Il diritto ad intervenire

surendra wardi Vijay Prashad (marxista indiano e professore al Trinity College di Londra) | da www.thehindu.com

Traduzione di Lorenzo Battisti per Marx21.it

L’intervento umanitario è stato usato spesso come pretesto per i cambiamenti di regime. Una breve storia della lotta della comunità globale per accordarsi sul terreno delle regole.

Seduti nel loro palazzo presidenziale nel 1991, il Presidente iracheno Saddam Hussein e il suo Ministro della Cultura Hamad Hammadi scrissero una lettera a Mikhail Gorbaciov, Presidente dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Hussein e Hammadi speravano che l’URSS li avrebbe aiutati a salvare l’Iraq dallo sbarramento occidentale. Hammadi, che comprendeva il cambiamento negli affari internazionali, disse ad Hussein che la guerra aveva lo scopo “non solo di distruggere l’Iraq, ma quello di eliminare il ruolo dell’Unione Sovietica così che gli Stati Uniti potessero controllare il destino dell’umanità”. Infatti, dopo la Guerra del Golfo del 1991, l’Urss è crollata e gli Usa sono emersi come l’unica superpotenza. L’età del unipolarismo americano era sorta.

Un giubilante Presidente americano George H. W. Bush inaugurò un “Nuovo Ordine Mondiale”, cioè “un mondo dove la supremazia del diritto (rule of law) soppianti la legge della giungla (rule of jungle)”. Sono gli Stati Uniti, avvertì, che vivono secondo “lo stato di diritto”, mentre sono i nemici degli Stati Uniti – “gli attuali e i potenziali despoti in giro per il mondo” – che vivono secondo la “legge della giungla”. In questo nuovo mondo, “non c’è alternativa alla guida american” disse Bush, quindi “di fronte alla tirannia, non lasciamo che nessuno dubiti della credibilità e dell’affidabilità americane”. I nemici degli Stati Uniti – tiranni e despoti – avrebbero affrontato la dominazione completa dei militari americani. Il predecessore di Bush, Ronald Reagan, aveva già voluto perseguire “spostati, schizzati e squallidi criminali” che si opponevano alle politiche americane, ma era stato trattenuto dall’Unione Sovietica e dalle lotte di liberazione popolari in Africa e in America Latina. Il collasso dell’Urss e l’indebolimento del Terzo Mondo hanno fornito agli Usa un’opportunità tremenda.

La facciata umanitaria

Bill Clinton, il successore di Geroge H.W. Bush, diede all’idea di interventismo la sua patina liberal. Il suo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Anthony Lake, forgiò la nozione di “stati canaglia” (Rouge States) – quei paesi che restano fuori “dalla famiglia delle nazioni democratiche”. Lake vi includeva Cuba, l’Iran, l’Iraq, la Libia e la Corea del Nord.

Il regime delle sanzioni, sostenuto dalle Nazioni Uniti, mirava ad indebolire l’Iraq per farlo collassare. Nessun pretesto permise all’occidente di occuparsi degli altri paesi. Fu la Jugoslavia, invece, che affrontò lo sbarramento “dell’intervento umanitario”, il nuovo nome d’arte del bombardamento occidentale al servizio della protezione dei civili. La morte di 45 kossovari albanesi a Racak nel Gennaio del 1999 fornì all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) la ragione per intervenire. Cina e Russia rifiutarono di dare l’autorizzazione delle Nazioni Unite. Le mani della Nato non si trattennero e mandarono la Jugoslavia in pezzi. Le vecchie teorie sulla protezione della sovranità degli stati – come la Pace di Westfalia del 1648 e la Convenzione di Montevideo del 1934 – furono messe nel dimenticatoio. Se l’occidente decideva che un conflitto richiedeva un intervento, allora tutta la forza delle potenze occidentali sarebbe caduta su quelli che l’occidente indicava come “i cattivoni”. Questo era la sostanza dell’interventismo umanitario.

Cosa contava per considerare un disastro degno di intervento? Nel 1996 Madeleine Albright, l’allora Ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, riconobbe che le sanzioni richieste dagli Usa per l’Iraq avevano portato alla morte di mezzo milione di bambini. “Penso che sia una scelta molto difficile” disse, “ ma il prezzo, noi pensiamo che ne valga la pena”. In altre parole, era accettabile lasciare morire mezzo milione di bambini per mantenere lo strangolamento dell’Iraq. Questo prezzo – vicino alle stime più ottimistiche del genocidio del 1994 in Ruanda – poteva essere tollerato se serviva gli interessi occidentali. Più tardi, quando Israele e gli stati africani dei Grandi Laghi massacrarono decine di migliaia di persone, non ci furono strilla per il genocidio e per l’intervento. Era diventato chiaro negli anni ’90 che l’idea di intervento umanitario era stata ridotta a foglia di fico per gli interessi occidentali.

Il nuovo linguaggio per l’intervento

Il Presidente George W. Bush per condurre una guerra di aggressione contro l’Iraq usò il linguaggio della protezione dei civili nel 2003. La guerra americana distrusse le infrastrutture irachene e le istituzioni statali, così come i pretesti per l’intervento umanitario. Il caso che ne seguì fu causato dalla guerra per il cambio di regime del 2003. L’intervento umanitario diventava ora illegittimo – bruciò nei fuochi di Baghdad. I liberali occidentali si affrettarono ad ammodernare la dottrina. Si rivolsero alle Nazioni Unite, che era stata maltrattata dagli interessi occidentali negli anni ’90.

Sotto il controllo di Kofi Annan, l’Onu supportò la nuova idea di “Responsabilità di proteggere” (Responsibility to Protect o R2P) nel 2005. La nuova dottrina richiedeva che gli stati sovrani rispettassero i diritti umani dei loro cittadini. Quando questi diritti erano violati, allora la sovranità si dissolveva. E soggetti esterni supportati dall’Onu potevano quindi arrivare per proteggere i cittadini.

Ancora una volta, non esisteva una definizione precisa per chi doveva definire la natura di un conflitto e per chi doveva intervenire. Il Reverendo Miguel d’Escoto Brockmann, Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, rilasciò una Nota di Concetto che poneva il problema sulla nuova dottrina R2P. D’Escoto chiamò la R2P “un colonialismo ridecorato”, e disse che “un nome più appropriato per la R2P sarebbe stato Diritto di Intervenire”. L’atmosfera per una critica dell’occidente, nonostante la catastrofe dell’Iraq, non c’era. Novantadue stati membri delle Nazioni Uniti – inclusi Brasile, India e Sud Africa – parlarono in favore del R2P. Messico, India ed Egitto posero il problema della coercizione unilaterale, sebbene rientrassero poi nei ranghi quando fu loro ricordato che il R2P richiedeva l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il fallimento nell’agire nel caso del puntuale bombardamento di Israele su Gaza spinsero a numerosi commenti da parte degli stati membri durante il dibattito sul R2P. La delegazione di Singapore suggerì che “il giudizio se un governo avesse fallito nella sua responsabilità di proteggere doveva essere presa dalla comunità internazionale senza “paura” o “favore””, uno standard che sarebbe stato difficile da raggiungere data la morsa dell’occidente sulle istituzioni dell’Onu. L’avvertimento del Rev. Brockmann rimase inascoltato. L’interventismo umanitario rimase nell’arsenale dell’Occidente. 

Il test per il R2P arrivò durante i bombardamenti di Gaza nell’Operazione Piombo Fuso (2008-9), dopo che un rapporto dell’Onu trovò prove attendibili di crimini di guerra. E pochi anni dopo venne la Libia. Una sollevazione contro il governo libico nel Febbraio 2011 fornì l’opportunità per testare il R2P. Durante la guerra di Jugoslavia, l’Esercito di Liberazione del Kossovo rese chiaro l’utilizzò dei propri guerriglieri in modo strategico da provocare una risposta da parte dell’Esercito Jugoslavo; i massacri di civili, pensarono costoro, sarebbero stati la cosa migliore per portare la forza aerea occidentale in loro supporto e per rigirare qualsiasi conflitto a proprio vantaggio. I ribelli in Libia (e poi in Siria) ebbero lo stesso approccio strategico. Se fossero riusciti a provocare la violenza dello stato, allora avrebbero potuto affermare il proprio diritto all’intervento internazionale. Questo poteva funzionare solo – come capirono i palestinesi – se l’avversario dei ribelli fosse stato un nemico dell’occidente. Aizzati dai francesi e dagli arabi del Golfo, gli Stati Uniti spinsero il Consiglio di Sicurezza dell’Onu a benedire il loro intervento con una risoluzione R2P. Questo è quello che accadde. La Nato passò frettolosamente dalla protezione dei civili al cambio di regime. Washington ottenne il successo dell’intervento – non per il bene della Libia, ma nell’interesse degli interventi umanitari. Alla fine l’idea è stata recuperata.

Prevenire atrocità di massa

Nell’Agosto 2011 il governo degli Stati Uniti creò un Atrocities Prevention Board (Consiglio per la Prevenzione delle atrocità) per raccogliere informazioni sulle potenziali atrocità di massa. Il Consiglio APB cercò di spiegare che cosa rappresentasse un’atrocità e quando l’occidente dovesse intervenire con la benedizione dell’Onu. Ma l’APB non è riuscito a fare appieno il proprio lavoro. Quello che era apparso come un intervento di successo in Libia, fu visto dal Brasile, dalla Russia, dall’India, dalla Cina e dal Sud Africa – gli stati dei Brics – come un precedente pericoloso. L’allora ambasciatore indiano all’Onu, Hardeep Singh Puri, mi disse all’inizio del 2012 che l’esempio della Libia avrebbe impedito qualsiasi Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla Siria. I paesi dei Brics videro che la protezione dei civili significava un cambio di regime le cui conseguenze apparivano orrende. In altre parole, fu l’esempio libico che provò la ragione del Rev. Brockmann e vide l’emergere di una nuova età di multipolarismo.

I critici degli interventi umanitari non sono assuefatti agli orrori delle guerre e dei genocidi. Però, allo stesso tempo, i sostenitori dell’intervento osservano lo svolgimento dei disastri e poi aspettano fino all’ultimo minuto, quando un’operazione militare diventa necessaria. Non vogliono riconoscere la necessità di riforme di lungo periodo per prevenire l’escalation dei conflitti fino ai genocidi.

I critici temono che l’intervento umanitario dell’occidente ignori le cause e produca esiti terribili. Puri avverte, in nel suo ultimo libro, sulla pericolosità degli interventi, specie per azioni militari che portano al caos e aumentano la sofferenza. Ci sarebbero altri interventi che non sono pericolosi? Il Rev. Brockmann ha suggerito che un antidoto alle atrocità di massa potrebbe venire da una riforma finanziaria globale, dalla redistribuzione della ricchezza e dalla riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Le violenze, afferma, sono il risultato di una diseguaglianza grottesca. R2P non protegge i civili dai molteplici cavalieri dell’apocalisse del 21° secolo – analfabetismo, malattie, povertà, disoccupazione e tossicità sociale. Questi sono gli autori delle crisi. Le bombe non possono sconfiggerli.