Crisi. “Bisogna riaffermare il ruolo del pubblico nell’economia”

di Daniele Ferri | da www.articolotre.com

vladimiro giaccheVladimiro Giacchè riflette sulle prospettive della sinistra e sulla necessità di ripensare un nuovo modello di sviluppo. Perché l’Europa non faccia la fine del Titanic

“Titanic Europa” è il titolo dell’ultima fatica di Vladimiro Giacchè, economista di ispirazione marxista: chi meglio di lui può riflettere sulla sinistra radicale e sul suo rapporto con l’analisi economica. Ecco la sua riflessione.

Dottor Giacché, le elezioni Grecia e Francia evidenziano un netto “no” alla politica del rigore. Possiamo ritenere fondato un ritorno, nel terzo millennio, di un concetto di coscienza di classe lavoratrice, massacrata dalle decisioni di Francoforte?

Per ora questo non c’è. C’è semmai la crescente consapevolezza che le politiche sin qui adottate hanno peggiorato, anziché migliorare, la situazione. E’ un primo passo, ma soltanto un primo passo.

Dottor Giacché, perché, a suo avviso, nel nostro paese, a fronte degli sviluppi Europei, la sinistra, anche quella proclamatasi radicale, fatica a denunciare e contrastare lo strapotere delle élite finanziarie europee? Non crede che l’accento continuo su tematiche sociali (beni comuni, diritti civili) eclissi il dato di fondo, ovvero lo sfruttamento dei lavoratori europei?

A me sembra che la denuncia ci sia, ma troppo spesso essa sia espressa in termini moralistici. Si tratta invece di capire che ci troviamo nel mezzo di una gigantesca ristrutturazione del capitalismo nei nostri Paesi, che sinora è avvenuta restringendo ulteriormente la fetta della torta del prodotto che va ai lavoratori. Sino al punto di deprimere la domanda di consumi e quindi di rendere più problematica (in quanto affidata al solo commercio estero extraeuropeo) la stessa ripresa. Quanto ai beni comuni, secondo me è mistificatorio intenderli come una sorta di “terza via” tra pubblico e privato. I beni comuni possono tradursi soltanto nell’ampliamento della sfera di ciò che è pubblico e sottratto alle pure dinamiche di mercato. Altrimenti sono una presa in giro.

Come sul Titanic, quello che dà anche nome al suo libro, le scialuppe in Europa non sembrano sufficienti a salvare tutti i passeggeri. La Spagna, ad esempio, si è appena scontrata con l’iceberg Bankia, terzo istituto del paese, imploso di titoli e fondi tossici, ennesimo soggetto scaricato sulle spalle dei contribuenti. Valutata la situazione in cui versa l’Unione Europea, lei crede che una sola politica di sostegno alla domanda possa salvare la nave?

No. Credo che da questa crisi si possa uscire non all’indietro soltanto riaffermando il ruolo pubblico nell’economia. Sotto tre profili diversi: migliore regolamentazione dei mercati (quello che non è stato fatto, a dispetto di tante chiacchiere, dopo il 2008: basti pensare che non sono stati regolamentati neppure i mercati obbligazionari OTC, ossia “over the counter”, ossia le transazioni che tuttora avvengono fuori dal mercato ufficiale); rilancio degli investimenti pubblici (in Italia soprattutto in formazione, ricerca e infrastrutture); intervento pubblico diretto in alcuni settore-chiave dell’economia (banche, telecoms e reti, energia e infrastrutture). In poche parole: dobbiamo trovare un nuovo mix tra Stato e mercato. O meglio, tra pubblico e privato. Di questo si dovrebbe ricominciare a discutere senza pudori e senza anatemi. Ovviamente, restano aperti molti problemi, a cominciare dal modo migliore per realizzare questa riaffermazione del ruolo pubblico nell’economia. Ad esempio, è possibile farlo a livello nazionale? E per contro, rinviare sempre a un livello sovranazionale non rischia di rendere meno concretamente attuabili queste misure? In ogni caso, una cosa è certa. Pensare di rilanciare l’economia in Europa deregolamentando il mercato del lavoro e migliorando la concorrenza (la ricetta della BCE) mi sembra un’impresa a dir poco disperata. Anche perché si parte sempre dalla parte sbagliata: come quando si pensa di far scendere il prezzo della benzina accentuando la concorrenza tra i benzinai, facendo finta di non accorgersi che è il cartello dei produttori petroliferi che impone i prezzi.