Un blocco imperialista digitale?

circuiti elettronicidi Luca Cangemi

Da qualche giorno si parla nel mondo (molto meno in Italia, a parte un utile articolo di Alessandro Aresu su Limesonline) di un documento pubblicato dal “China Strategy Group” dal titolo (abbastanza eloquente), Asymmetric Competition: A Strategy for China & Technology Actionable Insights for American Leadership.

Si tratta in effetti di un testo di grandissimo interesse – sotto molti e diversi profili – che mette in fila alcune delle questioni essenziali della scena mondiale di oggi e di domani, operando proposte assai significative,

Intanto qualche parola sugli estensori del documento, le cui biografie ci illustrano, oltre ogni possibile dubbio, la caratteristica certamente non accademica del testo.

La mente del China strategy group e del documento risponde al nome di Eric Schmidt, ex CEO di Google, tra i più ascoltati guru e oligarchi del mondo digitale. E della grande famiglia di Google sono altri tra gli estensori del rapporto, a partire da Jared Cohen, attuale CEO di Jigsaw (tech incubator di Google) nonché ex consigliere di Condoleeza Rice e Hilary Clinton. Accanto poi a top manager dell’intelligenza artificiali e a nomi delle più importanti università americane (a partire da Stanford), vale, almeno, la pena di segnalare la firma di Richard Fontaine, CEO del Center for a New American Security, direttore esecutivo della Commissione Trilaterale già collaboratore della campagna presidenziale del famigerato senatore repubblicano McCain e oggi tra i personaggi più vicini a Biden.

Siamo dunque di fronte a figure di straordinaria influenza, trasversali in quanto a collocazione politica, istituzioni e aziende frequentate, rappresentanza di interessi. 

Questi personaggi scelgono- con il tempismo di chi conosce i processi- di proporre alla nuova amministrazione USA un orizzonte di intervento, a partire da un giudizio assai preoccupato sugli straordinari successi della Repubblica Popolare Cinese, sul piano tecnologico e strategico.

Credo che sia, dal nostro punto di vista, assai interessante notare, come da questa fonte ideologicamente insospettabile, netta emerga tra le ragioni dei successi della Cina, la capacità dello Stato e del Partito di dirigere i processi politici, economici, strategici.

Quali sono i contenuti principali del documento? 

Fermo restando che varrà assolutamente la pena di analizzare minutamente ogni parte del testo e anche il suo linguaggio, possiamo, in prima battuta, enucleare due assi strategici che vengono proposti, uno esterno e l’altro interno.

La proposta esterna fondamentale è la costruzione di una nuova coalizione di “tecno-democrazie”. Ad essere chiamati nell’olimpo della “democrazia” tecnologica dodici stati: Usa, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Canada, Olanda, Corea del Sud, Finlandia, Svezia, India, Israele, Australia.

Il neonato T12 riunirebbe “paesi chiave” per coordinare le risposte alle minacce per “l’ordine mondiale esistente” (testuale!!).

Siamo di fronte ad una riedizione tecnologica della dottrina del “containment” dell’epoca della guerra fredda antisovietica.

Interessanti sono presenze e assenze nella lista dei T12, che rivelano pesi e affinità dei diversi attori, nell’ attuale ottica statunitense.

Assenti, ad esempio, l’Italia (conferma di una marginalità tecnologica e geopolitica) e il Brasile, presenti in grande evidenza paesi piccoli come l’Olanda (centrale negli intrecci finanziari) e Svezia e Finlandia (che oltre la forte capacità tecnologica possono fare valere il ruolo antirusso svolto nel grande nord).

Per il resto vi è la conferma di scelte strategiche maturate nell’era Trump (nonostante una postura critica del documento sull’efficacia della politica anticinese della passata amministrazione) come il rapporto con l’India o di più antiche alleanze (anche a livello militare e di intelligence) come quelle con i paesi di lingua inglese e con Israele. Più assonante con la linea dell’amministrazione Biden (oltre che oggettiva sul piano della rilevanza) la presenza di Francia e Germania, mentre l’Unione Europea non viene nemmeno citata. Il Giappone conferma la propria centralità in ogni strategia degli Usa contro la Cina, centralità che gli viene dalla geografia, dalla storia, dall’economia e adesso anche da un riarmo sempre più accentuato e ipertecnologico.

L’idea forte è quella di un blocco imperialista globale, selezionato, centralizzato, capace di contrastare la Repubblica Popolare su tutti i dossier strategici (e il riferimento esplicito alle Vie della Seta dimostra che l’ambito della tecnologia viene considerato centro dell’intera contesa di egemonia).

Non meno rilevante è l’aspetto interno proposto da Schmidt e soci.

Sostanzialmente esso si basa su una idea di integrazione stretta e formalizzata tra gli apparati statali (imperiali) e le strutture di Big Tech. 

Intendiamoci: gli apparati, e in particolare quelli militari e di intelligence, non sono affatto degli estranei nella Silicon Valley; alcune aziende sono state costruite direttamente dalla Cia o dal Pentagono, la circolazione di personale e soprattutto di informazioni tra privati e agenzie federali è consolidata e strutturale. La proposta è però ugualmente molto significativa per diversi motivi.  In primo luogo, rendere formale ciò che finora è stato implicito è un passaggio significativo in un progetto ambizioso di unificazione delle classi dirigenti; in secondo luogo, i potenti di Big Tech – molto rafforzati dai mesi del Covid – chiedono un riconoscimento e un ruolo direttamente politico. In terzo luogo, si prospetta una gigantesca riorganizzazione dell’intera struttura strategica degli USA, dalla Casa Bianca (con l’istituzione di nuove figure di direzione ed elaborazione) ad ogni singolo apparato, tanto per capirci un arco di strutture che va dall’agenzia per lo sviluppo (il famigerato USAID coinvolto nel finanziamento di gruppi reazionari in tutto il mondo) alla Nasa. Una idea molto netta di centralizzazione che appare anche una risposta alla crisi interna degli Stati Uniti e che laddove realizzata provocherebbe una riconfigurazione notevole della costellazione dei poteri degli States. E proprio per questo conflitti e contraddizioni non sono per nulla da escludere.

Per chi, come noi, pensa che la lotta all’imperialismo USA sia la priorità di questa fase storica c’è veramente molto da studiare.