I numeri fanno la forza: da una popolazione numerosa ad aggregazione umana ed industriale

di: Francesco Maringiò per https://italian.cri.cn/

Da mesi oramai diversi analisti americani tracciano un quadro non roseo della congiuntura economica cinese. A gennaio scorso l’economista Paul Krugman ha firmato un articolo sul New York Times intitolato: “L’economia cinese è in grave difficoltà”, nel quale si afferma che «la Cina sta sperimentando una deflazione di tipo giapponese» e che «c’è motivo di credere che (…) stia entrando in un’era di stagnazione e depressione».

Questa visione è tuttavia smentita dai dati ufficiali dell’Ufficio di Statistica cinese e dallo stesso Fondo Monetario Internazionale che parla di una crescita percentuale che, anche quest’anno, sarà il doppio di quella americana.

L’economia cinese sta cambiando pelle, puntando ad attestarsi sulla fascia alta dell’innovazione tecnologica, grazie anche alle nuove forze produttive quali la tecnologia quantistica, l’AI ed il primato nel campo della produzione green. A questo si aggiunge un contesto di mutate tensioni geopolitiche e al contesto economico globale che hanno direttamente effetto sull’economia domestica cinese.

Allargando lo sguardo agli ultimi decenni ci si può rendere conto di come l’economia cinese sia cresciuta sia in termini quantitativi che qualitativi. Basti pensare che la quota della manifattura cinese rispetto all’industria manifatturiera globale sia passata dal 3% del 1990 al 30% nel 2022, piazzandosi al primo posto nella produzione di 220 (su 500) principali prodotti industriali. Ancora nel 2023, 135 delle principali 500 aziende al mondo vengono dalla Cina continentale. Un traguardo impensabile solo pochi decenni fa.

Soprattutto, il paese è stato in grado di costruire un meccanismo virtuoso tra indirizzo strategico pubblico e dinamismo del settore privato, evitando un meccanismo molto diffuso in occidente dove gli interessi di aziende private spesso condizionano l’interesse primario collettivo. Accanto a questo, la Cina è stata in grado di trasformare alcune sue caratteristiche nazionali, che avrebbero potuto rappresentare un potenziale svantaggio, in un vantaggio competitivo del proprio sviluppo economico.

Prendiamo ad esempio il caso della enorme popolazione. Piuttosto che essere uno svantaggio, rappresentato dall’esigenza di dover trovare lavoro e sfamare una fetta così consistente di popolazione, la classe dirigente cinese è riuscita a trasformare questa abbondanza di grandi numeri (in termini di popolazione, insediamenti urbani etc.) in capacità aggregativa economica ed industriale e, assieme ad esso, in un mercato di enormi dimensioni. E questa è esattamente una delle caratteristiche peculiari dell’economia cinese, un vantaggio competitivo, paragonato all’economia di altre aree del mondo.

Partiamo dalle persone. L’aggregazione umana in alcune aree, grazie all’alto tasso di scolarizzazione ed allo sviluppo urbano e del welfare, si è trasformato anche in un’aggregazione industriale. Aree quali il delta del fiume Yangtze, la Greater Bay Area di Guangdong-Hong Kong e Macao, o la regione Pechino-Tianjin-Hebei, per fare degli esempi, non sono semplicemente aree ad alta densità di insediamento urbano, ma anche importanti cluster di innovazione. Secondo uno studio esiste una correlazione stretta tra densità di popolazione, densità di occupazione ed efficienza produttiva: un aumento dell’1% di popolazione corrisponde ad una crescita del Pil dello 0,82%.

Il vantaggio competitivo del fattore umano si vede anche in un altro dato: un’abbondanza di popolazione, unita alla progressiva crescita dell’investimento in istruzione superiore, permette alla Cina di essere il Paese cha ogni anno più di 5 milioni di laureati in materie STEM (ossia: scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) al mondo. Un’analisi della Georgetown University ha evidenziato che il numero di dottorati STEM delle università cinesi è aumentato significativamente negli ultimi 10 anni e si prevede che entro il 2025 la sua dimensione sarà circa il doppio di quella degli Stati Uniti. Anche in virtù dei continui programmi di formazione ed istruzione oggi la Cina, che vanta della più ampia fascia di lavoratori al mondo (circa 220 milioni), può disporre di un numero importante di lavoratori altamente qualificati (60 milioni: come l’intera popolazione italiana), addetti alla ricerca e sviluppo (oltre 6 milioni di persone) e disporre di risorse umane a sufficienza da investire in settori all’avanguardia come i computer quantistici o l’intelligenza artificiale (il 50% dei ricercatori in AI sono formati in università cinesi).

La concentrazione di popolazione in aggregati urbani ha creato anche un vantaggio nella concentrazione di risorse di fattori e di sviluppo economico complessivo. Oltre l’80% del Pil viene prodotto infatti dalle grandi città. Una realtà come il Delta del fiume Yangtze, che complessivamente occupa il 4% della superficie, è in grado di generare un quarto dell’economia del paese. Oppure il fatto che l’area di Pechino si classifica al terzo posto della Global Innovation Canter Index, stilata dalla prestigiosa rivista Nature, come centro globale di innovazione. L’aumento dell’urbanizzazione non spinge soltanto i consumi, ma anche gli investimenti: l’1% di urbanizzazione in più porta con sé un aumento del 3,5% di spesa sociale pro capite. E da questo punto di vista il potenziale di crescita è considerevole, se teniamo presente il fatto che tasso di urbanizzazione è ancora relativamente basso (66,2% nel 2023, in Giappone era il 77,4% nel 1990).

Questi dati non fotografano semplicemente importanti performance economiche, ma ci forniscono una chiave di interpretazione delle linee di trasformazione economica che sta investendo la Cina. E soprattutto delineano una delle caratteristiche essenziali dell’economia cinese: una capacità aggregativa economica ed industriale che diventa un vantaggio competitivo.