regione (EuropaPress, 01.06). Nello stesso senso, un gruppo di “oppositori” chiamato Consiglio Rivoluzionario di Aleppo ha rivendicato il sequestro di 11 pellegrini libanesi. Catturati il 22 maggio nel Nord della Siria, molti di loro avrebbero partecipato alla repressione delle proteste in Siria, dice l’autoproclamato gruppo anti-Assad. Per questa ragione, saranno liberati solo quando il religioso sciita e leader di Hezbollah, Hassan Nashrallah (uomo legato a Teheran), si scuserà pubblicamente (EuropaPress, 01.06).

La Turchia e il Libano sono nodali nella scacchiera dell’aggressione. AFP riferiva alcuni giorni fa che il ministro degli Affari esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha ricevuto il capo del Consiglio Nazionale Siriano, Burhan Ghalioun, con l’obiettivo di rafforzare i legami con gli insorti.

I legami erano già stretti. In Turchia il CNS e l’Esercito Siriano Libero si muovono con disinvoltura e con l’appoggio delle autorità, compresi i militari. Alla frontiera con la Siria, le incursioni sono ricorrenti – almeno 20 soldati governativi, sei civili e sei ribelli sono morti il 28 e 29 maggio a Atareb, località della provincia di Aleppo a pochi chilometri dalla frontiera turca, hanno informato fonti della stessa “opposizione” (Reuters, 29.05).

In Libano, gli USA e l’Arabia Saudita scommettono sulla propagazione del conflitto. Ancora il 31 maggio, l’esercito siriano ha sventato un tentativo di incursione da parte di una banda terrorista nelle vicinanze di Ybak, ha riferito l’agenzia Sana.

Recentemente, l’istituto nordamericano Stratfor notava che, oltre alle incursioni a partire dal Libano, l’obiettivo è incrementare il transito delle armi verso la Siria (Prensa Latina, 29.05), il che già oggi è una realtà, secondo quanto ha appurato in interviste a trafficanti la giornalista di Russia Today Maria Finoshina.

Il coinvolgimento del Libano nel conflitto è un dato di fatto, si sottolinea. Vanno ricordati gli scontri di cui hanno riferito agenzie internazionali tra coloro che vengono denominati filo e anti-Assad.

L’esercito libanese ha sequestrato vari carichi di armamento destinato ai mercenari in azione in Siria. In maggio e aprile, una nave battente bandiera italiana e un’altra bandiera della Sierra Leone (proveniente dal porto egiziano di Alessandria) sono state sottoposte a ispezioni a Tripoli, e si è scoperto che contenevano armamento destinato agli insorti siriani. Alcune casse della prima nave portavano il sigillo del Qatari Army, secondo Press TV.

E’ in allestimento una macchina mortale

Un’operazione militare condotta da una coalizione internazionale, sotto comando della NATO, come in Libia, è un’ipotesi molto accreditata. La perdita dell’emirato islamico di Baba Amr, a Homs, da parte dei gruppi siriani armati è stata un contrattempo.

Homs non era la Bengasi siriana. Il tiro dei cecchini contro le manifestazioni non ha raggiunto il suo obiettivo incendiario. Anche gli attentati con le bombe contro siti civili, istituzioni dello Stato, vie di comunicazione e infrastrutture non hanno scatenato la reazione indiscriminata delle autorità di Damasco. Sarà che Houla è il bagno di sangue di cui l’imperialismo ha bisogno per aggredire il paese con il pretesto della protezione dei civili? La verità è che le ultime informazioni segnalano manovre che vanno in questa direzione.

Il 30 maggio, l’ambasciatrice nordamericana all’ONU, Susan Rice, ha fatto intendere che un intervento militare della “comunità internazionale” contro “il regime di Bashar Al-Assad” potrebbe avvenire anche senza l’appoggio del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A tale scopo, si dovrebbe far fallire il piano di pace dell’inviato dell’ONU Kofi Annan e il conflitto dovrebbe andare oltre le frontiere siriane.

Subito dopo, l’Esercito Libero Siriano ha aggiunto che “non si vede obbligato ad alcun impegno del Piano Annan” e che il suo dovere è “difendere i civili”.

Le esplosive dichiarazioni della Rice sono state, nel frattempo, smentite dal segretario della Difesa nordamericano. Leon Panetta ha garantito che qualsiasi azione militare contro la Siria presuppone l’appoggio delle Nazioni Unite, dal momento che, ha dichiarato, “gli USA non prevedono di realizzare un’azione militare senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU” (Lusa, 01.06).

Contorsionismi diplomatici a parte, già il 23 maggio l’agenzia di notizie israeliana Debka rendeva noto che gli oppositori siriani avevano cominciato a ricevere armi dagli USA. L’invio era stato approvato segretamente dopo che la Casa Bianca aveva concluso che, che dopo 14 mesi di tira e molla, era necessario fare dei passi avanti. E li ha fatti, inviando armi anticarro di ultima generazione e altro materiale di qualità e in quantità, assicura ancora questa fonte.

Queste informazioni acquistano maggiore consistenza con la denuncia fatta dal Washington Post la terza settimana di maggio, Secondo il quotidiano, che garantisce di avere verificato le informazioni pubblicate insieme ad alti responsabili del governo nordamericano e a diplomatici di altre potenze imperialiste, l’amministrazione Obama ha deciso di cambiare il suo livello di coinvolgimento nel conflitto, in particolare in relazione alla carattere sofisticato dell’armamento concesso all’ “opposizione”. Mantiene, nel frattempo, il contatto e la logistica attraverso i “paesi del Golfo”. Il materiale sarà inoltrato a Damasco, Idleb, vicino alla frontiera turca e Zabadani, vicino alla frontiera libanese, sottolinea il Washington Post.

Nei primi giorni di maggio, Daniel Glaser, membro dell’amministrazione Obama con il suggestivo nome di Segretario del Tesoro per il Finanziamento del Terrorismo (Secretary for Terrorist Financing and Financial Crimes, NdT), ha trascorso 12 giorni visitando Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Israele e Emirati Arabi Uniti, incontrandosi con responsabili governativi e imprenditori (Prensa Latina, 03.05).

I preparativi per l’attacco non si fermano qui. Recentemente, attivisti siriani sono stati nel Kosovo per cercare di installarvi campi di addestramento, il che ha motivato la reazione dell’esecutivo di Mosca (Russia Today, 15.05).

L’agenzia israeliana Debka assicura anche che 12.000 militari di 19 nazioni, tra le quali gli USA, l’Arabia Saudita e la Giordania, ma pure “alleati europei” (l’Italia, NdT) hanno partecipato a esercitazioni militari nella regione. Un responsabile giordano ha chiarito che i giochi di guerra non hanno nulla a che vedere con la Siria e che la sovranità del paese viene rispettata, ma la verità è che il generale James Mattis ha chiesto a Barack Obama l’invio di un’altra portaerei nel Medio Oriente. La richiesta è stata soddisfatta (Russia Today, 29.05).

Ad avvalorare le preoccupazioni di un’azione militare imperialista su larga scala, il 31 maggio Reuters informava che le riserve di petrolio degli USA sono aumentate per la decima settimana consecutiva e hanno raggiunto il maggior livello dal 1990, quando, ricordiamo, George W. Bush padre affilava i denti per la cosiddetta Prima Guerra del Golfo.