Un’intervista a Demostenes Floros

da Sabato Sera

Demostenes-1Medicina. Giovanissimo studente di Economia politica ha collaborato con Nerio Nesi, il «banchiere rosso» per qualche mese ministro dei Lavori pubblici del Governo Amato II. Poi ha fatto una tesi di laurea su «Il tasso di cambio tra il dollaro e l’euro» ed è stato reclutato dagli istituti di ricerca Ires e Nomisma, dove è diventato responsabile geopolitico di Nomisma Energia. Suo compito valutare come i fattori politici incidono sui prezzi delle materie prime, ovvero perché aumentano gas e petrolio. Domandone che fa girare il mondo. Da un annetto collabora con la prestigiosa rivista di studi geopolitici limes. Gli argomenti di cui si occupa più o meno sono gli stessi, con l’aggiunta della situazione greca, divenuta perno centrale dell’agenda politica europea e non solo. Quello studente, oggi trentaseienne, è il medicinese Demostenes Floros, uno dei due figli di Nicola, il medico scomparso tredici anni fa, ricordato sia per la sua professionalità, sia per l’impegno politico (era nella lista dei ricercati durante la dittatura dei colonnelli). Con Floros abbiamo cercato di capire cosa sta succedendo nel Paese ellenico e quali sono gli scenari economici e politici che ci aspettano.

Quando sei stato in Grecia per l’ultima volta, come vivono le persone oggi?

«Un dato si commenta da solo: ci sono 400 mila bambini denutriti. Tantissime industrie hanno chiuso, gli operai nelle città fanno la fame mentre ai dipendenti pubblici hanno tagliato del 30 per cento gli stipendi, le tredicesime, le quattordicesime e ne hanno licenziati decine di migliaia. Si assiste ad una fuga dalle città, come Atene e Salonicco, e al ritorno nelle campagne da dove sono partiti i nonni, dove qualcuno ha ancora della terra, un po’ di olivi».

Quali sono le cause della crisi greca?

«La Grecia ha appena 11 milioni di abitanti, è piccola, ma fa parte di un’area euro che sta vivendo una situazione generale di insostenibilità politica ed economica. Poi ci sono le peculiarità come la deindustralizzazione e una classe dirigente inetta ed incapace. Pochi si sono arricchiti mentre la maggioranza della popolazione diventava sempre più povera: oggi il debito pubblico è di oltre 300 miliardi di euro ma si stima vi siano 600 miliardi di euro depositati all’estero dai greci, ed è un dato in continuo aumento. La prima analisi che ho fatto per limes, pubblicata a dicembre 2011, verteva proprio sui possibili scenari della crisi greca: rimanere nell’euro oppure uscirne immediatamente o con una transizione in cui la Grecia e magari altri Stati adottavano un “euro bis” prima di tornare alle monete nazionali. Quello studio è ancora attuale».

E se scegliessero di copiare l’Argentina di dieci anni fa?

«Gli argentini fecero una furbata, anche i greci potrebbero. A mercati chiusi dovrebbero dichiarare la convertibilità uno a uno dell’euro con la “neo dracma” e trasformare tutti i depositi presenti in Grecia in “neo dracma”, poi ufficializzare il debito estero in “neo dracme” svalutandolo e tagliandone così una buona fetta».

Questo «fregò» i piccoli risparmiatori italiani con bond argentini.

«Anche l’uscita dall’euro della Grecia e la conseguente svalutazione creerà un’iper inflazione che potrebbe provocare non pochi problemi ai grandi creditori, Francia e Germania. La Grecia si rimpossesserebbe della propria autonomia, ma ad un prezzo alquanto duro e difficile da stimare. Certo le condizioni imposte ora lo sono altrettanto e con un Pil che è a meno 6,5 per cento potrebbe diventare una strada da percorrere. Capire il male minore non è facile. I tedeschi vorrebbero scaricarli, sono gli Stati Uniti, in questo momento, i più interessati a tenere i greci in zona euro».

Perché gli Stati Uniti vogliono salvare la Grecia?

«I loro problemi di debito pubblico e deficit sono più gravi di quelli dell’Europa, ma finché l’attenzione è su di noi e le agenzie di rating sono preoccupate dell’euro, loro possono continuare a “galleggiare”».

Cosa si aspetta dal nuovo governo di coalizione formato dai conservatori di Nea Demokratia, i socialdemocratici del Pasok e il piccolo partito di centrosinistra di Sinistra Democratica?

«Le elezioni del 17 giugno sono state presentate come un referendum pro o contro l’euro, ma è sbagliato. La forza che per i media si contrapponeva a Nea, cioè Syriza, non è radicale, non è comunista o antisistema bensì socialista e socialdemocratica, non a caso a suo tempo votò a favore degli accordi di Maastricht. Propone una revisione del memorandum (gli impegni che Ue, Fmi e Bce hanno chiesto al Governo greco per finanziare il prestito che ha chiesto, ndr) ma non vuole l’uscita dall’euro. Syriza è stata dipinta in quel modo apposta, affinché i greci fossero impauriti dall’incertezza. Quanto accaduto dovrebbe far riflettere anche gli italiani. Ad esempio su chi pagherà la crisi del nostro paese. Tanto per capirci, nella Costituzione greca è previsto che gli armatori abbiano una tassazione privilegiata e non mi pare che nel programma di Nea Demokratia sia prevista la revisione di questo vergognoso privilegio, che significa 15,4 miliardi di utili non tassati nel solo 2011, né che l’Europa l’abbia preteso. Anche in Irlanda, altro paese che ha dovuto sottostare alle rigide richieste europee, la tassazione delle imprese è rimasta vergognosamente al 12,5% per cento. Questo vuol dire che la crisi continuerà a pagarla il fattore lavoro e non il capitale».

Quali sono gli effetti sull’Europa e sull’Italia?

«Prima cosa in Europa esistono squilibri strutturali a prescindere dall’esposizione delle banche tedesche e francesi sul debito greco. La sola Grecia non pesa neppure per il 2 per cento del Pil europeo. Se Spagna e Italia non avessero problemi analoghi, la Grecia potrebbe tranquillamente “saltare”, come nei fatti sta accadendo, senza ripercussioni per l’euro».

Merkel pare possibilista sulla rinegoziazione del debito.

«Quantanche si dilazionassero debiti e tasso di interesse, faccio fatica a capire come la Grecia possa pagare l’immenso debito accumulato, oltre il 160 per cento del Pil, quando nei primi sei mesi di quest’anno la crescita è negativa e la recessione molto più grave di quel che si stimasse. Lo ripeto, la crisi dell’Europa non è solo finanziaria bensì, in primo luogo, economico produttiva».

Quali sono allora i problemi dell’Europa?

«Per limes sto preparando uno studio sulla “geopolitica dell’energia” nel nuovo contesto multipolare, il tema intreccia la politica industriale dei Paesi, ad esempio dell’Italia. Il famoso spread, cioè il profilo di rischio finanziario di un paese, infatti, non dipende solo dal debito pubblico, ma anche dal disavanzo estero accumulato. La Grecia soffre da anni di un cronico deficit della bilancia industriale commerciale dopo un forte processo di deindustrializzazione, ma questo processo l’accomuna a tutta l’Europa. Oggi solo Germania e Olanda producono e vendono, mentre gli altri Stati europei producono sempre meno e comprano. La Germania, che esporta in Europa due terzi dei beni e servizi che produce, ha scaricato gli effetti della crisi internazionale da eccesso di investimento sugli altri paesi acuendone il processo di deindustrializzazione. Nel contempo sta prestando sempre più attenzione ai mercati asiatici. In pratica si sta riposizionando rispetto alla zona euro e alla nuova divisione internazionale del lavoro: non è un caso il rapporto diretto con i russi sul mercato energetico».

Una «ricetta» per risolvere la crisi?

«Il mio compito, in primo luogo, non è dare ricette ma analizzare tutte le diverse interpretazioni e cercare di capire quale la descriverà meglio. Però sono molto preoccupato quando sento politici o economisti fiduciosi sulla fine della crisi. Da un paio di decenni si sono create condizioni per cui la mia generazione e quella subito dopo la mia non avranno condizioni economiche e sociali favorevoli come quelle dei nostri padri e dei nonni. E credo che soprattutto l’Italia viva una grossa crisi culturale, con una bassissima capacità di analisi critica della situazione per fare scelte migliorative, unita ad un estremo provincialismo. Oggi viviamo rapporti di forza internazionali che non sono più quelli usciti dal crollo del Muro di Berlino. Inimmaginabili quando nel ’99 si bombardava Belgrado, compresa l’ambasciata di Pechino: dubito che Washington lo rifarebbe ora. E non mi pare viviamo in un mondo più libero, democratico e con un maggior benessere come si fantasticava vent’anni fa anche a sinistra. Invece l’Italia è imprigionata da vecchi retaggi culturali della guerra fredda, fatica a capire come vi sia la necessità di riequilibrare la propria posizione rispetto a vecchie alleanze. Al contrario i tedeschi lo fanno prendendo anche dei rischi, come quando si sono opposti alle guerre in Iraq e in Libia, alle quali noi abbiamo partecipato».