Il Cnt, la Nato e i veri padroni della nuova Libia

di Fabio Amato | su Liberazione

 

jalil libiaNon è scappato. Come aveva dichiarato da subito. E’ rimasto fino all’ultimo nella sua Sirte, la città dov’era nato e cresciuto. Sono stati i bombardieri della Nato, i Mirage francesi a colpire il suo convoglio, ferire lui e chi lo accompagnava e a fare in modo che i ribelli potessero catturarlo e ucciderlo senza pietà. La morte di Gheddafi viene celebrata dalle potenze che hanno con i loro bombardamenti deciso le sorti della guerra civile libica. Con cinismo e con una retorica insopportabile. Obama, Sarkozy, Cameron. Nessuno di questi difensori a corrente alternata dei diritti umani, usati come scudo per coprire i loro reali interessi geopolitici, ha speso una parola per stigmatizzare l’esecuzione sommaria di colui che era stato da loro stessi, fino a pochi mesi prima, omaggiato e assecondato. Non ci sorprende tutto ciò. Un suo processo avrebbe a dir poco imbarazzato gli attuali, poco presentabili leader del Cnt, tutti sodali di Gheddafi fino all’ultimo minuto possibile. Tutti uomini del suo regime. Da Jalil a Jibril, fino all’attuale capo militare, non vi è nessuno che non potesse essere messo alla berlina o sul banco degli imputati in un eventuale processo contro Gheddafi. Ma Gheddafi vivo avrebbe imbarazzato anche chi ha scelto loro come punto di riferimento per una transizione tutt’altro che facile e per nulla scontata, ovvero le potenze neocoloniali. Potenze alleate delle petromonarchie del golfo, sultanati e dittature che stanno aiutando l’imperialismo nel ridefinire il futuro dell’area scossa dalle rivolte in corso. Già in questi mesi, dopo la presa di Tripoli, sono emerse le divisioni profonde della variopinta alleanza che compone il Cnt. Divisioni politiche e tribali. E’ aperta la questione di chi e come riuscirà a contenere la componente islamista radicale, parte non indifferente delle milizie che hanno seguito la Nato e i suoi bombardamenti a tappeto contro le città rimaste fedeli a Gheddafi. Iniziata con la scusa di difendere i civili dai bombardamenti aerei dell’aviazione libica, la guerra è finita con i bombardamenti Nato sulle città assediate che non volevano arrendersi. Sirte, Bani Walid, la stessa Tripoli. Un crimine questo che viene rimosso e accuratamente non raccontato, così come le violenze e le rappresaglie dei ribelli. In molti si sono azzardati in paragoni storici. Fuori luogo e fuori tempo. Dalla totalità dei commenti della stampa mainstream, che avallando le menzogne delle prime ore ha contribuito a favorire la partecipazione Nato alla guerra, scompare la natura neocoloniale della Libia che verrà. La Libia che nasce dall’uccisione di Gheddafi ha poche certezze.

Una è quella di essere un protettorato della Nato. Che non se ne andrà cosi facilmente. Smetterà i bombardamenti, ma continuerà a vigilare sugli interessi che ha a cuore. Quelli per cui è intervenuta. Vedremo se i fatti ci smentiranno, ma si può prevedere che inizierà ora una resa dei conti fra i vincitori. Il cui esito non è affatto scontato. Ed è questo che preoccupa la Nato. Ed è con questo pretesto che rimarrà, magari con basi militari. L’unica certezza della nuova Libia è che non ci sarà più il clan Gheddafi a decidere il suo destino. Ma abbiamo seri dubbi che in futuro saranno veramente i libici a poter determinare il proprio futuro. Le potenze coloniali sono tornate in Nord africa, dopo tanti anni. Sono assetate di petrolio. Non a caso, pochi giorni or sono, il capo del governo Jibril celebrava con parole inaudite le gesta del passato coloniale italiano e del fascismo. Non lo fa per nostalgie fasciste. Lo fa per servilismo, per compiacere i nuovi sovrani della Libia. Per candidarsi e accreditarsi come gestore responsabile agli occhi dei nuovi padroni, dopo avere messo a tacere per sempre quello precedente.