Dall’Europa al Medio Oriente attualità del «format jugoslavo»

di Tommaso Di Francesco | da il Manifesto

jugoslavia bandiera bruciataÈ più d’una suggestione: è il teatro europeo e mondiale che ogni giorno rappresenta un «format jugoslavo», ripetutamente utilizzato negli ultimi due anni. Con l’ultima guerra «umanitaria» della Nato in Libia, anche se ora, per la crisi in Siria, nonostante chiari venti di nuova guerra, pare difficile quanto esplosivo una pura e semplice copia-incolla del modello; poi, con un ruolo formativo nelle rivolte arabe dell’associazione Otpor, considerata a torto la protagonista della cacciata di Milosevic; e anche con le dichiarazioni di fine 2011 di Hillary Clinton che auspicavano «rivoluzioni arabe» in Cina. Mentre in Europa si rompono gli equilibri e si apre la contrapposizione dei paesi ricchi, «formiche», virtuosi verso i paesi poveri, «cicale», corrotti.

Così come all’interno di ogni paese europeo (Catalogna, il Nord italiano ecc.). Proprio come accadde nella Federazione jugoslava a partire dalla grave crisi economica interna del 1985 che ruppe la solidarietà istituzionale e fu prodromo delle divisioni violente nazionaliste. Mentre la Grecia invece dell’ingresso nell’Ue si vede riconsegnata alla turbolenta e marginale area balcanica d’appartenenza. Si direbbe una nemesi, solo a ricordare che appena dopo la caduta del Muro la prospettiva dell’Ue (allora ancora Cee) era quella di avere subito l’ingresso indolore della Jugoslavia post-titina, «diversa» dal blocco ex sovietico dell’Est.

E verso la quale invece si attivò, nonostante le rassicurazioni dei primi vertici di Maastricht, la «strategia» dei riconoscimenti delle indipendenze proclamate su base etnica. Senza mai dire invece che l’ingresso in Europa sarebbe stato garantito solo a condizione che fosse conservata l’unità della Federazione jugoslava. Ne parliamo con Lucio Caracciolo, direttore della rivista LiMes che, in questi giorni, propone un prezioso quaderno con la riedizione di materiali d’archivio e nuove analisi, dal significativo titolo «La guerra in Europa non è mai finita».

Come mai, ai vent’anni dalle guerra balcaniche, i paesi dell’ex Jugoslavia che si sono scannati per dividersi e per entrare come Stati separati (anche etnicamente) in Europa, risultano ora assai poco «europei», quanto a stabilità politica ed economica, a standard sociali, a rispetto dei diritti umani. E ad esercizio di democrazia (la metà della metà dei cittadini vota, l’astensione è ovunque il primo partito)?

La ragione è semplice: la natura non fa salti, la politica nemmeno. Non si possono annullare secoli di storia per il semplice fatto di aderire all’Ue o alla Nato. I Balcani non hanno una storia di democrazia e di libertà. Questo non vuol dire che non possano costruirla, ma le strutture sociali e politiche non si creano a comando. Richiedono tempo, perseveranza e soprattutto pace. Il primo nemico sono naturalmente le organizzazioni informali, o apertamente criminali, che esercitano importanti quote di potere in molti territori balcanici (e non solo).

Ora però l’Unione europea, invece di diventare un’entità politica sovranazionale appare di fattop più «balcanica», avendo introiettato, dentra la crisi del capitalismo e della finanza globalizzati, il principio della divisione tra stati (e tra classi) su chi deve pagare la crisi?

La costruzione europea è sempre stata basata sull’economia, nell’illusione, paradossalmente marxiana, che la struttura economica determinasse la sovrastruttura politica. La storia ha dato torto al «marxismo» di Monnet. Non avremo uno Stato sovranazionale europeo, se mai l’avremo, se non per decisione politica di alcune élite, poi suffragata dal popolo. Sull’economia ci si divide, non ci si unisce, in assenza di vincoli politici cogenti. In ogni caso il principio di solidarietà non si afferma spontaneamente, ma solo per scelta politica.

E se ora i paesi dei Balcani decidessero di non entrare più nell’Ue, vista la prospettiva concreta delle difficoltà economiche dell’Europa che si è alimentata delle divisioni balcaniche e non ha mai fatto molto per l’integrazione del sud-est europeo?

Può essere, e sarebbe anche logico, viste le aspettative enormi create dall’Europa e sull’Europa negli anni Novanta, poi miseramente naufragate. Sarebbe comunque prioritario, Europa o non Europa, che intanto quei paesi ritrovassero un minimo comune denominatore in alcuni campi, per evitare di ritrovarsi poi a combattersi, magari in una cornice comunitaria…Tanti anni fa LiMes parlava di Euroslavia, l’idea per me è ancora valida.

Vista la crisi dei trattati di pace, Dayton per la Bosnia-Erzegovina e quello di Kumanovo per il Kosovo indipendente unilateralmente, c’è il rischio fondato di un riaccendersi dei conflitti?

Il rischio c’è, anche se non mi pare immediato. Le ragioni e i torti che hanno originato i conflitti degli anni Novanta non sono state sradicate. C’è molta benzina sparsa sul terreno, e molti potenziali incendiari. Credo che la situazione più grave resti quella bosniaca, seguita da quella kosovara e da quella macedone, fra loro legate. Esistono poi mafie e cartelli criminali che potrebbero profittare, in certe circostanze, del riesplodere delle ostilità.

Quanto all’aspetto internazionale, dopo le profferte americane su una «rivolta violenta» in Cina, c’è l’attualità della guerra civile in Siria, dopoquella libica finita con con l’uccisione dell’ambasciatore Usa a Bengasi. Che altro dobbiamo aspettarci quanto a format balcanico?

I Balcani sono un caso a sé, la loro influenza sul mondo è modesta – e viceversa. Ma in assenza di un modello di integrazione spendibile su scala mondiale – e non ci sarà mai, temo – dovremo abituarci al riemergere carsico di conflitti alimentati da fattori tanto esterni quanto esogeni. Dove l’equilibrio del potere si rompe, è sempre possibile che attori ambiziosi o irresponsabili, magari anche animati da ideologie benevole (diritti umani), possano resuscitare lo spettro della guerra.