Hagel, ovvero come ti delineo il containment anticinese

di Diego Angelo Bertozzi per Marx21.it

dragone cinaL’Inghilterra per secoli “ha manipolato i propri rivali europei mettendoli l’uno contro l’altro, e a vincere sempre era l’impero. Ma allora, proprio come gli inglesi sono riusciti a neutralizzare i vari Borboni, Asburgo, Hohenzollern e Romanov, forse gli Stati Uniti potrebbero approfittare delle inevitabili rivalità tra le potenze asiatiche. Per fortuna degli americani, non c’è nessuno che metta in discussione la loro supremazia nell’emisfero occidentale e sarà così ancora per molto tempo, mentre le tre superpotenze orientali, Cina, Giappone e India si trovano l’una accanto all’altra, proprio come la Spagna, la Francia, l’Olanda e la Germania del passato”. [1]

Il suggerimento di James P. Pinkerton – che rappresenta una posizione certo meno oltranzista dell’establishment Usa nei confronti dell’ascesa cinese – è chiaro: evitare di mostrare i muscoli e alimentare un nuovo clima da guerra fredda nei confronti di Pechino, per privilegiare una strategia di contenimento più flessibile che, approfittando delle tensioni esistenti nell’area, dia maggiore peso ai Paesi asiatici che si mostrano più preoccupati della crescita del potere politico e militare di Pechino.

Una politica del “terzo che gode” – come l’ha definita Giovanni Arrighi – che si lascia alle spalle i toni più aggressivi di neo-conservatori come Kaplan – con la sua visione romanzesca degli alleati asiatici che come operosi lillipuziani imbrigliano poco alla volta il Gulliver cinese – o la chiamata di Luttwak alla crociata economica internazionale contro il “risveglio del Drago”.

Potrebbe essere questa la linea strategica degli Usa post guerra al terrore nei confronti della Cina popolare? La risposta di Washington all’ascesa cinese – e alle preoccupazioni che ne derivano – è più complessa e non è certamente ancorata ad una sola linea d’azione. La strategia di “containment” messa in atto è flessibile soprattutto perché non esclude alcuna via: dall’installazione di nuove basi militari, al riposizionamento del complesso militare Usa nel Pacifico, al rafforzamento militare dei Paesi tradizionalmente alleati, per dare maggior peso al loro ruolo di “cani da guardia” o “vice-sceriffi”, fino all’apertura nei confronti di Paesi prima oggetto di vero e proprio ostracismo come Myanmar (in questo caso New York Times e Washington Post hanno dovuto digerire un poco a fatica il veloce accantonamento delle retorica dirittoumanitaria grazie al “cordiale” dell’imperativo strategico).

Le linee guida del “Pivot to Asia” statunitense, con tutte le sue implicazioni e linee di condotta, sono state delineate da Chuck Hagel, nuovo Segretario alla Difesa dell’amministrazione Obama, durante la sessione plenaria del Shangri-La Dialogue 2013. Il quadro che esce è proprio quello di un mix di misure diplomatico e militari dirette a contrastare la crescita cinese. Precisiamo subito: nessuna novità rispetto alla retorica e alle motivazioni che hanno supportato nel 2011 la decisione di Obama di riequilibrare verso il Pacifico il dispositivo militare statunitense. È ferma convinzione di Hagel che il “21° secolo sarà plasmato dagli eventi in Asia” e che gli “Usa sono una potenza del Pacifico da più di due secoli” e proprio per questo era da tempo evidente che gli “Stati Uniti avessero bisogno di riequilibrare capacità e risorse verso la regione Asia-Pacifico dopo l’impegno in due guerre (Afghanistan e Iraq) e riesaminare i propri interessi e le proprie responsabilità globali”. Tutto questo – precisa il segretario alla Difesa – non deve essere inteso come volontà di fuga dagli impegni in altre regioni. Come a dire – e qui riprendiamo il Pinkerton sopra citato– : cari europei siamo sicuri della vostra sostanziale subalternità e ci rivolgiamo altrove dove i nostri interessi e la nostra posizione di superpotenza sono messi seriamente in discussione.

La strategia delineata è a tutto campo: diplomatica, economica e culturale e un posto di primo piano viene affidato al TPP (Trans Pacific Partnership), ovvero ad un accordo globale di libero scambio che, guarda caso, esclude proprio la Cina – con la volontà di ridurre la sua profonda influenza economica – e che vede l’entusiastico appoggio della nuova leadership nazionalista giapponese. E subito dopo arriva puntuale l’elencazione delle misure militari che sostanziano l’impegno statunitense in Asia. Il segnale agli alleati di Washington è tranquillizzante: “Mentre portiamo avanti questa strategia è vero che il Dipartimento della Difesa avrà meno risorse rispetto al recente passato. Sarebbe tuttavia imprudente e miope concludere che il nostro impegno per il riequilibrio non può essere sostenuto, soprattutto in considerazione che anche nelle situazioni di bilancio più difficili, l’esercito degli Stati Uniti continuerà a consumare quasi il 40% delle spese militari globali” [2]. Quali sono le azioni concrete che mostrano la serietà dell’impegno? L’elenco è abbastanza lungo: “oltre alla decisione di spostare il 60% dei nostri mezzi navali nel Pacifico entro il 2020, la Us Air Force dirotterà nel Pacifico il 60% delle sue forze basate oltre mare come aerei tattici e bombardieri”. Segue poi, per “sostenere la capacità di scoraggiare le aggressioni e operare in modo efficace in tutti i domini”, un piano quinquennale finalizzato alla implementazione di forze autosufficienti e rapidamente schierabili che “possono proiettare la potenza a grande distanza e garantire l’effettuazione di una serie di missioni”. La regione Asia-Pacifico vedrà così in azione i dispositivi più avanzati della forza militare statunitense: F-22 Raptor e F-35 in Giappone e sottomarini classe Virginia nella base di Guam. A maggio – sottolinea con orgoglio Hagel – la Us Navy ha “inaugurato una nuova era nel settore dell’aviazione navale” sperimentando con successo l’invio da una portaerei di uno sperimentale aereo pilotato a distanza. Mentre il prossimo anno, sempre per la prima volta, la marina potrà sfoggiare sulla Uss Ponce un laser a stato solido per rispondere a “minacce asimmetriche” come missili, piccole imbarcazioni e aerei pilotati a distanza.

Il ri-orientamento del dispositivo militare è accompagnato dalla volontà di rafforzare i legami con gli alleati della regione per “sviluppare e implementare tecnologie all’avanguardia per affrontare le sfide alla sicurezza”. Detto in parole povere, si tratta di rafforzare militarmente Paesi come il Giappone o le Filippine che hanno in corso controversie territoriali con Pechino e che ultimamente, anche grazie alla protezione statunitense, fanno sfoggio di oltranzismo nazionalista.

Prosegue intanto la volontà di Washington di sostanziare il “containment” della Cina popolare con la costruzione di nuove basi o punti di appoggio militari, anche nelle immediate vicinanze di Pechino. Non è certo un caso che il lancio del “Pivot to Asia” avvenne in contemporanea con la decisione dell’apertura di una nuova base a Darwin in Australia.

Nell’isola Jeju in Corea del Sud sorgerà – anche grazie alla repressione in atto contro il dissenso della popolazione locale – una base militare di fondamentale importanza strategica per la Marina statunitense: a sole 300 miglia dal continente cinese permetterà a Washington di rafforzare ulteriormente il controllo sulle rotte di navigazione che Pechino utilizza per importare l’80% del suo petrolio.

NOTE

James P. Pinkerton, “Superpower Showdown”, The American Conservative, 7 novembre 2005.
2
 Chuck Hagel, “”The US Approach to Regional Security”, Shangri-La Dialogue 2013 First Plenary Session, 1 giugno 2013