Come la Cina sta gestendo la riapertura ed il declassamento del Covid

di Francesco Maringiò

da https://italian.cri.cn

Secondo l’Economist, la riapertura della Cina sarà il più grosso evento economico del 2023, che peserà per i due terzi della crescita economica. L’impennata sarà duratura: HSBC, uno dei primi gruppi bancari al mondo, prevede che nel primo trimestre del 2024 la Cina avrà una crescita del 10% maggiore rispetto i primi tre mesi di quest’anno. Una novità decisamente importante per l’economia globale.

Eppure, in alcuni circuiti di informazione qui in Occidente, questa notizia viene accolta con dosi di scetticismo e biasimo per la gestione della diffusione del Covid-19 da parte delle autorità cinesi.

Il 26 dicembre scorso, il governo cinese ha declassato il coronavirus da malattia di “categoria A”, che comprende quelle ritenute più contagiose e pericolose, a quelle di “categoria B”, predisponendo che, dall’8 gennaio, chi entrerà nel Paese non dovrà più isolarsi in una quarantena obbligatoria. Tale misura coincide con l’inizio del “chunyun”, il periodo di circa quaranta giorni durante il quale i cinesi si spostano per tornare nelle località di origine in vista del Capodanno lunare. «Di fronte alla nuova situazione – ha ribadito Xi Jinping in una direttiva ai funzionari del Paese – occorre lanciare una campagna sanitaria più mirata, rafforzare una linea di difesa comunitaria per la prevenzione e il controllo delle epidemie e proteggere efficacemente la vita delle persone, la sicurezza e la salute». Eppure alcuni circuiti media qui da noi ci raccontano della decisione di lasciar correre il virus senza alcuna assunzione di responsabilità da parte delle autorità. Ma è veramente così?

I principali esperti del paese, intervistati dal China Media Group, hanno spiegato invece la strategia cinese di apertura e gestione del virus. Liang Wannian, responsabile del gruppo di esperti sulla risposta al Covid-19 presso la Commissione nazionale cinese della sanità, ha chiarito che aver declassato la malattia infettiva non implica un “lassez-faire” da parte del governo: controlli, cure e diagnosi restano al centro dell’attività di contrasto al virus, che non cambia il suo status di malattia infettiva legale stabilito dalla Repubblica Popolare Cinese. Liang ha chiarito che l’apertura è avvenuta in questa fase e non prima, perché la copertura della popolazione più anziana con la dose booster del vaccino non era completa. Wu Zunyou, capo epidemiologo del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha invece spiegato come la Cina stia monitorando da vicino i ceppi mutati del virus perché, quando il numero di casi trasmessi è elevato, ha chiarito l’epidemiologo, si potrebbe dare origine a nuovi ceppi. Tuttavia finora in Cina sono presenti solo quelli già segnalati all’estero. Il monitoraggio avviene sorvegliando alcuni soggetti specifici (pazienti delle case di cura, studenti nelle scuole, ricoverati negli ospedali) e in aggiunta sono stati istituiti 500 siti di sorveglianza in tutto il paese.

Finora il picco di contagio registrato, che ha riguardato prevalentemente le grandi città, ha portato ad un innalzamento significativo delle ospedalizzazioni ma, in sostanza, il sistema ha retto. Quello che si prospetta è che l’ondata coinvolga le zone rurali nel periodo del Capodanno cinese. Per questa ragione i funzionari locali sono stati esortati a predisporre un sistema di trasporto rapido ed efficace che permetta il trasferimento di eventuali pazienti che si dovessero riversare sulle strutture sanitarie delle aree remote in ospedali più attrezzati della contea e della città vicina. Scegliere il periodo giusto per l’apertura sulla base del tasso di copertura vaccinale per i soggetti più anziani, mantenere un sistema di tracciamento efficace delle varianti ed istituire siti di sorveglianza sono i pilastri della nuova fase di lotta al virus, predisposti dalle autorità cinesi dopo il periodo della politica zero-Covid.

Anche la notizia dell’inefficacia del vaccino inattivo, uno degli stereotipi più diffusi, (link) è stato smontato da voci autorevoli. È il caso dell’immunologo italiano Alberto Mantovani che, intervistato in merito, ha ribadito come il vaccino cinese «è efficace, dopo tre dosi, numericamente, persino di più dei nostri a mRna», anche se la differenza «non è statisticamente significativa». «C’è un’evidenza in Cile, dove hanno vaccinato col vaccino cinese 10 milioni di persone e hanno avuto la possibilità di prevenire la malattia nel 65% dei casi, hanno prevenuto l’ospedalizzazione nel 90% dei casi, il ricovero in terapia intensiva nell’86% dei casi e lo stesso per le morti». La dottoressa Maria Rita Gismondo, dell’Ospedale Sacco di Milano, ha sottolineato poi come Sinovac sia stato utile per «l’impiego nei paesi a basso reddito», grazie al fatto che non ha bisogno di essere conservato realizzando una costosa e complessa catena del freddo. In questo modo, il contributo alla lotta al virus è stato più efficace e democratico, andando a beneficio non soltanto dei paesi ricchi e sviluppati.

Le parole di questi esperti, sia cinesi che italiani, ci aiutano a mettere in una adeguata prospettiva le misure adottate dalla Cina contro il Covid in una fase caratterizzata da una apertura del paese e dai viaggi internazionali. Si ridimensionano così le paure alimentate da un flusso di informazioni allarmistiche che da settimane riempiono i principali rotocalchi occidentali. Su queste colonne, non ci stancheremo mai di sottolineare come non esista nulla di più sbagliato che politicizzare una pandemia globale.

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