La mezza sconfitta di Narendra Modi e il ruolo dei comunisti nella politica indiana

di Giulio Chinappi

da https://giuliochinappi.wordpress.com


Le elezioni legislative in India hanno visto una perdita di consensi per il partito del Primo Ministro Narendra Modi, le cui politiche sulle questioni etniche e religiose sono state bocciate dalle minoranze, mentre i vari partiti comunisti cercano di ricamarsi un ruolo nel fronte di opposizione.

Tra il 19 aprile e l’1 giugno 2024, l’India ha organizzato il lungo processo delle elezioni legislative per eleggere i 543 membri della Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento indiano. Questa tornata elettorale, che si è svolta in sette fasi, è stata la più grande nella storia, coinvolgendo oltre 968 milioni di elettori su una popolazione di 1,4 miliardi di persone. Con una partecipazione di 642 milioni di elettori, pari al 64.2% degli aventi diritto, l’affluenza alle urne ha registrato un dato significativo: 312 milioni di donne hanno votato, rappresentando la più alta partecipazione femminile mai registrata. Questo incremento nella partecipazione femminile è stato accolto positivamente come un segnale di crescente inclusività e coinvolgimento delle donne nella vita politica del Paese.

Contestualmente alle elezioni generali, si sono tenute anche le elezioni per le assemblee legislative negli Stati di Andhra Pradesh, Arunachal Pradesh, Odisha e Sikkim, oltre a elezioni suppletive per 25 seggi in 12 assemblee legislative. Questa sovrapposizione di competizioni elettorali ha aggiunto complessità al processo, ma ha anche dimostrato la capacità dell’India di gestire simultaneamente più elezioni su larga scala, in quella che, numeri alla mano, può essere considerata come “la più grande democrazia del mondo”.

I risultati, annunciati il 4 giugno, hanno portato alla formazione della 18ª Lok Sabha, con un verdetto che ha sorpreso molti analisti. Il Bharatiya Janata Party (BJP), guidato dal Primo Ministro in carica Narendra Modi, ha infatti subito una significativa perdita di seggi, non riuscendo a mantenere la maggioranza assoluta che aveva ottenuto nelle elezioni del 2014 e del 2019. Con solo 240 seggi ed una perdita di 63 deputati rispetto alla precedente legislatura, il BJP è rimasto ben al di sotto della soglia di 272 seggi necessari per una maggioranza autonoma. Tuttavia, la coalizione National Democratic Alliance (NDA) di cui il BJP fa parte, ha ottenuto 283 seggi, permettendo così a Modi di rivendicare la formazione del prossimo governo con il sostegno di un nugolo di formazioni minori, spesso legate alla politica locale di alcuni Stati indiani.

La coalizione di opposizione, denominata Indian National Developmental Inclusive Alliance (INDIA), guidata dallo storico partito di centro-sinistra, l’Indian National Congress (INC), ha ottenuto invece 235 seggi, superando di gran lunga le previsioni dei sondaggi, che la vedevano in netto svantaggio. Il principale partito della coalizione, l’INC, ha vinto 99 seggi, confermandosi come la principale forza di opposizione, con un netto incremento rispetto ai soli 52 deputati della precedente legislatura. Questo risultato ha segnato una svolta significativa nella politica indiana, dove il BJP ha dominato per un decennio.

All’interno della coalizione INDIA, poi, figurano anche i diversi partiti comunisti e socialisti indiani, che avranno un ruolo importante da giocare all’interno dell’opposizione. Ci riferiamo in particolare al Partito Comunista d’India (Marxista), noto con l’acronomico inglese di CPI(M), che risulta essere la prima forza nel governo statale del Kerala e uno dei partiti nella coalizione di governo del Tamil Nadu. Il CPI(M) ha guadagnato un nuovo deputato, portando a quattro la propria rappresentanza nella camera bassa federale, invertendo la tendenza che lo aveva visto perdere seggi per tre elezioni consecutive, dopo il record di 43 deputati eletti nel 2004, e superando abbondantemente la soglia del milione di voti.

Ma i quattro deputati del CPI(M) non saranno i soli comunisti presenti nell’emiciclo di Nuova Delhi: a questi vanno infatti aggiunti i due deputati del Partito Comunista d’India (CPI), il deputato del Partito Socialista Rivoluzionario (RSP) e, per la prima volta, i due rappresentanti eletti tra le file del Partito Comunista d’India (Maxista-Leninista) Liberazione, noto con l’acronimo di CPI(ML)L. Tutti i nove deputati comunisti saranno inseriti all’interno della coalizione di opposizione, ed avranno un ruolo fondamentale per arginare le politiche di discriminazione etnica applicate sul fronte interno dal governo Modi a svantaggio di minoranze come quella dei Sikh.

A tal proposito, va segnalato che la campagna elettorale è stata segnata da diverse controversie. Il BJP ed il capo del governo sono stati criticati per l’uso di retoriche divisive e per la mancanza di azioni contro i discorsi di odio. Secondo molti, la forte perdita di consensi del BJP si deve proprio alle questioni riguardanti le politiche nei confronti delle minoranze etniche, mentre vige un certo consenso circa la politica estera volta al multipolarismo ed alla creazione di nuovi meccanismi di dialogo come i BRICS+, il che implica il mantenimento di buone relazioni con Russia e Cina.

Nel suo discorso post-elettorale, Narendra Modi ha dichiarato che il governo sarà formato dalla sua coalizione di centro-destra, ovvero dal BJP e dagli altri partiti che aderiscono al cartello NDA, ma analisti politici sottolineano che il BJP dovrà ora fare i conti con una coalizione che richiederà maggiore cooperazione e compromessi. Questo potrebbe portare a una politica più inclusiva e meno centralizzata, fornendo spazio per un’opposizione più forte e per un rafforzamento delle istituzioni democratiche del Paese. I comunisti indiani dovranno approfittare di questa posizione di debolezza del BJP per mettere in atto un’opposizione ancora più intransigente sulle questioni interne e sulle discriminazioni etniche e religiose.

Oltre alla popolazione Sikh, infatti, anche la comunità musulmana ha accolto con favore il risultato, vedendolo come un’opportunità per ridurre le tensioni religiose e promuovere una maggiore coesione sociale. La dura politica anti-islamica del governo di Modi aveva del resto già portato a serie ripercussioni per l’India, come quando le Maldive, Paese vicino all’India ma di religione musulmana, hanno deciso di operare una svolta con l’elezione di un presidente, Mohamed Muizzu, che preferisce le relazioni con la Cina a quelle con Nuova Delhi.

Per quanto riguarda Modi, il Primo Ministro indiano dovrebbe alla fine riuscire a confermare la sua posizione anche per la prossima legislatura, ma questa mezza sconfitta deve quanto meno far suonare un campanello d’allarme per quanto riguarda le politiche discriminatorie applicate in passato dal suo governo, che probabilmente rappresentano la principale ragione della sua perdita di consensi.

In un prossimo articolo approfondiremo ulteriormente le questioni riguardanti le elezioni negli Stati di Andhra Pradesh, Arunachal Pradesh, Odisha e Sikkim.

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