Per un nuovo movimento per la pace

di Franco Tomassoni, Esecutivo Nazionale FGCI | da www.fgci.it

 

fgciLa guerra in Libia sembra essere caduta nel dimenticatoio: i media ne fanno sporadici accenni e gli orrori ed i crimini commessi durante i bombardamenti sono stati e continuano ad essere taciuti, tanto da far pensare che la situazione sia tornata, o quasi, alla normalità.

 

La macchina mediatica che abbiamo visto in azione è la seguente: creazione del mostro: un tiranno spietato che, solo al comando, commette omicidi e crimini efferati e tiene un popolo inerme in condizioni disumane; un popolo che trova il coraggio di ribellarsi e avanza richieste di democrazia e libertà; un tiranno che opprime il dissenso, la protesta e la spinta di cambiamento con la violenza e le efferatezze; il necessario intervento militare per risolvere l’emergenza umanitaria; una conseguente transizione alla normalità e ad un sistema democratico armonizzato con quello USA ed Europeo.

 

Nulla importa se la realtà è differente e se nella creazione di sommovimenti interni agli abbiano giocato un ruolo rilevante anche dinamiche di etero direzione, l’unica cosa che conta è che creare nel senso comune l’inevitabilità della guerra. È questo lo schema che, con alcune varianti dovute al contesto, abbiamo visto operare non solo in Libia, ma anche in Jugoslavia, in Afghanistan e in Iraq e che oggi sembra insidiare la Siria e l’Iran.

Tuttavia va evidenziato che contro le aggressioni all’Iraq, all’Afghanistan e ala Jugoslavia nel nostro paese si è sollevato un grande e variegato movimento contro la guerra che riuscì a portare oltre 3 milioni di persone in piazza, nel caso della guerra libica ciò che balsa agli occhi è l’assenza di questo movimento.

L’assenza di una protesta contro la guerra in Libia è dovuta sicuramente allo schierarsi unanime delle forze parlamentari a favore dell’intervento (unica eccezione la Lega, sic!), e a certa sinistra che ha perso di vista la centralità della categoria di imperialismo (e che inizialmente si è schierata dalla parte di Bengasi), ma è anche sintomo di una società in cui l’ideologia dominante si esprime al massimo della sua potenza e sopisce anche le forze più sane, alcune delle quali sono addirittura giunte a giustificare l’intervento grazie ad un anti-belusconismo di maniera (Gheddafi il tiranno amico di Berlusconi).

Oggi però Berlusconi non è più il primo ministro ma la politica estera dell’Italia non sembra cambiare e anzi sembra accodarsi all’escalation di guerra contro la Siria. Il ministro degli esteri dice apertamente che è nella partecipazione dell’Italia agli scenari di crisi che si gioca la nostra credibilità internazionale e avverte che “in Siria la situazione non è più sostenibile”.

Il centro del nostro ragionamento è proprio questo: la grande macchina mediatica si è già messa in moto per la Siria tanto da far presagire un intervento imminente, quale sarà questa volta la risposta di quei settori pacifisti e contro la guerra presenti nella società?

Il punto non è il livello della democrazia in Siria, la risoluzione dei problemi interni va lasciata alla sovranità del popolo siriano. I principi che ci servono come bussola sono quelli dell’autonomia di uno stato, della sovranità e dell’indipendenza. In questo senso dobbiamo subito attivarci contro ogni escalation di guerra.

Per dare vita ad una mobilitazione di massa che abbia l’ambizione di giocare un ruolo di rilievo dobbiamo sforzarci di muovere la nostra iniziativa politica su diversi livelli: il primo passo è quello di agire nel senso comune per cercare di far si che non vi sia nella società un’opinione diffusa disposta ad accettare un nuovo intervento militare. Il nostro lavoro deve essere pervicace e va messa in campo una grande capacità di sensibilizzazione utilizzando argomenti di diversa natura, se occorre dobbiamo anche sottolineare che i soldi pubblici (tanto più in periodo di crisi) anzi che essere spesi per la guerra devono essere utilizzati per creare posti di lavoro, per l’istruzione e l’università, dunque denunciare la guerra non solamente come ingiusta ed in completo contrasto con la nostra costituzione, ma anche come sconveniente; il secondo passo che va necessariamente fatto è quello di lavorare alla costruzione di una piattaforma politica in grado di raccogliere al suo interno tutte le istanze pacifiste e riattivare tutti quei settori sociali e politici che in modo differente sono sensibili al tema della pace. Dobbiamo avere l’obiettivo di rivitalizzare quei settori della società che sono stati protagonisti gli anni passati di tutte le battaglie per la pace. La contrarietà alla guerra va fatta vivere dentro ogni mobilitazione recuperando una capacità unitaria che è stata uno degli elementi che ha permesso la creazione di mobilitazioni con carattere di massa, basta ricordare che un grande impulso al movimento contro la guerra in Iraq proveniva dal movimento studentesco di contestazione alla “riforma Moratti”. È un peccato, e al contempo il segno dell’avanzare di una tendenza particolarista e del pensiero unico, che il movimento anti-Gelmini non abbia fatto sua l’istanza pacifista nel caso della Libia; il terzo passo è quello di lavorare affinché cresca, maturi e sia egemone una sensibilità anti-imperialista cioè che la guerra sia vista come lo strumento utilizzato dalle potenze imperialiste per perseguire i propri interessi e la propria strategia geopolitica, per piegare quei popoli e quegli stati la cui politica è incompatibile con gli interessi imperialisti. La guerra alla Siria rappresenta un ulteriore passo avanti nella penetrazione imperialista nella regione mediorientale, di concerto con la politica di Israele.

Le ragioni per pensare che nuovi scenari di guerra si apriranno davanti a noi nei prossimi mesi sono numerose, ad esempio è ormai da tempo che si parla della possibilità che Israele conduca un attacco all’Iran. È in questo contesto che acquisisce di valore una battaglia forte contro la Nato, contro le spese militari, per il ritiro del nostro esercito da tutti i teatri di crisi e di guerra in cui è impegnato e contro le basi militari straniere nel nostro territorio. Allo stesso tempo acquisisce di importanza l’iniziativa di solidarietà con i popoli vittime dell’imperialismo, la battaglia per una politica di cooperazione e per una risoluzione pacifica delle controversie internazionali.

O saremo in grado di dare nuovo slancio al movimento per la pace e compattare tutti coloro che ritengono la guerra un pericolo concreto, oppure le politiche di guerra andranno avanti senza ostacoli. La nostra ambizione è quella di fermare la guerra e a questa impresa dobbiamo dedicarci con tenacia.

 

Franco Tomassoni- Esecutivo Nazionale FGCI