La guerra che nessuno vuol far finire

di Gian Paolo Calchi Novati | da il Manifesto

siria-esecuzioni-guerraLa guerra in Siria fa paura a tutti ma nessuno sembra interessato ad adoperarsi almeno per tentare di farla finire. C’è chi vuol far vincere Assad e chi sostiene i ribelli con armi e (quelli più ipocriti) con aiuti «non letali» o con appelli metapolitici. Il contesto è sempre quello della guerra.

Anche coloro che nei discorsi della domenica affermano con compunzione e apparente buona fede che la guerra può solo distruggere dove e quando, comunque, c’è da costruire, conciliare, ricucire e correggere torti e ingiustizie, dal lunedì in poi riprendono la loro trama bellica. Magari si spaventano un po’ di più se qualcuno instilla il sospetto che le armi arrivano nelle mani sbagliate. Ma è difficile cambiare registro per chi, anche il probo Obama, è convinto che la guerra contro Gheddafi è stata una buona scelta e un grande successo. Hollande ha voltato pagina pressoché su tutto ma sulla Libia e la Siria è più sarkosiano del suo predecessore all’Eliseo.

È sorprendente e triste che la sinistra sia indistinguibile dalla destra su tutti i travagli della Periferia del sistema mondiale: il Sud questo sconosciuto. La guerra ha sostituito la diplomazia e il governo italiano non fa certo eccezione, in Siria come nel Sahel.

Lo si espliciti o no apertamente, la Libia è il precedente per antonomasia. Purtroppo – questo è il passo successivo del ragionamento al massimo della sofisticazione che è permessa – la Siria non è la Libia, Bachar el-Assad non è Muammar Gheddafi e soprattutto la Siria confina con Israele, il Libano, la Turchia e l’Iraq. L’Iran e l’Arabia Saudita non hanno un confine comune con la Siria ma è come se l’avessero e non sono disposti perciò a restare fuori della guerra.

Supponendo che nella guerra civile siriana – oltre, ovviamente, alle pesantissime e mai dimenticabili motivazioni interne – si facciano sentire i riverberi di instabilità, gli interessi e i rancori, e le vere e proprie crisi che proiettano sulla Siria i teatri collaterali, la logica vorrebbe che queste concause regionali fossero affrontate con spirito costruttivo per dare un contributo, questa volta sì benefico, a stemperare se non a risolvere il dramma siriano.

Invece, anche senza fare una panoramica di chi fra Netanyahu, la Guida suprema, Erdogan, l’emiro del Qatar, Hizbollah e Hamas, i sunniti e gli sciiti, per non parlare di al-Qaida, ha più colpe, la tendenza prevalente di tutti, protagonista o co-protagonista, è di soffiare impunemente sul fuoco in una gara in cui prevale l’irresponsabilità. La sola notizia, voce o possibilità di un prossimo negoziato diretto fra Stati Uniti e Iran sul nucleare e verosimilmente gli altri punti del contenzioso ha suscitato tante reazioni negative, anzitutto di Israele, da convincere entrambe le parti a una smentita. Come dire: se guerra deve essere, che guerra sia. Molte resistenze stanno frenando anche la convocazione della conferenza voluta dall’Onu sulla creazione di un’area denuclearizzata nel Medio Oriente che dovrebbe essere ospitata dalla Finlandia.

Il lato che ha ceduto per primo è quello fra Siria e Turchia. Il governo turco ha rovesciato la dottrina dello «zero problemi con i vicini» inaugurando una politica d’attacco su molti fronti. Le dimensioni esatte del nuovo corso non sono ben definite. Il rapporto a distanza con l’Arabia Saudita oscilla fra la convergenza e la concorrenza. Il mezzo asse Ankara-Teheran non si è spezzato perché il petrolio iraniano è troppo importante per l’economia turca ma prima o poi verrà l’ora della verità. Non è nemmeno chiarissimo se Erdogan e il suo ministro Davutoglu, che hanno avuto per qualche anno il merito di puntare tutto sulla diplomazia, sia pure attiva e sovraesposta, anche per far rimpiangere all’Europa di aver sbarrato le porte alla Turchia, si vogliano riproporre a Bruxelles, nei fatti a Parigi e Berlino, come avamposto «a est dell’Occidente» invece di perseguire la posizione «a ovest dell’Oriente» che sembrava il loro segreto. La questione siriana per tutto questo è un fattore di disturbo non da poco.

Ripercussioni forse anche più minacciose si sono avute in Libano, che, come si sa, la Siria considera poco più di una sua dipendenza. Il governo e le forze politiche del Libano quando serve (non solo gli sciiti ma anche alcune famiglie maronite) si appoggiano a Damasco ma non manca mai chi, dentro o fuori questo strano insieme libano-siriano, decide più conveniente alzare il tiro. È così che scoppiano le autobombe, di solito contro obiettivi eccellenti.

Le Primavere arabe possono dare moltissimo ma non si può chiedere a un processo di transizione epocale di essere, finché è in corso, un fattore di stabilità. Il cambiamento è ovviamente una ricerca che attenta agli equilibri che i passati regimi garantivano con la loro sola esistenza.

L’Egitto si sente autorizzato a pronunciarsi sul segmento di Medio Oriente che comprende la Palestina e la stessa Siria. Il presidente Mursi condanna la repressione scatenata da Assad ma si distingue perché cerca di scongiurare un’internazionalizzazione selvaggia del conflitto. C’è qualcuno disposto a dare ascolto alla ragione? È qui che si misurerà la maggiore o minore sincerità dei favori fin troppo generalizzati che hanno accompagnato l’avvento dei nuovi governi nel Nord Africa.