Manipolazione, ostruzionismo, integrazione?

di Ranko Milosavljevic | da www.novossti.com

Kosovo1Ranko MilosavljevicIl dramma dei serbi rimasti nel Kosovo sta volgendo al termine. Per decenni la classe politica a Belgrado ha strumentalizzato gli scontri etnici di questa regione per i propri scopi e per il Kosovo si sono impegnati un po’ tutti. A parole si intende, visto che nella realtà la situazione è andata via via peggiorando. Alla fine, con l’accordo di Kumanovo, l’ex presidente Slobodan Milosevic si è congratulato con i serbi per la loro vittoria sulla Nato e il Kosovo è rimasto sotto protettorato delle Nazioni Unite finché due anni fa la maggioranza albanese ne ha proclamata l’indipendenza del Kosovo. Un fatto considerato dalla Serbia una violazione della risoluzione 1244. Il fatto che l’espressione ”Terra santa serba” fosse stata inserita nel preambolo della Costituzione della Serbia, non ha avuto alcun significato per la maggioranza albanese, né ha potuto impedire agli Usa e a gran parte dei paesi dell’Unione Europea di riconoscere l’indipendenza del Kosovo.

Perfino secondo i rapporti delle organizzazioni internazionali, la situazione in Kosovo durante il mandato dell’Onu non è sostanzialmente migliorata. Ai serbi è ancora impedito di circolare liberamente e le loro vite sono costantemente minacciate. Nella migliore delle ipotesi i loro beni personali vengono venduti attraverso intermediari stranieri a prezzi stracciati. Inoltre le ex imprese sociali sono state privatizzate per decisione dell’Agenzia kosovara dei creditori (“Kosovo Trust Agency“ Kta) secondo criteri che Belgrado contesta; le fabbriche in cui la Serbia ha investito per decenni per aiutare lo sviluppo del “Kosovo sottosviluppato”, sono state vendute a prezzi irrisori. L’esempio tipico è la Zastava di Kragujevac, privata della sua società “Zastava Ramiz Sadiku” a Pec, comprata all’asta dall’ex fornitore di armi dell’Esercito di liberazione del Kosovo (KLA). I vincitori si fanno pagare per le loro vittorie!

“Il massimo possibile”

Le agitazioni dei serbi lo scorso anno nel Kosovo settentrionale provocate dalla decisione delle autorità locali di stabilire dogane kosovare ai valichi di frontiera (la parte serba la definisce sempre “amministrativa”) di Jarinje e Brnjak, avevano condizionato i difficili negoziati tra Belgrado e Pristina. Ognuna delle due parti ha dato la sua versione del trattato siglato, mentre ancora diversa era la visione di Robert Cooper, rappresentante UE al tavolo delle trattative dei team guidati da Borislav Stefanovic e Edita Tahiri.

Secondo quanto riportato sul fronte serbo, è stato raggiunto ”il massimo possibile”. Pristina ha accettato che in due dei 31 valichi in Kosovo, non saranno messi funzionari kosovari, ma rappresentanti internazionali, in presenza della polizia Eulex che ha preso il posto dell’Unmik (amministrazione civile dell’Onu dal 1999). A dire il vero, su questi due valichi non è possibile il flusso di merci, quindi i camion che arrivano in Kosovo dalla Serbia, deviano al valico di Merdare vicino Podujevo, o verso uno degli altri 29 valichi. I Serbi del Kosovo settentrionale a questo arroccamento da parte delle autorità di Pristina e della Kfor, hanno risposto aprendosi le strade boschive verso la Serbia centrale. Mentre questo articolo va in stampa, sono in corso scontri al confine tra Zubin Potok e Novi Pazar, dopo che la Kfor ha distrutto e posizionato barriere di cemento lungo la strada nei pressi del villaggio di Banja, che i serbi locali e molti contrabbandieri utilizzano per oltrepassare il confine a Brnjak. Qualche giorno fa prima che il contingente italiano della Kfor interrompesse questo passaggio incontrollato, certe persone ancora non identificate, hanno lanciato due bombe a mano contro la Kfor a Brnjak ferendo un soldato.

Dal 1 giugno, in base a un accordo tra Belgrado e Pristina, in Kosovo la polizia ha iniziato a confiscare le targhe automobilistiche riportanti i nomi delle località in Kosovo, rilasciate dal Ministero dell’interno serbo in diversi commissariati di polizia nella Serbia centrale. Infatti, secondo la nuova normativa, sono ammesse solo targhe della Repubblica del Kosovo KSA, oppure le vecchie targhe kosovare KS in vigore fino a che sono rimaste in piedi le istituzioni provvisorie e l’autorità della Unmik sulla polizia. Un fatto che ha scatenato nuove preoccupazioni tra i serbi.

– Per più di dieci anni ci siamo battuti contro le immatricolazioni KS che significavano il riconoscimento ufficiale delle autorità kosovare, ovvero contro il riconoscimento della sovranità del Kosovo. Ora Belgrado ci impone proprio queste targhe – questo il messaggio delle varie proteste.

– L’accordo che abbiamo raggiunto è imperfetto, ma è l’unico possibile, ha risposto Stefanovic di fronte all’accusa di tradimento degli interessi dei serbi del Kosovo da parte del team belgradese, e dell’esistenza di clausole segrete, alcune delle quali stanno venendo alla luce in questi giorni.

– Tutto ciò che abbiamo sottoscritto lo abbiamo trasmesso al parlamento serbo. Il problema dell’attuazione degli accordi sulla libera circolazione nel Kosovo settentrionale, dipende dalla situazione effettiva in loco dove la maggioranza degli abitanti è serba, ha aggiunto.

Ivica Dacic, capo del Partito socialista serbo (Sps) e personaggio chiave della nuova compagine governativa, ha detto recentemente senza mezzi termini che chi ha partecipato ai negoziati, deve esporre apertamente quali siano gli obblighi di Belgrado nei confronti di Bruxelles, sottolineando che a Belgrado si chiede di aprire una sua rappresentanza a Pristina e di collaborare con il governo del Kosovo, e che a Pristina si chiede di fare lo stesso.

– Tuttavia, secondo Stefanovic, l’apertura dell’ufficio non è mai stata all’ordine del giorno.

Elezioni locali

Mentre è in corso la farsa di astuzia dei principali attori politici, impegnati nei loro calcoli sulla creazione di una maggioranza parlamentare per il nuovo governo serbo, da Bruxelles arriva la notizia che il neo-eletto presidente serbo Tomislav Nikolic si è dichiarato pronto al dialogo con tutte le forze politiche di Pristina, tranne che con Hashim Taci, presidente del governo locale accusato di crimini di guerra dalla magistratura serba. Jelko Kacin, relatore europeo per la Serbia, nella dichiarazione di Nikolic, ottimisticamente scorge la volontà del presidente di parlare con Atifet Jahjaga, presidente del Kosovo.

La principale preoccupazione tra i serbi del Kosovo settentrionale è stata provocata dal chiaro messaggio del Governo della Serbia, di non dare il sostegno per l’organizzazione delle elezioni locali in Kosovo. Il governo kosovaro ha accettato, anche se a seguito di pressioni internazionali, che anche in Kosovo si potessero svolgere le elezioni presidenziali e parlamentari per il governo serbo. Organizzate dall’Osce e monitorate da Eulex, e a condizione che lo spoglio delle schede avvenisse in Kosovo. Le giunte comunali di Zvecan e Zubin Potok, intanto hanno organizzato le elezioni locali e a giugno hanno messo in piedi le autorità comunali, giustificando la mossa con il desiderio e il diritto della maggioranza serba locale, che lo scorso anno aveva votato contro le istituzioni kosovare.

Nondimeno i politici serbi locali hanno rilasciato dichiarazioni concilianti, messi alle strette dalle pressioni di Pristina, dai conflitti con la comunità internazionale e dal calo di sostegno per Belgrado, soprattutto dopo la richiesta dell’anno scorso di Angela Merkel all’ex presidente Boris Tadic di interrompere il finanziamento di ”istituzioni serbe parallele in Kosovo”.

– Continueremo a collaborare con Unmik, Osce, Kfor ed Eulex se rispetteranno la Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e se saranno neutrali, ha detto Dragisa Milovic, sindaco di Zvecan. – Le elezioni locali rappresentano esclusivamente il rispetto per la Costituzione,la legge sull’autonomia locale e la volontà dei cittadini.

D’altra parte il capo del partito Autodeterminazione Albin Kurti, accusa il “governo incompetente del Kosovo” di aver “venduto gli interessi del popolo albanese”. Secondo lui, gli uomini di Hashim Taci, come chi li ha preceduti, adottano una linea politica pervasa dal “concetto colonialista” dei fattori internazionali, che vogliono tenere il Kosovo in uno stato di né pace né guerra, come una regione povera in cui alla maggioranza (albanese) non permettono di avere sovranità sul suo intero territorio.

Di fronte alle critiche dell’opposizione e dopo le dichiarazioni ambigue del suo ministro degli interni Bajram Rexhepi (“a ogni valico di frontiera ci sarà la polizia kosovara“), il primo ministro Taci ha detto che il Kosovo non rinuncerà alla sovranità, accusando Belgrado di destabilizzare il nuovo stato attraverso il finanziamento di ”istituzioni parallele”, per lui la principale causa della crisi.

– Nelle consultazioni con la comunità internazionale, non condurremo mosse avventate e risolveremo i problemi con la pazienza, nella piena determinazione a non cedere sull’integrità del Kosovo, ha detto.

Situazione tesa

In questi giorni i serbi del Kosovo settentrionale hanno inviato una lettera al comandante della Kfor, il generale Erhard Drevsu e al capo della missione Eulex Xavier de Marnhac, accusandoli di aver violato le leggi internazionali e i diritti umani e ricordando l’obbligo di rispettare lo status di forze neutrali. Tra le violazioni dei diritti umani annoverano la mancanza di considerazione per la posizione dei serbi del Kosovo settentrionale, che non riconoscono le istituzioni kosovare dal momento che riconoscerle, porterebbe all’assimilazione forzata di questa parte del Kosovo a maggioranza serba. I serbi chiedono a Eulex e Kfor di garantire la pace e la sicurezza di tutti gli abitanti del Kosovo e Metohija “a prescindere dall’appartenenza etnica o religiosa”, di astenersi da “azioni unilaterali che aggravano l’attuale pressione e tensione” e di risolvere i problemi con mezzi pacifici e politici.

Radenko Nedeljkovic, capo della municipalità di Kosovska Mitrovica, ha dichiarato che il popolo serbo considera Kfor ed Eulex suoi alleati.

– Ma non possiamo accettare che la comunità serba sia ghettizzata, che la Kfor ci blocchi le strade – ha aggiunto.

L’estate in Kosovo sarà calda e l’autunno pieno di incertezze, osserva Oliver Ivanovic, Segretario di Stato nel Ministero per il Kosovo e Metohija, e prevede ancora incidenti sporadici.

– Teniamo la situazione sotto controllo con il dialogo, una situazione che di per sé è tesa e può degenerare in ogni momento trasformandosi in un incidente, il che non è nell’interesse di nessuno – ha precisato.

Mentre all’opinione pubblica si formulano previsioni più o meno pessimistiche sul futuro del Kosovo settentrionale, i funzionari di Pristina fanno notare che circa 37.000 serbi hanno ottenuto nuove carte di identità kosovare, e che per l’assegnazione di 55 posti nel nuovo ufficio di Kosovska Mitrovica che avrà la funzione di giunta comunale, hanno partecipato più di mille giovani di cui più del 70% appartiene alla comunità serba.

Il numero dei serbi come nel primo censimento turco del 1455

Suona come umorismo nero che oggi il numero dei serbi in Kosovo, sia quasi uguale a quella del primo censimento turco 1455: i precisi registratori ottomani nel territorio del Kosovo e Metohija, avevano registrato 480 insediamenti con 13.057 case serbe, 75 dei vlasi, 17 dei bulgari, una grecs e 46 abitazioni degli albanesi (circa 1 percento della popolazione). Nel 1871 c’era 64 percento dei serbi e il 32 percento degli albanesi. N nel 1899, 48% degli albanesi e 44% dei serbi. Secondo il censimento del 1921, in Kosovo vivevano 439.000 abitanti, di cui 280.000 erano albanesi (64 percento) e secondo quello del 1931. ci sono stati 562.000 abitanti (62 percento degli albanesi). Dopo la seconda guerra mondiale, ogni dieci anni o meno, si registrava 7-8 percento in meno dei serbi. L’ultimo censimento che gli albanesi non avevano boicottato, quello del 1981, ha dimostrato che in Kosovo vivevano 1.956.196 abitanti, di cui 1.596.072 albanesi (81,6 percento) e 214.555 serbi (11 percento).

Il censimento dell’aprile 2011. ha sorpreso molti “stimatori” del boom demografico, in particolare quelli che dicevano che a Pristina, “vivono perfino 600.000 persone”; il censimento ha registrate 1.733.872 abitanti, ovvero circa 700.000 meno di stima. I serbi hanno boicottato il censimento. Pristina che nel 1981 contava circa 250.000 abitanti, ne aveva 198.000. Tuttavia, nel frattempo, dal comune di Pristina si erano separati i municipi di Gracanica e Kosovo Polje, ma nel 1999 da Pristina se ne sono andati più di 40.000 serbi. Oggi a Pristina vivono soltanto 40 serbi!

In Kosovo oggi vivono circa 130.000 serbi: in quattro comuni del nord (parte di Kosovska Mitrovica, Zvecan, Zubin Potok e Leposavic) 60.000 (compresi quelli che sono fuggiti dalla città e villaggi a sud del fiume Ibar e dalle parti di Metohija). Nel Kosovsko Pomoravlje (Novo Brdo, Gnjilane, Kosovska Vitina e Kamenica) in 73 villaggi vivono 35.000 serbi. Nella zona di Pristina vivono circa 20.000 serbi: in Strpce 11.000, e in alcuni enclave in Metohija, loro 4000. Nei comuni di Kacanik, Malisevo, Decani, Glogovac, Suva Reka e Stimlje non c’è nessun serbo o serba! In Djakovica vivono quattro anziane donne serbe, a Prizren 28, a Pec 25, a Klina 50, a Urosevac quattro, mentre nella parte meridionale di Kosovska Mitrovica, un solo (!) abitante di nazionalità serba.

Sebbene la comunità internazionale e le istituzioni di Pristina promettessero di favorire il ritorno dei profughi serbi, gli effetti ne sono trascurabili. Il numero di rifugiati provenienti dal Kosovo supera i 220.000 serbi. Prima di questi dati, suona vuota ogni storia circa gli sforzi in corso per rendere il Kosovo un “ambiente multietnico di cittadini eguali, che osservando elevati standard di tolleranza, si adoperano per la casa comune, l’Unione europea”.

(segnalazione di Andrea D., traduzione di Carlotta C., revisione di Dragomir K. per CNJ-onlus)