L’Arte della Guerra Ibrida e la Storia che non è possibile scrivere

di Maria Morigi

Nei conflitti moderni le guerre formalmente dichiarate non esistono più. Lo scontro avviene attraverso ogni strumento possibile: da quello diplomatico a quello informativo passando per la manipolazione del mercato azionario. La guerra non è più fatta da personale “in divisa”, poiché assume dimensioni dove il ricorso alle armi convenzionali è solo l’ultima ratio. I mezzi politici – propaganda, disinformazione, spionaggio e sabotaggio – sono oggi le armi delle guerre che mirano ad indebolire le strutture statali, la fiducia nel sistema, creare disordini pubblici.

In passato la divisione in blocchi e il possesso di arsenali nucleari aveva congelato la possibilità di scontri. I contendenti globali (Usa/Nato e Urss/Patto di Varsavia) si sono così affrontati in Paesi terzi (Medio Oriente, Africa, America Latina, Estremo Oriente) perseguendo ognuno gli obiettivi strategici di indebolimento/ collasso dell’avversario tramite i rispettivi servizi segreti e una rete di organizzazioni non combattenti a supporto degli attori locali. Niente di nuovo perché già nella Prima Guerra Mondiale esistevano unità speciali d’assalto impiegate in azioni di sabotaggio dietro le linee. E anche nella seconda Guerra Mondiale le formazioni partigiane furono uno degli strumenti dei Paesi Alleati per colpire la retroguardia dell’Asse e preparare il terreno ad operazioni militari.

I conflitti nei Balcani, Cecenia, Iraq hanno insegnato. La “scuola americana” per la Hybrid Warfare nasce proprio negli anni ’90. Nel 2002 William J. Nemeth pubblica la tesi “Future War and Chechnya”, dove spiega come i germogli della guerra ibrida siano stati utilizzati in maniera vincente da parte delle forze separatiste cecene, così come lo stesso prototipo di guerra ibrida fu messo in pratica in Iraq da attori non governativi. La scuola americana ha identificato per prima la tendenza a una guerra ibrida intesa come multidimensionale, analizzando appunto i casi vincenti di insurgency della Cecenia e dell’Iraq, ma anche valutando gli aspetti difensivi di questa tendenza, come nel caso dello scontro tra Israele ed Hezbollah. Nella teoria americana tale guerra multidimensionale poggia su alcuni pilastri: attori coinvolti (mercenari, terroristi, agenti domestici, criminali), mezzi (armi convenzionali, armi sperimentali, mezzi tecnologici di uso comune), tattiche (azioni convenzionali, legittime, illegittime, guerriglia, terrorismo, propaganda diversificata, camuffamento) e moltiplicatori (guerra psicologica, di informazione e informatica, sfruttamento delle reti sociali, estorsione, cyberterrorismo), finanziamenti (di fonte legale e illegale).

Nel 2010 il Quadrennial Defense Review del Pentagono è il primo documento strategico ufficiale adottato dell’amministrazione Obama che offre risposte in merito a questioni di sicurezza, concentrato soprattutto su quali saranno i nemici e quali forme di conflitto verranno scelte dagli Stati Uniti. L’occidente, vincitore della Guerra Fredda, ha dunque sfruttato ampiamente – per raggiungere obiettivi di politica estera -metodi di Hybrid Warfare utilizzando come strumenti bellici ciò che era offerto dal sistema capitalista: sanzioni economiche, dazi, embarghi, svalutazioni di monete nazionali, penetrazione culturale, attività finanziaria di società operanti nelle borse mondiali, o di Organizzazioni Non Governative. Il fine strategico è del tutto simile, come vedremo, a quello delineato dalla dottrina russa o cinese.

La Russia si è occupata del tema della Guerra Ibrida nel 1995, quando il generale M. A. Gareev pubblica il saggio “Se la guerra arriva domani?: I contorni del futuro conflitto armato” che contribuisce a lanciare la visione del warfare russo verso una Political Warfare, o Guerra Ibrida. Egli sposta il classico concetto di “difesa di profondità” che si basa sulla distanza fisica tra gli opponenti, verso una Information Warfare, che però ha un’accezione diversa rispetto a quella occidentale essendo prettamente strategica. Il generale Gareev, cioè, preconizza che le guerre del futuro saranno condotte anche e soprattutto sul piano della propaganda e quindi non più conflitti aperti e dichiarati che implicherebbero una difesa convenzionale. Si ipotizza una provocazione costante, attuata su più fronti per fratturare il tessuto sociale avversario, la sua economia, la sua sicurezza e capacità di controllo politico. Una guerra “indiretta” e “invisibile” fatta di “attacchi di precisione senza contatto diretto contro uno Stato e i suoi sistemi di controllo militari, le sue comunicazioni, la sua economia”.

Anche in Cina viene teorizzata la nuova Guerra Ibrida dai generali cinesi Wang Xiangsui e Qiao Liang nel saggio scritto nel 1999 “Guerra senza limiti” in cui si esprime la base filosofica della cultura confuciana. Nasce così la teoria di una guerra che stravolge i canoni convenzionali, ma che sembra l’unica modalità possibile, per la Cina, di contrastare la superpotenza degli Stati Uniti.

A febbraio del 2013 Valery V. Gerasimov, capo di Stato maggiore della Difesa di Mosca,pubblica l’articolo “The value of science is in the foresight: new challenges demand rethinking the forms and methods of carrying out combat operations” che dettaglia il modello di Hybrid Warfare messo a punto da Gareev aggiungendo componenti diplomatiche, pressione economica, politica e ingerenze non militari. Secondo Gerasimov l’aspetto politico incide maggiormente nella guerra di nuova generazione ed è grazie a questo che compaiono i corpi paramilitari e le Pmc (Private Military Companies).

La Hybrid Warfare oggi amplia gli strumenti con l’introduzione dell’uso strumentale dei media di ogni livello e dei social network, l’azione delle istituzioni culturali e di attori di alto profilo nel campo dell’ecologia, la guerra psicologica e lo spionaggio. Ad esempio le ondate migratorie provocate funzionano come strumento ricattatorio e gettano discredito sui Paesi che le bloccano o tentano di farlo, inoltre le insistenti accuse di genocidio trovano scandalizzati spettatori ma sono anche “reversibili” come fake e forme di negazionismo.

Relativamente alla guerra in corso in Ucraina, non entro in una materia su cui autorevoli commentatori hanno espresso giudizi che condivido, tuttavia mi limito ad osservare quanto sarà difficile in futuro il lavoro degli storici per orientare e dire una parola definitiva sugli aspetti di un conflitto complicato da incognite ibride e sfuggenti. Purtroppo ciò riguarda tanti frammenti della Storia contemporanea – dal genocidio degli Armeni, alla questione Foibe, per arrivare alla strage di Srebrenica e alle accuse di genocidio degli Uiguri in Xinjiang – in cui lo storico non riesce a collocarsi super partes semplicemente perché manca di documenti/strumenti oggettivi di indagine e la sua posizione verrà classificata e accusata dai media come sospetta visione di parte politico-ideologica.

La vittoria finale sarà dunque quella dei media, dell’imbonimento collettivo e delle tifoserie?… Tragicamente impensabile una vittoria dell’obiettività storica?

Fonti:

Emanuela C. Holgersson “Sulle tracce del modello russo di guerra ibrida: dall’epoca sovietica al political Warfare in Ucraina” IST. Gino Germani di Scienze sociali e Studi strategici, https://fondazionegermani.org/wp-content/uploads/2019/12/HOLGERSSON-Sulle-tracce-del-modello-russo-di-guerra-ibrida.pdf; Andrea Carati “Hybrid wars: Obama e le nuove forme della guerra” ISPI https://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/pb_170_2009_0.pdf

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