Europa e USA: aspettative assurde

Europe USA 2di Piotr Iskenderov*
Fondo di Cultura Strategica

Traduzione dal russo di Mauro Gemma

Più l’Europa sprofonda nella crisi legata al flusso di rifugiati e migranti, tanto più si rivela l’incapacità dell’Unione Europea di affrontare efficacemente il problema su scala continentale. In merito alle iniziative preventive e alle previsioni prospettiche non se ne viene a capo. I treni dei rifugiati intanto corrono freneticamente attraverso le distese dell’Europa Centrale e Orientale, e ai confini di stati che sembravano essere uniti dall’adesione all’Unione Europea e alla NATO si è arrivati sull’orlo dello scontro a fuoco.

Tuttavia, ciò che appare ancora più triste per il futuro dell’ “Europa unita” è il fatto che questa “debolezza intrinseca”improvvisamente manifestatasi non concerne solo la gamma delle questioni connesse con l’invasione degli immigrati dall’Est. Questa debolezza riguarda pienamente anche la non convergenza a proposito della questione relativa a come garantire la sicurezza energetica del continente. E in questo senso, la posizione della Commissione Europea non può essere valutata senza considerare la sua riluttanza o indisponibilità ad affrontarla, ancora più che a decidere che cosa fare in merito.

Come in precedenza, è ancora sul tappeto la questione del transito del gas attraverso i Balcani. Negli ultimi anni la Commissione Europea, incoraggiata dagli Stati Uniti, ha esercitato un autentico sforzo titanico per impedire la costruzione del gasdotto russo “South Stream”. Ora analoga politica è attuata in relazione al “Turkish Stream”. L’obiettivo è quello di impedire ad ogni costo che il gas russo transiti in Europa attraverso i Balcani.

Sembra che, assumendo tale posizione, la Commissione Europea da parte sua sia in grado di proporre ai paesi dell’Europa Orientale proprie varianti di infrastruttura energetica regionale. Tanto più che tali varianti sono state assunte formalmente. Secondo “Radio Bulgaria” (http://bnr.bg/ru/post/100602844/gazovie-ambicii-i-proektnoe-nedomoganie) che fa riferimento al vicepresidente della Commissione Europea Maroš Šefčovič, è già stato trovato un accordo su tre progetti relativi “al transito del gas attraverso il territorio della Bulgaria”. Inoltre, tutti i tre progetti sono legati “alla creazione di interconnessioni con Serbia, Grecia e Romania”.

All’apparenza, dovrebbe trattarsi di un mercato regionale del gas, che in prospettiva potrebbe essere collegato a un progetto europeo più ampio! Tuttavia, quando si ha a che fare con i burocrati di Bruxelles, è possibile che sorgano gli ostacoli più assurdi. Sono già alcuni anni che non si è ancora riusciti a installare 30 chilometri di tubazioni del gas per collegare il gas bulgaro a quello romeno. I lavori per la creazione di un’interconnessione con la Grecia sono giunti ormai (attenzione!) al loro sesto anno. Tuttavia, sebbene tali lavori rappresentino “un obbligo nell’ambito dell’UE”, sono a un punto morto per la mancanza del software necessario”, comunica “Radio Bulgaria” che descrive la situazione come “ambizioni relative al gas e malessere progettuale” (ambizioni e malessere che si registrano da entrambe le parti, a Bruxelles e a Sofia).

“Il filo conduttore degli interventi di molti politici di spicco bulgari è costituito dalle dichiarazioni in merito alla possibilità che la Bulgaria si trasformi nel centro energetico dell’Europa… Ma l’evidente discrepanza tra le dichiarazioni politiche e il reale potenziale tecnico, nonché l’incapacità di gestire persino piccoli progetti, mettono in dubbio tutti questi piani ambiziosi” concludono i giornalisti della radio bulgara. Di conseguenza oggi a Sofia si ritiene che la risoluzione dei problemi energetici non dipende dalla collaborazione dell’Unione Europea, ma piuttosto dalla ripresa, anche se “con un volume ridotto”, del progetto russo di “South Stream”.

Si ripone poca speranza sui paesi europei e sull’assistenza da parte USA, dove si sta allargando la crisi nel settore del petrolio e del gas. Secondo le previsioni del Ministero dell’energia statunitense, entro la fine di quest’anno la produzione di petrolio del paese scenderà dal picco di aprile di 9,6 milioni ai 9,2 milioni di barili al giorno, con la maggiore riduzione registrata nei depositi di scisto. E dire che solo un anno e mezzo fa il presidente Barack Obama aveva promesso agli europei di risolvere tutti i loro problemi energetici con l’utilizzo delle risorse dei depositi di scisto americani. Che fine hanno fatto quelle promesse? Sono queste le promesse di Barack Obama?

La rivista americana “Foreign Affairs” segnala la “delusione” degli europei per le politiche del presidente Obama. “Poco dopo la sua vittoria alle elezioni presidenziali egli aveva ricevuto il Premio Nobel per la pace – a quanto pare, solo per il fatto che non era il presidente Bush”, osserva sarcasticamente la rivista, giungendo a una tardiva conclusione: “Le aspettative, a lui associate, erano semplicemente assurde (https://www.foreignaffairs.com/articles/europe/obama-and-europe) e, naturalmente, il presidente americano non avrebbe dovuto deludere gli europei. E’ sorprendente quanto rapidamente li abbia invece delusi”.

Una generale delusione: tale caratteristica si adatta perfettamente a ciò che sta accadendo oggi su entrambi i lati dell’Atlantico e nello spazio dell’Unione Europea. A tale riguardo, l’apparizione nei paesi dell’Europa Centrale e Sud Orientale di nuove élite politiche, priorità di politica estera e progetti regionali, è inevitabile. E’ solo indispensabile non perdere tempo.

*Piotr Iskenderov, storico e specialista di slavistica, è collaboratore scientifico dell’Accademia delle Scienze russa (RAN) e osservatore per le questioni internazionali di “Rossija Segodnya”