Le mappe inconfessabili di Kiev

di Fabio Mini

da il fatto quotidiano 23 aprile 2022

A SENSO UNICO Delle operazioni russe – fallimentari, è ovvio – sappiamo luogo e nomi dei generali. Di quelle ucraine nulla. Svelerebbero la massa di armi fornite dagli Usa dal ’94. E una catena di comando a croci uncinate

Dopo due mesi di guerra, le mappe delle operazioni che ci vengono generosamente offerte dall’ucraina o dal Pentagono (sono le stesse) sono ancora semi mute. Parlano delle zone conquistate o perdute dagli ucraini, ma non dicono dove e quali sono le forze impiegate. Gli stessi esperti internazionali si sprecano nell’indicare numero, livello e posizione delle forze russe, ma non dicono dove sono quelle ucraine. È sempre più evidente che le cosiddette “mappe delle operazioni” che appaiono sui nostri televisori vogliono presentare una situazione surreale nella quale esiste soltanto un attore irresponsabile. Le mappe dei tecnici e degli “esperti”, più dettagliate, sono sullo stesso livello e, senza indicare nessuna unità ucraina, tendono a presentare come brutali e criminali le operazioni russe riuscite e “fallite” quelle che non si sono svolte come da loro stessi anticipato, previsto, auspicato e sognato. È chiaro l’intento di disinformare facendo riferimento a una sola parte, ma è legittimo il “sospetto” che si voglia aumentare la propria credibilità con numeri sempre rigorosamente dispari (prima regola della manipolazione: i numeri pari non sono credibili) e precisando gli identificativi dei reparti russi in combattimento, nomi e cognomi dei comandanti e delle loro famiglie.

Del resto gli hacker hanno già compilato le liste di proscrizione su 120.000 soldati russi ricavate dalle liste di leva e nemmeno aggiornate. Se fossimo sicuri che gli ucraini leggono i nostri giornali e guardano le nostre televisioni dovremmo aspettarci ringraziamenti per questa partecipazione attiva più di quanto dovrebbero fare (ma non fanno) per l’invio di armi. Un altro legittimo sospetto che nasce dalle mappe semi mute è che il motivo dell’omissione non sia soltanto una misura di sicurezza operativa: in ogni guerra, a partire da quella di Troia, gli Stati maggiori non sono mai arrivati ad “ammutolire” completamente la rappresentazione delle forze contrapposte. La ragione vera può invece stare al livello superiore a quello militare e locale. E qui sicurezza operativa e censura sono obbligate non tanto per evitare l’effetto sull’avversario quanto quello sul proprio fronte interno e su quello esterno degli alleati e simpatizzanti. Nel lanciare l’invasione, la Russia per bocca del suo presidente ha indicato subito, fra gli altri (i.e. neutralità e non adesione alla Nato), gli obiettivi strategici di demilitarizzazione e denazificazione dell’ucraina. Entrambi non riguardano la popolazione “civile”, ma chi combatte: militare, paramilitare, civile, volontario o obbligato, a contratto o a gratis. Potrebbero sembrare parole ovvie, retoriche o sibilline a chi partecipa agli eventi da lontano, con bibita e pop corn in mano non sapendo cosa succede e perché; ma chi le ascolta e valuta in base a quello che sa ha un’impressione diversa. Zelensky le ha infatti prese molto sul serio perché sa a cosa e chi si riferiscono. Le grandi mappe dell’ucraina che gli hanno mostrato i suoi stati maggiori quando ha assunto la carica nel 2019 e quelle mostrate dal Pentagono nel 2021, e successivamente dagli inviati della Nato e della Ue comprendevano tutte le risorse disponibili e quelle che si sarebbero rese disponibili in caso di guerra.

In particolare, le carte dell’intelligence politico-militare indicavano chiaramente chi era nel mirino dei russi. Se nei giorni precedenti l’invasione il presidente Zelensky ostentava sicurezza e giocava al ribasso nel giudizio sulle intenzioni dei russi e se addirittura durante i primi giorni di conflitto intendeva trattare su tutto, non era soltanto perché era stato convinto che i russi stavano bluffando, o che avrebbe ricevuto il sostegno militare necessario alla vittoria, ma perché era certo che nessuno dei suoi alleati e sostenitori avrebbe sindacato su quante e quali forze avrebbe messo in campo. Tuttavia proprio quelle mappe avrebbero avuto un effetto disastroso sull’immagine del presidente eroe e dell’ucraina democratica sottoposti a una invasione illegale e immotivata. L’annunciata demilitarizzazione russa si riferiva in particolare a tutte le forze armate regolari e irregolari, a tutte le armi fornite negli otto anni precedenti dagli americani e dalla Nato e significava render conto del fiume di denaro ricevuto dall’ucraina a partire dal 1994. La denazificazione si riferiva a tutte le forze e le istituzioni controllate dagli estremisti ultranazionalisti e neonazisti, ai contractor pagati dal Pentagono e dagli oligarchi. Il presidente Zelensky non poteva e non può permettersi di mostrare in una mappa qualsiasi nessuna di tali forze e se volesse farlo non glielo permetterebbero proprio coloro che da vent’anni hanno puntato sull’ucraina per fottere la Russia e l’europa. Cancellando dalle mappe operative gli obiettivi della demilitarizzazione e della denazificazione sarebbe rimasto di “presentabile” soltanto ciò che riguardava i russi: esattamente ciò che si vede da due mesi. Le parole demilitarizzazione e denazificazione hanno fatto entrare in tilt anche l’europa e la Nato. La demilitarizzazione dell’ucraina porterebbe allo scoperto e al fallimento l’intensa attività di militarizzazione di quel Paese svolta dalla Nato e dall’europa e renderebbe inutile lo sforzo di completare la militarizzazione dell’intero continente: un cuscinetto neutrale e disarmato in Ucraina, oltre a essere contagioso, impedirebbe il riarmo europeo chiesto e ottenuto dagli Stati Uniti. Per questo ogni trattativa in tal senso deve essere bloccata.

Ma ancora più devastante sarebbe la denazificazione. Se sulla mappa dell’ucraina si applicassero i simboli filonazisti che normalmente usano i miliziani dell’azov, e non solo, in corrispondenza delle più alte sfere di governo e parlamentari, della classe politica, finanziaria e imprenditoriale, degli enti paramilitari, di polizia e civili fino ai sindaci e capi villaggio che pretendono di essere nazionalisti ma che in realtà sono sotto il controllo di gruppi e individui neonazisti, la carta geografica dell’ucraina sarebbe disseminata di croci uncinate e simboli simili. E se gli stessi simboli si applicassero sulle mappe dell’europa, della Nato e degli Stati Uniti in corrispondenza di governi, gruppi e individui ultranazionalisti, guerrafondai, maccartisti, intolleranti, razzisti, sovranisti, primatisti, nazifascisti e seminazisti la nostra presunzione collettiva d’innocenza, libertà e democrazia cadrebbe assieme a quella dell’ucraina e in modo ancor più rovinoso. E allora dobbiamo renderci conto che Zelensky ha ragione: l’ucraina è Europa, è Nato e insieme dobbiamo combattere fino all’ultima goccia di sangue perché le mappe continuino a essere semi mute. Dai poli all’equatore.