Università tunisine: studenti in sciopero contro l’imperialismo europeo

di Guillaume Suing | michelcollon.info

Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Ai primi di gennaio 2015 iniziava in Tunisia un massiccio sciopero nazionale degli studenti nelle scuole e università pubbliche di ingegneria, in un contesto post-elettorale in cui il “laico” Essebsi succede al presidente islamico Marzouki. Questa prima lotta a cui ha dovuto far fronte il nuovo governo non è legata alla semplice transizione politica, quanto piuttosto alle riforme strutturali imposte da Bruxelles, ratificate dagli islamisti al potere (sulla base di un piano d’azione co-redatto nel mese di aprile dalla Commissione europea e dagli islamisti) e che saranno attuate dal nuovo governo di Nidaa Tounes, tra le quali il “percorso di carriere professionali e ricerca”.

Il piano d’azione 2013-2017 (vedi note di fondo) elaborato dalla Commissione europea è un documento molto chiaro circa le intenzioni dell’imperialismo europeo sul territorio tunisino e nel più ampio Maghreb. “Con la rivoluzione, si aprono oggi prospettive radicalmente diverse nelle relazioni tra Tunisia e Unione europea”, dice il protocollo, aggiungendo che prevede “la conclusione di un Accordo di libero scambio approfondito e completo (ALECA) tra la Tunisia e l’Unione europea che contribuirà alla graduale integrazione della Tunisia nel mercato interno dell’Unione europea, in vista costruire uno spazio economico comune”.

Di seguito è riportato un elenco delle aree che saranno oggetto di “riforme” nella semi-colonia: “L’integrazione beneficerà di un dialogo rafforzato sulle riforme socio-economiche, tra cui lo sviluppo economico, la promozione delle PMI (…) così come una vasta cooperazione settoriale nei settori chiave dell’energia, dei trasporti, dell’industria, dell’agricoltura, (…)”. Prevede “il miglioramento delle opportunità di accesso al mercato (…), il proseguimento dell’attuazione degli impegni assunti per la realizzazione di un’efficace politica di concorrenza (…), lo scambio di informazioni sui monopoli di Stato, sulle imprese pubbliche e sulle imprese di diritto speciale o esclusivo concesse per favorire il progresso della Tunisia in attuazione dell’articolo 37 dell’accordo di associazione”. In breve, si accelera repentinamente il processo di privatizzazione del settore pubblico, relativamente sviluppato in Tunisia (anche se dipende essenzialmente da una borghesia burocratica filo-imperialista ancora in gran parte corrotta, fin dal periodo di Bourguiba/Ben Ali). “L’intervento statale diffuso nell’economia continua a limitare la concorrenza sui mercati nazionali e rallenta l’integrazione commerciale sui mercati globali nei settori dei servizi. Le numerose restrizioni che limitano il numero di imprese ammesse ad operare in un determinato mercato, in combinazione con i monopoli legali (pubblici) e gli eccessivi vincoli normativi, hanno limitato la concorrenza. I settori in cui gli investimenti sono soggetti a restrizioni rappresentano quasi il 50% dell’economia tunisina”. Questa è la definizione stessa data dai predatori imperialisti!

Esempi: “Promuovere la cooperazione nel settore della ricerca scientifica e nel trasferimento tecnologico; sviluppare e rafforzare le reti, le infrastrutture e le interconnessioni (gas, elettricità, petrolio) in Tunisia; continuare le riforme dei settori del gas e dell’energia elettrica convergenti con il diritto comunitario, anche attraverso l’adozione dei suoi codici di rete per elettricità e gas; l’istituzione di una agenzia di regolamentazione e graduale eliminazione delle distorsioni dei prezzi [si intende cancellare l’ultimo vincolo che ancora permette ai tunisini di vivere decentemente: la cassa di compensazione statale che ha consentito fino ad oggi di fissare i prezzi dei beni di prima necessità come la farina o il latte e evitarne l’inflazione!]”.

In materia di istruzione superiore e ricerca in particolare, si tratta di procedere nel solco del processo di Bologna (2005), con una graduale privatizzazione dell’istruzione e un adattamento meccanico non alle esigenze degli studenti, ma a quelle dei datori di lavoro industriali insediati localmente. Il testo indica una volontà di “sviluppare e attuare una riforma della strategia di formazione professionale, in coordinamento con l’istruzione superiore, assegnando una maggiore rilevanza alle esigenze del mercato del lavoro. (…) Migliorare la qualità e la gestione del sistema di istruzione superiore in Tunisia e migliorare l’occupabilità dei laureati. Rafforzare la governance, l’autonomia degli istituti di istruzione superiore”. In parole povere: privatizzare l’istruzione superiore al servizio dei padroni, non garantire l’accesso popolare alla vasta offerta di insegnamento!

Z., un compagno studente della UJML [Unione della gioventù marxista leninista] e di UGET [Unione generale degli studenti della Tunisia] precisa le modalità di questo sciopero studentesco nella città di Sfax (seconda città più grande dopo Tunisi): “Il movimento ha attecchito in quasi tutte le scuole di ingegneria e tecniche, nel bel mezzo degli esami! Le nostre richieste si concentrano intorno alle modalità di ingresso nelle scuole private (che accettano studenti che hanno fallito nelle scuole di ingegneria pubbliche). Queste scuole private sono fondate o sponsorizzate da grandi aziende private e da uomini d’affari che controllano completamente il mercato tunisino. Siamo in guerra contro il dominio capitalista che svaluta la qualità della nostra educazione, per proteggere il valore dei nostri titoli accademici. 62 scuole di ingegneria private sono state aperte ad almeno 30.000 studenti, con enormi risorse finanziarie di cui il pubblico non dispone. Ora viene imposto ai politecnici pubblici di adottare modalità di funzionamento che assomigliano sempre di più al settore privato su richiesta dell’Unione europea, per promuovere e facilitare ulteriormente il passaggio degli studenti agli istituti privati, gestiti direttamente dai padroni e più confacenti alle esigenze dei mercati locali.

“Le proteste si stanno moltiplicando davanti ai rettorati, qui a Sfax. Abbiamo il sostegno dei nostri insegnanti per la prosecuzione della lotta contro la privatizzazione della nostra educazione e i diktat euro-americani. Le scuole di medicina e altre facoltà cominciano a mostrare solidarietà con il nostro movimento. Per contro si moltiplicano le pressioni sui nostri compagni che prendono contatto con altre facoltà. Un compagno è stato arrestato dalla polizia l’8 gennaio, per esempio.

“I sindacati islamisti cercano nel frattempo di sminuire il senso della nostra lotta contro le privatizzazioni, riducendola a una battaglia su questioni di dettaglio. Gli islamisti che sostengono la privatizzazione imposta dalla UE e il governo dicono che non dobbiamo contrastare il privato per evitare che l’economia nazionale basata sul capitale straniero privato venga completamente destabilizzata. Ma gli studenti sono in genere consapevoli che il nostro problema è legato principalmente alle scuole private”.

A Tunisi, la lotta ha lo stesso carattere, con rivendicazioni analoghe. A., attivista di UJML e UGET, dice: “Lo sciopero è nato spontaneamente, ma gli islamisti hanno cominciato a deviarlo verso le loro pretese. Alcune scuole continuano a negare il trattato ALECA nel suo complesso. Oggi cerchiamo di diffondere gli slogan di UGET: sovranità nazionale contro l’imperialismo. Ma gli studenti islamici hanno fatto un lavoro metodico su Facebook durante le vacanze scolastiche per deviare la protesta”.

La lotta contro l’imperialismo europeo rimane frammentata e difficile, deviata dalle forze politiche islamiste dominanti di marca liberale (che hanno avviato il processo) e proseguita dai “laici” al potere. Vengono utilizzati tutti i mezzi per contrastarla: l’uso diretto della repressione o la minaccia della strategia della paura (molto simile alla strategia usata durante la campagna per il NO alla Costituzione europea nel 2005, quando ci accusavano di non avere un piano B). Ma è indispensabile ampliare la mobilitazione, poiché saranno colpiti tutti i settori dell’economia tunisina, e rafforzare la solidarietà internazionalista, compresa quella dei militanti antimperialisti progressisti nei paesi aderenti all’Unione predatoria europea.

E’ chiaro che, mentre gli Stati Uniti stanno lavorando per imporre l’apertura dei mercati della UE alle sue società transnazionali (in particolare attraverso TTIP, che prefigura l’acquisizione della General Electric da parte di Alsthom a spese di Siemens), l’UE detta l’apertura dei mercati africani alle proprie imprese transnazionali attraverso ALECA in Tunisia e APE (accordo di partenariato economico) in Africa occidentale e centrale. Le lotte contro TTIP nei paesi dell’UE, contro ALECA in Tunisia e APE in Africa, dovrebbero essere l’occasione per costruire un fronte unito internazionale dei popoli contro la globalizzazione liberista imperialista!