Uscita dall’euro? Aprire una discussione seria a sinistra

euros 2184702bdi Manuela Palermi, segreteria nazionale PCdI

Ci vuole coraggio a difendere le politiche di austerity dell’Unione. O cinismo. Chi infatti non provasse alcuna emozione ad assistere all’impoverimento italiano, dovrebbe però guardarsi un po’ di dati (ne esistono una grande quantità) e porsi qualche domanda. Inoltre non occorre essere economisti per comprendere che se il Pil diminuisce, diminuiscono anche le entrate fiscali e quindi il debito cresce. E visto che sono molti i paesi europei in fase recessiva, è evidente che la causa risiede esattamente nelle politiche di austerity dell’Unione.

Ricordo la discussione sull’ingresso nell’euro. In molti ambienti veniva ripetuto come una liberazione: “Basta con la liretta, finalmente!”. Sentirsi europei, maneggiare una moneta pesante che occupava poco spazio nel portafoglio, pareva sollevarci da una condizione “periferica” e farci trovare uno spazio nell’Europa evoluta. Alle obiezioni di coloro che chiedevano di stare in guardia perché l’Europa non si presentava come un’area valutaria ottimale, veniva risposto che era vero, ma l’introduzione della moneta unica avrebbe favorito una maggiore concordia tra gli Stati e la maggiore concordia avrebbe aiutato a superare molte divisioni. Così non è stato. Anzi, è stato il contrario. Addirittura Paesi come Spagna e Irlanda, che avevano il bilancio pubblico in avanzo, si trovarono a far fronte a crisi molto serie. E quando un Paese si indebita in euro, e non nella moneta che emette, la crisi del debito sovrano è automatica.

Molti economisti suggeriscono in questi casi l’emissione di Eurobond (Tremonti ne fu un sostenitore), e cioè di titoli di Stato garantiti da tutti i paesi dell’euro. Ma sono stati frapposti tanti di quegli ostacoli politici da rendere la proposta impraticabile. Ed è qui che la politica dell’austerity prende un sopravvento da cui non si riesce a tornare indietro, assurta com’è ad ideologia totalizzante. Ne è seguita una linea d’acciaio che fa delle riforme strutturali e del “mettere i conti a posto” il primo comandamento dell’Unione europea.

Per quelli della mia generazione è stato scioccante assistere al mutamento di senso della parola “riforma”. Ad essa era strettamente legato il significato del miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita. Nell’eurozona, che considera fondamentale il lato dell’offerta, la parola ha subito uno stravolgimento. Perché “riforma” ha significato quanto un Paese è in grado di offrire, di dare, di quanta produttività e sfruttamento e bassi salari è capace. Solo che c’è qui un impazzimento o quantomeno una pesante illogicità, che tuttavia persevera, perché i problemi riguardano oggi la debolezza della domanda o non certo dell’offerta.

Con le “riforme strutturali” s’è assistito e si assiste alla cancellazione dei contratti di lavoro, alla riduzione delle pensioni, dei salari, degli ammortizzatori sociali, dei diritti, fino ai licenziamenti illegittimi, tutto purché il Paese si renda più appetibile all’offerta (che non c’è). Non era sufficiente avere in Italia più di 40 contratti precari, la parola d’ordine della flessibilità è entrata in ogni fessura della vita. I governi non eletti degli ultimi anni – Monti, Letta, Renzi – hanno insistito e continuano ad insistere con la necessità delle riforme. Non ce n’è uno però a cui non sia venuto qualche dubbio – o scrupolo – e che si sia posto il problema che forse la prima cosa da riformare fosse il sistema stesso dell’eurozona. Affermava Stiglitz durante un’audizione alla Camera che se ci fosse una vera Unione Bancaria in grado di intervenire per la risoluzione delle crisi, del fallimento delle imprese; se l’Europa potesse indebitarsi a tassi di interesse negativi come fanno gli Usa, si rafforzerebbe l’attuale economia stimolando gli investimenti e rendendo così credibile la crescita. Invece di spendere quantità enormi di denaro per il debito dei singoli paesi, quelle enormi quantità, o quantomeno una parte di esse, potrebbero essere utilizzate per stimolare lo sviluppo.

La vecchia Europa appare legata a superate concezioni economiche. Abbiamo una banca, la BCE, che si occupa unicamente dell’inflazione. Ricordate gli anni 80 e 90, quando si era convinti che per lo sviluppo di un Paese fosse necessaria un’inflazione bassa? Sulla base di quella convinzione, in Italia si è cancellata la scala mobile e più tardi, con Ciampi, nel ’93, si stipulò un accordo tra il governo e tutte le parti sociali che obbligava ad aumenti salariali sempre inferiori all’inflazione. Fu chiamata la politica dei redditi, che danneggiò la condizione di lavoro e di vita dei lavoratori dipendenti, gli unici ai quali cui era possibile applicare quell’accordo attraverso contratti di lavoro che abbassavano il potere d’acquisto dei salari. Oggi non c’è più nessuno che pensi alla bassa inflazione come motore dello sviluppo, non lo fa neanche il FMI. L’unica eccezione resta l’Europa.

Al di là dell’Atlantico c’è un Paese, gli Usa, che si è risollevato dalla crisi proprio perché ha condotto politiche totalmente contrarie. E il fatto che l’Europa abbia insistito ed ancora insista con una politica monetaria sbagliata, ha fortemente facilitato agli Usa l’uscita dalla crisi. Se fossi animata dalla teoria del complotto, penserei male. Ma all’ottusità dell’Europa che rifiuta di abbassare i propri tassi d’interesse (con ciò favorendo gli Usa) è difficile dare spiegazioni razionali.

Personalmente sono convinta che oggi una vera unione politica in Europa non sia nelle cose e che quindi la Ue sia irriformabile. Così come sono convinta che una moneta come l’euro, priva di uno Stato, non abbia vita lunga. Quando lo affermo c’è sempre qualcuno che mi chiede: perché allora non uscire dall’euro?

Non sono un’economista. Leggo e rileggo voracemente, ma mi mancano i “fondamentali”. Ho cercato però di capire, scavando nella moltitudine di dati, cosa significherebbe l’uscita dall’euro rispetto ai salari reali. Le previsioni che mi paiono più fondate, che si basano su un largo campione di episodi, dicono che le crisi valutarie impoveriscono il salario reale del 5% nel primo anno. Un impoverimento recuperabile solo dopo 5 anni. Una conseguenza pesante. Ma la realtà non si può guardare con un occhio solo. La caduta dei salari reali nei paesi più deboli dell’Unione, quelli periferici, è in corso dal 2009, e l’impoverimento dei salari è in essere. Soprattutto in Italia, in Portogallo, in Irlanda, in Spagna, in Grecia. E infatti quando si parla di “riforme strutturali” è di questo che come prima cosa si parla, di riduzione dei salari. Una riduzione – che va dal 2,2% e precipita nel 7,7% in Grecia – sempre accompagnata da politiche di liberalizzazione del mercato del lavoro. E la liberalizzazione ha significato una pesante riduzione delle tutele e dei diritti assieme ad una generale precarizzazione del lavoro e quindi ad una platea, sempre più ampia, di lavoratori sottopagati. Tutte misure imposte dalla Troika che non hanno creato occupazione. Al contrario l’hanno paurosamente ridotta, fino a rendere disoccupati, nel nostro Paese, quasi la metà dei giovani.

Nel maggio del 2014, a ridosso delle elezioni europee, il mio partito rese pubblico un documento che analizzava con serietà e scrupolo la crisi devastante di gran parte dei Paesi europei. Fu fondamentale l’aiuto che ci diede, per la sua stesura, un economista rigoroso come Vladimiro Giacchè. Quel documento poneva proposte ed obiettivi ma in un punto affermava senza girarci su: “I comunisti italiani ritengono che qualora questi obiettivi non siano raggiungibili l’Italia debba mettere in discussione la stessa partecipazione alla moneta unica europea”.

Non è mia abitudine farneticare. Sono abituata a riflettere e ponderare le cose. E’ un tema, l’uscita dall’euro, che ha ripercussioni sulla vita concreta delle persone, nel presente e nel futuro. Ma proprio per questo trovo profondamente sbagliato non aprire una discussione a sinistra, in modo esplicito e non riservato a pochi economisti illuminati e coraggiosi. Non volerla affrontare significa impedirsi di pensare e, soprattutto, accettare questo stato di cose. Questo peccato la sinistra lo commette da un bel po’ di tempo. Ma è l’unica parte generosa di questo Paese, a fronte di carrettate di volgarità e propaganda. E allora prenda coraggio e dica quel che pensa.