Lettera da un palestinese a un profugo siriano

di Bassam Saleh

rifugiati siriani xin-400x300Forse tua madre ti ha perso nei campi turchi. Farà sorridere che un rifugiato dica “mi sono perso”.

Caro amico, solo chi sa il suo cammino potrà dire “mi sono perso”; il tuo cammino era salvarti dalla morte, ed eccoti qui vivo.

Non aver paura. A casa tutto a posto, e tutto rimarrà come l’hai lasciato, la cucina, i giochi dei bambini, perfino quell’albero dietro la finestra: tutto è rimasto come prima.

Ma tu, a partire da questa mattina, ti devi abituare alle cose nuove: ora sei un numero nei registri dei profughi, nei notiziari, nelle riunioni delle commissioni, negli sforzi delle delegazioni e nei versi dei poeti, che si arricchiscono con i morti più dei becchini.

La tenda sarà fastidiosa la prima notte, e anche il primo anno, ma dopo sarà amata come uno di famiglia; ma attenzione a non cadere in questo amore, come abbiamo fatto noi.

Non essere felice se un giorno apriranno un ambulatorio sanitario, o una scuola elementare: non è una buona notizia.

Ti avverto di non essere complice in stupide rivendicazioni, come costruire semplici case al posto delle tende, o condutture per l’acqua o portare la corrente elettrica, perché questo significa che hai iniziato a convivere…. Questo vuol dire la morte di un rifugiato… e sarà il suo cimitero.

Fai attenzione, quando esci, a non lasciare la tua rabbia nella tenda: sii arrabbiato sempre; la tua rabbia è la tua vita, è la tua attrezzatura per l’esistenza, e se un giorno ti rilassi questo significherà che non stai più correndo senza fiato verso il tuo “ritorno”.

Non educare i tuoi figli alla pazienza: questa è il pretesto degli impotenti, di chi rinuncia. Un profugo muore se non guarda indietro almeno due volte ogni momento.

Ricordati: tu non sei nato “là”, tu sei di qui, e qui sei bello e non ti tradisce nessuno. E non dimenticare di raccontare ai tuoi figli, ogni sera, la bellezza del tuo paese, e come muore la gente, come è stata sgozzata sugli schermi televisivi, per il solo motivo di non credere alle parole; raccontagli che tu dormi sotto strani alberi e sotto un cielo senza stelle.

Sarai una merce di scambio fra i politici, ti verranno a trovare i solidali da diversi paesi del mondo, diventerai la parola d’ordine nelle elezioni, e con te tanti si avvicineranno a Dio, nel mese di Ramadan, e nelle festività religiose.

Alcuni vorranno fotografare i tuoi figli, stanchi e affamati, e forse scattano fotografie a tua moglie, ora, che si riposa sotto l’ombra di un albero, e forse diventerà un soggetto da premio internazionale. Questa sarà la tua nuova vita: nelle tende nasceranno amori, pittori dotati, ci saranno spie e prostitute, ma nascerà anche un fedayyn che disegnerà un orizzonte e un cammino.

Imparerai nuove lingue, nuovi sentimenti, e ci sarà una dubbia relazione con l’esilio. Forse in una notte scura sentirai che a questo esilio manca poco per essere considerato la tua patria, ma subito ti accorgerai che gli alberi non sono gli stessi, che il sale non sala. E che i morti non ti perdoneranno. Cosi tornerai a guardare due volte indietro. E qui si presenterà tuo figlio, e non ti sarai accorto che ormai è un uomo, che porterà la tua memoria, porterà il sogno che ha pesato sulle tue spalle.Forse, caro amico, ti sembrerà tutto complicato all’inizio, ma è molto chiaro: tu sei in questo paese perché il tuo è malato; potresti assentarti qualche notte, ma tu non sei alla ricerca di una nuova identità, e non pensi di portare la corrente elettrica alla tua tenda; non farlo: questo fu il nostro peccato, quando abbiamo detto che la tenda era stretta ed abbiamo chiesto di aggiungerne altre due.O amico mio, se devi pensare, allora pensa mentre stai guardando indietro; hai girato la guancia sinistra due volte, e ora quale guancia pensi di girare?

Infine, ascolta me che ho una esperienza superiore, che dura da 63 anni in questo mistero: non ti far fotografare con gli ambasciatori di buone intenzioni, e non lamentarti del caldo nè del freddo, nè del pane impastato con la sabbia; guai a te se chiedi una tenda migliore: le tende sono tutte uguali. Alza la voce per rivendicare che il tuo problema non è sentimentale, nè umanitario, ma politico, di diritti e dignità negati, di libertà soffocata da bombardamenti esterni, per volontà estranea alla tua, alla nostra causa, e che non si risolve con la visita di un re o di un presidente, ma si risolve con la resistenza.