La Clinton e l’esportazione della “democrazia” in Cina

di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

clinton primopianoNel 2005 il Governo della Repubblica popolare cinese ha pubblicato il Libro bianco “Building of Political Democracy in China [1]” che, a 7 anni di distanza, rimane come principale riferimento politico e programmatico della via cinese al socialismo.

L’iniziativa – la prima rivolta all’esterno in merito al regime politico del Paese – aveva come scopo l’illustrazione dello stato di avanzamento della democrazia socialista con caratteristiche cinesi (ruolo guida del Partito comunista, sistema di cooperazione e consultazione multi-partitica, autonomia alle diverse etnie, nuovi meccanismi elettorali nelle aree rurali e urbane) e si configurava come una risposta ufficiale alla persistente accusa di violazione dei diritti umani. Non si deve neppure dimenticare che la pubblicazione del Libro bianco è avvenuta mentre gli Stati Uniti di Bush jr avevano eretto a loro codice di condotta internazionale proprio l’esportazione – anche armata – della democrazia su modello americano.

Nel preambolo del documento si legge che “La democrazia è il risultato dello sviluppo della civiltà politica del genere umano. Ed è anche il legittimo desiderio delle persone in tutto il mondo. La democrazia di una Paese è il risultato di uno sviluppo interno, non il frutto di imposizioni esterne. Nel corso della storia moderna, il popolo cinese ha condotto lotte incessanti e percorso difficili esplorazioni in vista della conquista dei diritti democratici. Ma solo sotto la guida del Partito comunista cinese è riuscito a conquistare il diritto di essere padrone dello Stato. Il popolo cinese è decisamente risoluto nel proteggere le sudate conquiste democratiche. Poiché le condizioni variano da un Paese all’altro, i percorsi scelti dai popoli dei diversi Paesi per la conquista e lo sviluppo della democrazia sono diversi”.

Chiaro è, insomma, il nocciolo della posizione di Pechino, e quindi dei comunisti cinesi, in merito alla democrazia: non ne esiste un unico modello universalmente valido ed esportabile in qualsiasi Paese. Non c’è quindi nessun rifiuto della democrazia, ma la semplice sottolineatura che il sistema politico cinese è il risultato delle condizioni specifiche nelle quali è maturata ed è stata condotta la lotta per l’indipendenza, prima, e successivamente per la difesa della sovranità e lo sviluppo economico e sociale del Paese.

Una posizione, questa, che non è patrimonio del solo Partito comunista cinese, ma che è anche il frutto delle riflessioni del nazionalista Sun Yat-sen impegnato all’inizio degli anni ’20, in alleanza con i comunisti stessi, nella lotta di liberazione della Cina dal controllo straniero e nella ricerca di una originale via cinese alla democrazia: “Se vogliamo che la Cina progredisca e il nostro popolo viva nella sicurezza, dobbiamo applicare noi stessi la democrazia e cercare un nuovo metodo per realizzare i nostri ideali”. Un nuovo metodo che consisteva, alla luce anche dei fallimenti che si presentavano ai suoi occhi, nel rifiuto dell’importazione chiavi in mano del sistema occidentale.

I concetti delineati nel Libro bianco sono strettamente legati ai principi che guidano la condotta internazionale della Cina popolare: rispetto della sovranità nazionale e della via di sviluppo sociale ed economico intrapresa dai diversi Paesi.

C’è invece chi – e arriviamo ai nostri giorni – resta aggrappato all’idea che la democrazia (quella ovviamente a stelle e strisce) sia un modello valido per ogni latitudine e che la sua esportazione, anche armata, rappresenti il fine ultimo del processo storico. E che in atto ci sia sempre – come in piena Guerra Fredda – una lotta tra le forze del Bene e quelle del Male. Mentre le prime banchettano da sempre sulla riva del Potomac, le seconde variano in base all’agenda del Dipartimento di Stato: ora tocca alla Cina popolare.

La mascheratura ideologica dell’esportazione della democrazia, manto suadente che nasconde il cancro dell’imperialismo, è più che mai in voga anche nella Camelot Obamiana, tanto che ormai mostra chiaramente le sue finalità nell’accompagnare il dispiegamento della nuova strategia di containment anti-cinese.

In occasione del suo tour asiatico in vista del vertice Asean, il Segretario di Stato Hillary Clinton è volato in Mongolia, Stato confinante con la Cina e quindi strategicamente importante, da dove ha lanciato un chiaro messaggio alla dirigenza di Pechino, pur non citandola direttamente.

Ecco alcuni passaggi chiave: “Non si può avere la liberalizzazione economica senza arrivare alla liberalizzazione politica. E’ vero che reprimere l’espressione politica o mantenere uno stretto controllo su ciò che la gente legge, dice o vede può creare un’illusione di sicurezza. Ma le illusioni svaniscono”. E prosegue: ci sono ancora in Asia governi che, a differenza di quelli che hanno fatto conquiste democratiche, “lavorano giorno e notte per limitare l’accesso del loro popolo alle idee e alle informazioni, che imprigionano i cittadini che esprimono le loro opinioni, che usurpano il loro diritto di scegliere i leader e che governano senza responsabilità, lontani dal pubblico”  [2].

Quindi non solo la Cina è oggetto di un vasto progetto di contenimento, ma deve anche comprendere che il suo sistema politico e sociale non resisterà a lungo: una nuova crociata internazionale per la libertà è in pieno spiegamento, dalla Birmania alla Mongolia, e la leadership di Zhongnanhai ha i giorni contati (espressione che alla Clinton pare piaccia molto).

Per ora gli Usa devono accusare il colpo del sostanziale fallimento in sede Asean. Sulle controversie territoriali in atto nel Mar cinese meridionale, i Paesi membri [3] non hanno raggiunto, per la prima volta in 45 anni di storia, un accordo per un comunicato congiunto, come auspicato da Washington. Un punto a favore di Pechino, quindi, ferma sulla posizione del dialogo tra le singole parti interessate, al di fuori del coinvolgimento diretto del forum regionale, dove può farsi sentire il peso degli Stati Uniti [4] ormai impegnati a sfruttare – quando non ad aizzare – le dispute tra Cina e gli altri Paesi.

NOTE

1 Il testo completo, in lingua inglese, del libro bianco lo si trova all’indirizzo http://news.xinhuanet.com/english/2005-10/19/content_3645750.htm

2 “From Mongolia, Clinton Takes a Jab at China”, New York Times, 9 luglio 2012.

3 Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia (Paesi fondatori); Brunei, Vietnam, Laos, Cambogia e Birmania.

4 La Clinton ha nuovamente ribadito che gli Stati Uniti sono “una potenza residente nell’Oceano Pacifico”.