La Cina in fondo è ferma a Mao : sul mercato comanda la politica

di Guido Salerno Aletta

da Milano Finanza del 18 settembre 2021

Si ripete spesso, fin troppo, che la Cina guarda sempre molto avanti nel tempo, da Impero millenario qual è ancora, senza la fretta concitata che è invece tipica del mondo occidentale, ossessionato dal raggiungere risultati in tempi brevi. Forse non è così, perché quando nel 2000 gli Usa la fecero entrate nel Wto, potrebbero aver scommesso che indurla a ritmi di crescita incalzanti, tumultuosi e soprattutto prolungati nel tempo, sarebbe stato infine travolgente e fatale.

Potrebbe essere questa la premessa da cui partire, quando si cerca di capire che cosa stia accadendo in Cina in questi ultimi mesi, ed a che cosa si debba l’accavallarsi di subitanee quanto inattese decisioni che stravolgono l’assetto finora assai accomodante nelle relazioni tra il potere politico ed alcuni colossi imprenditoriali, nei confronti di grandi imprese che hanno fondato il proprio successo utilizzando internet o che fanno intrattenimento in rete.

Come se non bastasse, l’intera comunità finanziaria è col fiato sospeso di fronte alle difficoltà di Evergrande, un vero e proprio colosso non solo per le dimensioni finanziarie che palesa ma per le ramificazione di potere che cela. Chi, in Occidente, evoca la prospettiva di un fallimento, che potrebbe innescare una crisi finanziaria sistemica, analoga a quella derivata dall’insolvenza della Lehman’s nel 2008, non farebbe altro che pronosticare un esito che a termine è comunque segnato.

D’altra parte, i rapporti tra le grandi Potenze, così come l’evoluzione delle loro rispettive strategie, si snodano su tempi lunghissimi, e spesso danno luogo a repentini aggiustamenti interni per poter contrastare le dinamiche avverse. Occorre dunque agire tempestivamente, prima che sia troppo tardi .

Occorre dunque decifrare la strategia di contenimento della Cina a lunghissimo termine, con un orizzonte addirittura sessantennale, che gli Usa avrebbero adottato alla fine degli anni Novanta, quando decisero di spalancarle le porte del Wto, concedendole vantaggi competitivi inusitati ed ineguagliabili: in termini di inconvertibilità internazionale del remninbi, che la ponevano al riparo dalla necessità di stabilizzare gli avanzi commerciali con l’estero attraverso la rivalutazione compensativa e tanto meno di dover ricorrere alla svalutazione valutaria per essere competitiva; di trasferimenti tecnologici assolutamente gratuiti, che le avrebbero consentito di scalare agevolmente la catena del valore nella divisione internazionale del lavoro; di messa a disposizione di un mercato globale di sbocco sterminato, con i vantaggi riservati ad una economia in via di sviluppo che beneficiava di costi del lavoro inizialmente risibili; di accettazione del vincolo della maggioranza domestica nelle partnership aziendali. Davvero troppo.

Che tutte queste condizioni asimmetriche avrebbero straordinariamente favorito Pechino era una prospettiva ben nota a Washington, che aveva palesemente accettato uno sbilancio sbalorditivamente crescente nei saldi commerciali bilaterali. La curva che fu elaborata dalla US International Trade Commission per rappresentare il loro andamento nel periodo 1998-2058, ne delineava un peggioramento continuo ed addirittura progressivo fino al 2048, anno in cui il passivo avrebbe toccato il livello peggiore, con 649 miliardi di dollari. Da allora sarebbe iniziato un recupero tanto improvviso quanto iperbolico, tale per cui il disavanzo del 2060 sarebbe stato lillipuziano, di appena 41 miliardi di dollari: un ribaltamento inspiegabile e divinatorio, a meno di preconizzare un collasso improvviso della Cina, una sorta di catastrofe politica e sociale, prima ancora che economica e finanziaria, derivante dalla completa perdita di controllo del sistema. La crescita tumultuosa accumulata in decenni avrebbe fatto esplodere irrimediabilmente le contraddizioni intrinseche, determinando un processo distruttivo.

Questa ipotesi, maturata negli anni appena successivi alla implosione dell’Unione Sovietica, potrebbe aver introiettato ed enfatizzato i fattori che avevano portano alla disgregazione di quel sistema, estremamente rigido fino alla autoreferenzialità, incapace di adeguarsi fino al punto di sfinirsi per aver accettato la sfida letale che gli era stata lanciata dagli Usa sul piano della competizione globale.

D’altra parte, anche le relazioni geopolitiche tra l’Unione Sovietica e gli Usa si erano variamente snodate per cinquant’anni, a partire dal 1941, anno in cui la prima subì l’invasione nazista ed i secondi furono squassati dall’attacco giapponese a Pearl Harbour, divenendo così alleati contro le Potenze dell’Asse. E fu dopo vent’anni, nel 1961, con la crisi a Berlino e la costruzione del Muro, che il conflitto ormai conclamato trovò una sua iconica rappresentazione. Anche la crociata anticinese di Donald Trump, lanciata con lo slogan “Make America Great Again”, si è dipanata a cavallo del ventennale dell’ingresso della Cina nel Wto.

Le decisioni assunte in Cina in questi ultimi mesi potrebbero dunque essere lette in termini univoci, richiamandosi ad un duplice, concorrente obiettivo: ribadire la primazia assoluta della politica sul mercato, a cui viene concessa una libertà solo strumentale nel perseguirne gli obiettivi; ricondurre rapidamente alla disciplina quei soggetti imprenditoriali e quei settori economici e finanziari che hanno ritenuto di potersi autodeterminare quanto a modelli di sviluppo, facendosi forti dei grandiosi risultati raggiunti in termini di profitto e di ricchezza.

Anche nel caso di Evergrande, la questione è tutta politica: riguarda la dislocazione del potere e degli interessi pubblici e privati che vi si sono aggrovigliati nel tempo, a tutti i livelli. La alternativa secca, tra il fallimento dell’impresa ed il suo salvataggio con denaro pubblico, è una opzione economicista, cara a chi considera che le logiche del Mercato debbano comunque prevalere, ovvero possano trovare un contemperamento nella tutela dei terzi creditori, incolpevoli. La lentezza nel procedere non sarebbe né una manifestazione di incertezza, né tantomeno un sintomo di impotenza di fronte al citato dilemma: è invece nel processo di analisi e di correzione sistemica, non solo nell’individuare i corrotti ed i corruttori formalmente responsabili quanto nello snidare i beneficiari ultimi del sistema messo in piedi, che si gioca una partita che è innanzitutto di potere. Limitarsi all’alternativa tra il fallimento ed il salvataggio significherebbe abdicare.

Siamo di fronte ad una stretta di freni, in Cina. Prima che sia troppo tardi, il sistema politico sta deliberatamente delegittimando la pretesa autonomia del mercato e di coloro che agiscono in suo nome. Perché, in fondo, la funzione rivendicata a sé del Partito comunista cinese è sempre la stessa: quella del Grande Timoniere.