La solidarietà con la Palestina è più necessaria che mai

da www.avante.pt | Traduzione di Marx21.it

palestina bandiera tramontoIntervista a Akel Tatz del Comitato Palestinese per la Pace e la Solidarietà

A margine della riunione del Consiglio Mondiale della Pace, svoltasi recentemente in Portogallo (link), “Avante” (settimanale del Partito Comunista Portoghese) ha intervistato Akel Taqz, rappresentante del Comitato Palestinese per la Pace e la Solidarietà

La lotta dei prigionieri palestinesi è emersa con ogni evidenza negli ultimi mesi. E’ stata valorizzata nel contesto della rivendicazione più generale del popolo palestinese?

Si, chiaramente. Esistono circa cinquemila prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, tra cui anche malati, quasi 300 minori di età e molte donne. 25 prigionieri soffrono di cancro e alcuni dei detenuti sono morti a causa della mancanza di assistenza medica.


Il lungo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi, in particolare quello effettuato da Samir Issawi, che ha sostenuto più di 300 giorni di lotta, e che è stato seguito da altri che con lui condividono il medesimo inferno, ha dimostrato che questa materia deve stare nell’agenda della comunità internazionale. Le condizioni a cui sono soggetti i prigionieri palestinesi, come la loro permanenza in prigione senza la formalizzazione di accuse, senza essere ascoltati da nessun tribunale, non possono continuare e meritano un ampio e crescente ripudio globale.

I palestinesi, da soli, non possono cambiare questa situazione. Solo la pressione delle istituzioni e degli organismi internazionali su Israele, insieme alla solidarietà delle organizzazioni di difesa dei diritti umani, della pace e della causa palestinese, sarà capace di imporre cambiamenti sostanziali.

Ma come questa lotta si combina con la questione di fondo della conquista di uno Stato indipendente da parte della Palestina?

Esistono risoluzioni delle Nazioni Unite sulla creazione di uno Stato palestinese, varie prese di posizione dell’ONU in cui si riconosce la legittimità e la giustezza della nostra causa, molte votazioni che condannano gli insediamenti coloniali, l’occupazione illegale dei nostri territori da parte di da parte di Israele. L’ammissione della Palestina come Stato-membro da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU è stato un colpo per la politica di Israele, sempre appoggiata diplomaticamente e militarmente dagli USA.

Ma ciò che la storia dimostra è che Israele non rispetta e non ha mai rispettato alcuna di queste risoluzioni. Al contrario, ha permanentemente violato i più elementari principi del diritto internazionale.

In questo contesto, e anche in quello della lotta dei prigionieri palestinesi incarcerati da Israele, pensiamo che la pressione internazionale, la presa di coscienza dell’opinione pubblica e la sua mobilitazione per un’iniziativa solidale, possono contribuire in modo decisivo a fermare Israele e a far valere i diritti della Palestina.

Stiamo assistendo a una crescente aggressività da parte di Israele. E’ tale orientamento il grande ostacolo alla pace?

La politica sionista di aggressione al popolo palestinese viene mantenuta fin dalla creazione dello Stato di Israele, sempre appoggiata dagli Stati Uniti.

Nel 1947, l’ONU ha approvato la divisione della Palestina in due stati. Israele ha impedito la loro realizzazione. Nel 1967, Israele ha occupato altri territori palestinesi, compresa Gerusalemme e i monti Golan in Siria. Nel 1982, ha invaso il Libano, ha espulso l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, e fino all’anno 2000 è rimasta nel Sud di questo paese. Nel 2006, ha di nuovo attaccato il Libano, e nel 2007 ha imposto il blocco alla Striscia di Gaza, e, in seguito, ha scatenato diverse offensive militari nel suo territorio. La costruzione di insediamenti coloniali avanza in modo inarrestabile, e in Cisgiordania è stato eretto un muro di separazione lungo chilometri. Sono state saccheggiate le riserve di acqua dei palestinesi. Cos’è che vuole Israele con tutto questo?

L’obiettivo è non consentire la costituzione di uno Stato palestinese, impedendo, così, la risoluzione pacifica del conflitto con la coesistenza di due stati sovrani. E’ per questo che abbiamo messo in guardia la comunità internazionale del fatto che il tempo si sta esaurendo, della realtà che Israele sta distruggendo, sul terreno, una soluzione giusta.

Per questa strada, non solo non ci sarà la pace tra palestinesi e israeliani, ma in tutto il Medio Oriente. Il conflitto nella regione si perpetuerà. Occorre costringere Israele a fermarsi, in caso contrario andrà avanti con il progetto sionista di segregazione e rimozione dei palestinesi, di consolidamento di un territorio esclusivamente ebraico dove non c’è posto per i palestinesi. Si noti che, attualmente, i due terzi dei palestinesi già si trovano tra i rifugiati.

Se gli USA e l’UE non cambieranno la loro politica nei confronti di Israele, le guerre, i massacri, continueranno. Non è questo che vogliono i popoli della regione. Ritengo che la maggioranza si rifiuti di continuare a soffrire le conseguenze della politica di uno Stato che, nel corso di decenni, ha rappresentato uno strumento dell’imperialismo nel Medio Oriente.

Vede con speranza l’esplosione di movimenti sociali in Israele?

E’ evidente che hanno un ruolo positivo. Ma dobbiamo essere realisti. Le proteste in Israele non sono concentrate sulla questione della pace e della causa palestinese. Sono esplose a causa dei gravi problemi sociali ed economici che affliggono i ceti popolari. D’altro canto, non possiamo dimenticare che le ultime elezioni dimostrano che gli israeliani votano partiti sempre più estremisti, che l’esito delle urne spinge sempre più a destra.

Vediamo, allo stesso modo, che il movimento della pace e le forze progressiste e democratiche di Israele, lo stesso Partito Comunista di Israele, non hanno ancora tra la popolazione la forza che vorrebbero e per cui stanno lavorando. La maggior parte dei loro sostenitori è costituita da arabi-israeliani. In tale quadro, cambiamenti radicali a breve termine sono improbabili.

Inoltre, osserviamo con grande apprensione i cambiamenti verificatisi in alcuni paesi arabi e la rimozione della questione palestinese come elemento centrale nella loro agenda politica. La NATO e gli USA hanno distrutto l’Iraq. Dopo, hanno distrutto la Libia. Ora stanno distruggendo la Siria e trascinando il Libano nel conflitto in quel paese. Vale a dire, le nazioni che sempre hanno svolto e potrebbero continuare a svolgere un ruolo significativo nella risoluzione della questione palestinese e nell’appoggio alla nostra lotta, sono diventate il bersaglio di aggressioni e sono immerse in problemi interni.

Questa è stata, davvero, una parte importante della strategia delle forze imperialiste. Mantenere le nazioni che appoggiano la nostra causa coinvolte in guerre, obbligandole a non dare priorità alla questione palestinese. I paesi arabi del Golfo sono controllati dall’imperialismo e subordinati alla sua strategia.

Per questo insisto sul fatto che il popolo palestinese non riuscirà ad affrontare l’assedio senza la solidarietà internazionale in difesa dei diritti dei palestinesi come fattore fondamentale.