La farsa elettorale in Libia

da solidarite-internationale-pcf.over-blog.net

libia-elezioni-01Traduzione dal francese di Massimo Marcori per Marx21.it

Le elezioni che si sono svolte in Libia il 7 luglio sono state presentate come una vittoria della “democrazia”. I risultati proclamati il 18 luglio darebbero la vittoria a quelli che i media occidentali chiamano i “liberali”.

Una farsa elettorale difficile da accettare dopo un anno di una guerra cruenta, di un cinico intervento che è sfociato in primo luogo con la divisione della torta petrolifera tra le grandi compagnie occidentali.

Una farsa mal riuscita dato che quasi la metà della popolazione ha disertato questo “scrutinio storico” e che la confusione era massima tra gli elettori su persone, ideologie, attori esterni dietro ai quattro partiti ufficialmente autorizzati a concorrere. Mentre la scena politica è stata depurata da ogni residuo del passato regime, nessuna forza progressista è potuta sorgere all’ombra dell’intervento occidentale, e circa 120 deputati su 200 sarebbero degli “indipendenti”, dall’identità politica ancora poco chiara.

Dopo 60 anni di regimi autoritari, in un paese immenso ma sottopopolato e dominato da relazioni di tipo tribale, la società civile è quasi inesistente e la vita politica assente.

Uno scenario politico totalmente confezionato dagli occidentali

L’idea che una “democrazia” all’occidentale potesse essere importata in Libia in meno di un anno, appare più come una costruzione ideologica destinata a legittimare la realtà di uno scenario politico libico confezionato dagli occidentali che altro. Nello stesso modo in cui le grandi potenze europee e americane hanno edificato di sana pianta un CNT composto da vecchi gheddafisti di alto rango, da personaggi liberali esiliati che collaboravano con le grandi potenze e da una base islamista militante, esse hanno creato uno scenario politico al loro servizio.

Le elezioni del 7 luglio non sono servite che a formalizzare questo stato di cose, a ricomporre o più precisamente a comporre una vita politica al servizio dell’imperialismo occidentale.

I media occidentali hanno avuto difficoltà a distinguere le quattro forze in campo tanto i loro punti di convergenza apparivano manifesti e difficilmente dissimulabili: ultraconservatorismo islamico sul piano sociale, adozione del liberalismo economico, politica estera filo-imperialista.

La differenza tra le diverse forze presenti non può trovarsi né nella sfumatura delle loro posizioni, né nella contiguità del loro legame con l’imperialismo occidentale. I media hanno tentato di costruire una linea di frattura artificiosa tra “liberali” e “islamisti”. 

Gli “islamisti” libici: alleati assai comodi nella lotta per smembrare la Libia

Dal lato degli islamisti, troviamo il Partito al-Watan del signore della guerra Abdelhakim Belhadj e del religioso Ali al-Sallabi, uscito dal gruppo terrorista islamico Gruppo islamico combattente in Libia. Belhadj, combattente anticomunista nella guerra sovieto-afghana al fianco dei talebani, è stato a partire dalla fine degli anni 1990 un membro attivo di Al Qaida, implicato in numerose operazioni terroriste in Europa. Quanto ad Al-Sallabi, teologo formato in Arabia Saudita e in seguito esiliato in Qatar, ha giocato il ruolo di intermediario tra la ribellione islamista e i finanziatori provenienti dalle monarchie assolute del Golfo, Qatar in testa.

Gli occidentali hanno dato prova di benevolenza per le attività del gruppo islamista di Belhadj negli anni ’90, così come nella guerra civile a cui presero parte all’inizio del 2011.

Oltre al Partito della patria, si trova la sezione libica del movimento islamista dei Fratelli Musulmani, il Partito della giustizia e dello sviluppo. Attivi dopo l’Egitto, i Fratelli Musulmani associano ad un intenso attivismo sociale una visione economica e politica reazionarie.

Quanto alle loro relazioni con l’imperialismo occidentale, queste sono ambigue e sottoposte a rivolgimenti tattici. Esse hanno trovato molteplici convergenze nel passato, soprattutto nella lotta contro i movimenti nazionalisti, laici e comunisti arabi.

Le formazioni “islamiste” sono servite soprattutto da comodo spauracchio per valorizzare i sedicenti partiti “liberali”.

I “liberali” libici: formazioni create in tutta fretta per servire le potenze occidentali

Pure di basi islamiste sono i sedicenti “liberali”, legati in particolare da tempo o dall’inizio della guerra civile in Libia agli imperialisti sia americani sia europei. Vecchio alleato degli Stati Uniti è il Partito del Fronte Nazionale, localizzato nell’est del paese ricco di risorse petrolifere e uscito dall’ex Fronte Nazionale per la salvezza della Libia (FNSL). Il FNSL fu durante gli anni 80 il braccio armato degli Stati Uniti contro il regime di Gheddafi. Dopo il fallimento di numerosi tentativi di colpo di stato, il movimento si ritirò verso un esilio dorato, con sede, in effetti, negli Stati Uniti.

Tuttavia, l’imperialismo occidentale non poteva contare solo su tale forza composta da dissidenti in esilio e da golpisti in pensione.

E’ questa la ragione della creazione dell’Alleanza delle forze nazionali, un movimento uscito falsamente dalla società civile, in realtà confezionato con discrezione dagli Stati Uniti.

L’Alleanza delle forze nazionali difende la sintesi di un islamismo conservatore e di un ultraliberismo economico, la garanzia di una stabilità sociale al servizio degli affari realizzati dagli investitori stranieri.

Questa formazione creata in tutta fretta ha trascorso tutta la sua campagna a calpestare l’immagine stessa che le volevano attribuire i media occidentali: quella di una forza liberale, laica e progressista. Essa è stata la prima ha sostenere l’instaurazione della Sharia come base del diritto, rivendicando l’attributo di liberale solo a livello economico, con la posizione assunta di una massiccia politica di liberalizzazioni e privatizzazioni.

Il suo leader, Mahmoud Jibril, è direttamente legato alle manovre americane. Formatosi negli Stati Uniti, i suoi contatti con i servizi segreti americani sono un segreto di pulcinella. Nel 2009, Wikileaks ha pubblicato un telegramma dell’ambasciatore americano che lo definiva “un interlocutore serio che comprendeva la posizione americana”.

Bisogna ricordare che egli fu anche vicino al clan Gheddafi nell’ultimo periodo, uno degli artefici della svolta liberal-autoritaria degli anni 2000. Nominato da Saif-al Islam a capo dell’Ufficio dello sviluppo economico nazionale, aveva dato impulso ad una nuova politica di privatizzazioni, ispirato direttamente dai precetti del FMI e della Banca Mondiale.

L’evoluzione della situazione in Libia, la distruzione di una nazione e la ricomposizione di una vita politica interamente sottomessa ai diktat dell’imperialismo occidentale, impongono la più grande vigilanza e a manifestare un’opposizione ferma e senza ambiguità alle manovre belliciste nei confronti della Siria e dell’Iran.