Europa e commercio internazionale con la crisi del Mar Rosso

di Gigi Sartorelli

da https://contropiano.org

L’escalation militare all’ingresso del Mar Rosso non accenna a fermarsi. Dopo i cinque raid statunitensi della scorsa settimana, gli Houthi hanno dichiarato che reagiranno all’aggressione e venerdì il loro portavoce, Mohammed al-Bukhaiti, ha rilasciato un’intervista al giornale russo Izvestia per confermare la solidarietà alla causa palestinese.

Il gruppo yemenita ha ribadito la sicurezza per il passaggio delle navi non collegate in qualche modo a Israele e di coloro che sostengono il cessate il fuoco. Di certo una posizione razionale, soprattutto per chi vive effettivamente nel quadrante mediorientale e deve fare i conti tutti i giorni con il peso dell’entità sionista.

Ma ovviamente l’Occidente non conosce che l’uso delle armi per affermare il proprio predominio, e dunque un nuovo fronte di guerra è stato aperto in Yemen.

Oltre agli anglo-americani, alla riunione dei ministri degli Esteri UE di ieri anche Italia, Francia e Germania hanno deciso di impegnarsi in una missione militare(denominata Aspis) nella zona.

L’Italia dovrebbe garantire una fregata per questa operazione nel Mediterraneo allargato, da anni al centro delle mire di Roma dentro la cornice imperialistica UE. Tajani, promettendo un voto parlamentare, ha detto che “anche i cittadini più distratti capiscono che le nostre navi e le nostre merci devono avere libertà di circolazione. Dobbiamo fare con la difesa quello che abbiamo fatto venti anni fa con l’euro“.

Anche i cittadini più distratti capiscono che da quando c’è l’euro si sono solo impoveriti, ma questi sono i paragoni che sceglie la nostra classe dirigente.”Fare lo stesso” con le armi prefigura un finale molto più estremo…

Ad ogni modo, è vero è che la crisi del Mar Rosso colpisce soprattutto l’Europa, e questa diventa per Bruxelles l’occasione per rilanciare una qualche difesa autonoma dei propri interessi, anche se ancora una volta si trovano a seguire  Washington e Tel Aviv senza alcuna voce in capitolo.

Venerdì l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha pubblicato cinque grafici che fanno il punto sul costo degli attacchi degli Houthi. È utile commentarne alcuni, soprattutto per ciò che riguarda gli effetti sull’Italia, visto che varie testate giornalistiche hanno cominciato da tempo la campagna propagandistica per quest’ennesima guerra.

Tra la fine di novembre e il 18 gennaio il prezzo di trasporto di un container da Shangai a Genova è aumentato da 1.400 a 6.300 dollari. 

Ma l’impennata è un affare soprattutto europeo: i costi di trasporto dal porto cinese al terminale genovese o a Rotterdam hanno visto un incremento del 350%, ma da Shangai a Los Angeles «solo» – si fa per dire – del 95%.

Ad ogni modo, in generale il traffico commerciale all’ingresso del Mar Rosso e al canale di Suez ha visto un forte ridimensionamento. I porti italiani hanno subito di conseguenza lo stesso effetto, con una riduzione che a volte ha toccato il 20%. 

La grande preoccupazione è che, data la condizione, molte navi decidano di dirigersi definitivamente verso altri porti europei, piuttosto che imboccare il Mediterraneo dopo aver circumnavigato l’Africa. 

Questo sarebbe un duro colpo per i moli italiani, da cui inoltre partono il 90% delle esportazioni agroalimentari verso l’Asia, dirette verso Suez, e per le quali l’allungamento delle tratte non è un problema solo di costi, ma anche di conservazione dei prodotti.

Anche sul lato dell’inflazione, è l’Europa a pagare di più per la crisi del Mar Rosso. I prezzi al consumo potrebbero aumentare dell’1,8% nell’arco di 12 mesi e l’inflazione core (senza energia, alimentari, tabacchi e alcol) dello 0,7% in 12-18 mesi, mentre per il resto del mondo l’impatto sarebbe più modesto (0,8% e 0,3%). 

È evidente che però di queste prospettive sono ben consapevoli a Francoforte, dove la BCE dovrà decidere alla riunione del prossimo 25 gennaio cosa fare dei tassi di interesse. 

La presidente dell’istituto, Christine Lagarde, ha frenato su ogni ottimismo, e di certo le preoccupazioni per la situazione nel Mar Rosso non aiuteranno a una scelta di allentamento sulla stretta monetaria.

È chiaro, comunque, in assenza di qualsiasi inziativa diplomatica seria per arrestare il genocidio a Gaza, che gli attacchi Houthi diventano – per la classe dirigente europea – solo una nuova scusante per evitare di affrontare la realtà della crisi inflazionistica, accompagnata da livelli di crescita irrisori, che riguarda certo tutto l’Occidente e che è cominciata persino prima del precipitare degli eventi in Ucraina. 

La UE è particolarmente esposta e per questo il dossier del Mar Rosso va considerato come un ulteriore prova di maturità della costruzione imperialistica europea, che per ora si trova però costantemente a rimorchio delle scelte statunitensi.

Tutto dimostra nuovamente come oggi, nel nostro settore di mondo, il compito di chi lotta per un’alternativa sia rompere la gabbia dell’imperialismo euroatlantico, perché la sua sopravvivenza è legata indissolubilmente allo scivolamento verso una guerra generalizzata come risposta alla sua crisi di egemonia.

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