Come la Cina si protegge dalle incursioni dei capitali speculativi dell’economia-mondo (II Parte)

di Giordano Sivini

L’apertura ‘con caratteristiche cinesi’ agli istituti finanziari globali

Preannunciata nel 2018, l’apertura al capitale finanziario dell’economia mondo si è realizzata l’anno successivo con le autorizzazioni ai grandi istituti finanziari di inserirsi sul mercato cinese tramite proprie fiduciarie su basi competitive con i soggetti cinesi già presenti. La misura anticipava l’Accordo di fase uno USA-Cina, firmato nel gennaio 2020 da Trump, che imponeva la rimozione delle barriere commerciali e di investimento per i fornitori statunitensi di un’ampia gamma di servizi finanziari, inclusi quelli bancari, assicurativi, mobiliari e di rating. Alcuni istituti, come Goldman Sachs, UBS, Credit Suisse e Morgan Stanley, erano già presenti in Cina da tempo, ma operavano da posizioni minoritarie in joint venture con entità locali; nel nuovo contesto potevano acquistare esclusiva capacità operativa.

A metà 2021 sono oltre cento le fiduciarie cinesi possedute dagli istituti esteri autorizzati ad operare in Cina. Ci sono istituti di compensazione per la gestione delle carte bancarie American Express e Mastercard; società di gestione patrimoniale facenti capo ad Amundi e BlackRock; banche di investimento come Goldman Sachs, Morgan Stanley, UBS, Credit Suisse, JPMorgan Chase, Nomura, DBS e Daiwa; società di rating come Standard & Poor e Fitch; e Yagi Tanshi per l’intermediazione valutaria. Generalmente i soggetti che operano sul mercato interno sono giuridicamente cinesi ed hanno nomi associati a quelli dei proprietari esteri (Panpan, 2022).

Yi Gang, governatore della Banca centrale cinese, dando comunicazione nel marzo 2019 dell’imminente misura, da lui già annunciata nel dicembre precedente, è molto chiaro: “Per l’apertura del settore finanziario sarà prevista la parità di trattamento per le istituzioni cinesi e quelle straniere in termini di requisiti e standard normativi, come la partecipazione azionaria, la forma di costituzione, la qualificazione degli azionisti, l’ambito di attività e il numero di licenze. Le istituzioni finanziate dalla Cina e dall’estero saranno trattate allo stesso modo trasparente e coerente con la pratica internazionale”.

Il governatore sottolinea che l’apertura del settore finanziario non comporta di per sé rischi finanziari per la Cina, ma può aumentare la complessità per prevenirli. “Faciliteremo gli investimenti esteri e miglioreremo la trasparenza del quadro giuridico, dei regolamenti, del sistema contabile e fiscale per gestire i rischi in modo efficace. Secondo me, siamo in grado di soddisfare l’esigenza di apertura del settore finanziario. Molti investitori globali vogliono investire nel regime valutario renminbi. Nell’attuale quadro di politica monetaria siamo in grado di gestire i rischi finanziari associati all’integrazione della Cina nell’economia globale e alla globalizzazione economica. Dal momento che il paese si è integrato nell’economia globale attraverso il commercio, gli investimenti, i servizi e il turismo, apriremo anche il settore finanziario e miglioreremo di conseguenza la politica monetaria”.

“Quello finanziario è un settore sottoposto a licenze”, aggiunge il governatore rispondendo ad una domanda. “Quando si tratta di raccogliere fondi dal pubblico si deve prestare grande impegno alla prevenzione dei rischi. Nel rilasciare licenze va fatta attenzione alla protezione dell’interesse pubblico, in particolare agli interessi dei depositanti al dettaglio e a quelli degli investitori. L’innovazione finanziaria ha accresciuto anche l’importanza del coordinamento normativo transfrontaliero. Molte innovazioni finanziarie comportano flussi di transfrontalieri di denaro, servizi e gestione patrimoniale. Il coordinamento normativo transfrontaliero è quindi imperativo” (Gang Yi, 2019).

I problemi di competitività delle fiduciarie di proprietà estera sono evidenziati dal quotidiano economico cinese indipendente Caixin. “Quattro istituti stranieri hanno acquisito partecipazioni di controllo nelle loro joint venture mobiliari, Goldman, UBS, Credit Suisse e Morgan Stanley. Altri quattro sono stati autorizzati a costituire società possedute a maggioranza o totalmente: il gigante americano dei servizi finanziari JPMorgan Chase, i titani finanziari giapponesi Nomura Holdings e Daiwa Securities, e il colosso bancario di Singapore DBS. La banca francese BNP Paribas, la giapponese SMBC Nikko Securities e la britannica Standard Chartered sono in attesa di approvazione per costituire società di intermediazione mobiliare. Una volta ottenute le autorizzazioni ci saranno 11 società di titoli controllate dall’estero che opereranno in un mercato affollato da oltre 140 soggetti, dominato da giganti di proprietà statale come Citic Securities, Huatai Securities e Guotai Junan Securities”.

“Nel settore della gestione patrimoniale, tre società straniere hanno ottenuto l’approvazione per costituire società di fondi comuni interamente controllate, BlackRock, Fidelity International e Neuberger Berman; altre tre sono in attesa di autorizzazione, Van Eck Associates, Alliance Bernstein e Schroders. Saranno in competizione con oltre 130 gestori di fondi comuni tra cui E Fund Management, China Universal Asset Management e GF Fund Management, che hanno registrato un utile netto del primo semestre 2021 compreso tra 1,3 e 1,8 miliardi di yuan”. (Yue, 2021)

Anche il Financial Times, definendo China’s Bing Bang l’apertura cinese agli istituti finanziari esteri, affronta il problema della loro competitività facendo riferimento ad alcune esperienze pregresse. JP Morgan, afflitto da battute d’arresto e da costi proibitivi che hanno limitato l’investment banking, ha perso in Cina 40 milioni di dollari negli ultimi due anni. Tuttavia considera che le perdite sono un prezzo necessario per un futuro redditizio; inoltre le commissioni raccolte dalla consulenza alle società cinesi sulle quotazioni a New York e Hong Kong sarebbero state molto più difficili da ottenere senza la base in Cina.

JPMorgan non è il solo ad aver finora fallito nel capitalizzare gli investimenti in Cina. Delle sette banche globali, solo tre – Goldman, UBS e Deutsche Bank – sono state redditizie negli ultimi tre anni; le altre – JPMorgan, Morgan Stanley, Credit Suisse e HSBC – sono in rosso. “Tutti gli istituti di credito si affrettano a sottolineare che le entrate dichiarate per le loro banche di investimento non sono rappresentative delle più ampie attività bancarie in Cina, come la sottoscrizione di obbligazioni e la consulenza tramite diverse entità onshore, a Hong Kong o altrove. Nessuno di loro rivela i ricavi totali. Ma i numeri dimostrano che devono fare molta strada per conquistare una fetta significativa dell’enorme mercato”. Affrontano con strumenti globali di alta qualità una situazione molto meno sviluppata di quella a cui sono abituati, e in rapido movimento. Le loro ambizioni si scontrano con giganti bancari cinesi come Citic Securities e CICC, che con le attività di investment banking guadagnano più di un miliardo di dollari all’anno.

“Le banche in Europa e negli Stati Uniti sono abituate a una sorta di processo decisionale centralizzato basato sui più elevati standard normativi a livello globale”, ha fatto osservare un ex dirigente che ha abbandonato un ruolo di alto livello in una banca globale. “In Cina ti trovi in conflitto con le pratiche attuali, dove a volte non hai nemmeno le regole scritte (…). Alla fine questo si riduce a uno scontro di filosofie tra due civiltà” (Kinder, 2021).

La consapevolezza di questa diversità emerge dalle aspettative delle autorità cinesi che la competitività migliori l’efficienza del sistema finanziario con l’introduzione di nuove forme di gestione, di servizi e di prodotti. (Panpan, 2022). Un grande successo è segnalato nell’ottobre 2022 da China Daily, quotidiano cinese. Bridgewater Associates, il più grande hedge fund del mondo, nella prima metà dell’anno ha ottenuto il 4,76% sui suoi investimenti nel mercato azionario cinese, rispetto al benchmark locale dello stesso periodo, lo Shanghai Composite Index, che ha perso il 6,63%. Il nuovo prodotto, lanciato in maniera discreta in collaborazione con il partner locale CITIC Securities a giugno, è andato a ruba tra gli investitori. “Per gli istituti stranieri che devono ancora avere un assaggio del mercato cinese, Bridgewater è una rivelazione”. Analogamente, all’inizio di agosto, BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, ha rilasciato un nuovo prodotto incentrato sulle società manifatturiere avanzate quotate sul mercato cinese. “Non c’è da stupirsi, i giocatori stranieri si stanno dirigendo verso una fetta della torta del mercato cinese” (Jing, 2022).

La Cina ha subìto diversi inciampi negli anni recenti, in particolare nel settore immobiliare e in quello delle banche locali. Il recente congresso del Partito Comunista non ha rieletto nel Comitato centrale quattro esponenti di punta del settore finanziario, che nel giro di pochi mesi lasceranno gli incarichi: Liu He consigliere economico di Xi Jinping, Yi Gang governatore della Banca centrale, Liu Kun ministro delle Finanze, Guo Shuqing presidente dell’organismo di controllo sulle banche e le assicurazioni. Dalle loro dichiarazioni, raccolte dal quotidiano South China Morning Post, emergono problematiche di rilievo, dai rischi del debito occulto alla scarsa trasparenza della struttura azionaria delle istituzioni finanziarie, dallo scarso rispetto della loro indipendenza ai segni di ‘graduale indebolimento della leadership del Partito’ nel settore (lee, 2022). Gli istituti finanziari globali sono grandi contenitori di liquidità per investimenti produttivi e di portafoglio, ma anche di spiccate capacità operative, e le autorità cinesi puntano sull’acquisizione di entrambi.

Il renminbi come dispositivo di sicurezza dell’area di accumulazione

Renminbi è la valuta cinese la cui convertibilità estremamente controllata protegge dagli attacchi speculativi l’area di accumulazione della Repubblica Popolare Cinese in cui circola come unità di conto, mezzo di scambio e riserva di valore; lo yuan, che è la sua unità di base, ha la forma di CNY all’interno della Cina continentale e quella di CNH al di fuori di essa. Il conto capitale, che riguarda i flussi monetari in ingresso e in uscita nell’area, ha una apertura molto limitata. Ciò tuttavia non influisce sull’utilizzazione delle diverse valute nelle operazioni commerciali transfrontaliere, poiché, dopo l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il conto corrente non è soggetto a restrizioni.

Al fine di rendere possibile una conversione valutaria del renminbi in conto capitale, le autorità cinesi hanno creato all’estero mercati off-shore dove i flussi di ricchezza, che accompagnano le attività commerciali e di investimento, prima di entrare nell’area di accumulazione cinese devono essere convertiti in renminbi, quali che siano le loro origini valutarie. Un mercato off-shore richiede perciò un deposito di renminbi allestito dalla Banca centrale cinese presso la Banca centrale del paese con la quale viene sottoscritto l’accordo swap per il cambio di valuta; da esso vengono attinti i renminbi per essere spostati verso la Cina continentale già nella forma onshore di CNY. I fondi originati in renminbi e non rimpatriati possono essere cambiati nella forma offshore di CNH in altra valuta. “Spostando tutte queste transazioni all’estero, le autorità monetarie intendono proteggere il mercato onshore della Cina continentale da movimenti di capitali indesiderati e potenzialmente destabilizzanti che potrebbero minare la stabilità finanziaria interna del paese” (Subacchi 2016).

Il primo accordo swap risale al 2008 e riguarda la Banca centrale cinese e quella della Corea del Sud. Da allora al 2020 ne sono stati sottoscritti molti altri. Accompagnano gli investimenti cinesi all’estero (ODI, Outward Direct Investment) che mirano ad allargare l’accesso a materie prime e a tecnologie avanzate, conquistare mercati di sbocco per le sovraproduzioni interne, e, dopo il 2013, realizzare grandi progetti infrastrutturali nel quadro della Belt and Road Initiative (BRI), della quale la Nuova Via della Seta è una componente. Per queste attività la Cina investe all’estero in renminbi e in forex, la valuta estera di cui dispone la Banca centrale cinese. Nell’agosto 2022 il forex ammonta, valutato in dollari, a 3 mila miliardi, la più alta riserva di qualsiasi paese del mondo. Origina dal cambio in renminbi delle valute provenienti dall’estero fatto dalla Banca, che le investe all’estero in titoli obbligazionari e di prestiti interbancari.

Sulla base di accordi bilaterali i progetti della BRI realizzano infrastrutture di rilevante portata con prestiti in renminbi che i paesi devono rimborsare, ma che spesso non incassano perché vengono direttamente erogati alle imprese cinesi appaltatrici, le quali utilizzano forza lavoro e fornitori propri (Amighini, 2020). La parte che i paesi ricevono in renminbi, immessa sul mercato interno contribuisce, a partire da relazioni di importazione con operatori cinesi, ad alimentare una rete di rapporti in continua espansione (Song, 2020)

Un contributo decisivo per l’allargamento a livello regionale di questo processo espansivo è dato dalla costituzione nel 2014 della l’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), promossa dalla Cina e da altri 20 paesi. Nel giro di un anno i fondatori sono diventati 57, dei quali 45 asiatici, e, in seguito, se ne sono associati altri 63. L’adesione iniziale era stata stimolata dall’impegno cinese di sottoscrivere metà del capitale, ridotto al 31 per cento in seguito alle partecipazioni dei nuovi sottoscrittori, con un potere di voto del 27 per cento entro il 73 del complesso dei paesi asiatici. L’iniziativa, osteggiata dagli Stati Uniti e dal Giappone alla quale contrappongono l’Asian Development Bank, è una risposta specifica all’enorme domanda di connettività asiatica, e si concentra sulla costruzione di infrastrutture volte a migliorare l’integrazione economica regionale. Costituisce un potente strumento di diffusione del renminbi, che ha già iniziato a spezzare il dominio del dollaro (Bora, 2020).

Contemporaneamente alla costituzione della Banca regionale, la Cina ha promosso, assieme a Brasile, Russia, India e Sud Africa, al sesto summit dei BRICS la fondazione della New Development Bank BRICS, che, come la AIIB, ha sede in Cina. L’iniziativa era già stata preannunciata in un memorandum d’intesa del 2012, ma la decisione è stata formalizzata dopo negoziazioni fallite con il Fondo Monetario Internazionale per una distribuzione più equa delle quote di voto di Usa e Ue. La Banca ha un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari, ma gestisce un fondo strategico di riserva di 100 miliardi (41 della Cina, 18 a testa del Brasile, India e Russia, e 5 dell’India) al quale i partecipanti possono ricorrere per far fronte a crisi della bilancia dei pagamenti o ad attacchi speculativi. Attiva dal 2016, la Banca sta finanziando progetti sia in dollari sia in renminbi, che per lo più riguardano infrastrutture.

Le due nuove banche, una regionale e l’altra globale, promosse dalla Cina hanno contribuito alla decisione del Fondo Monetario Internazionale, presa nel 2015 e attuata l’anno successivo, di riconoscere il renminbi come valuta di riserva di portata internazionale, tale da entrare nel paniere che definisce la composizione dei Diritti Speciali di Prelievo, accanto a dollaro, euro, sterlina e yen. Tutti i paesi detentori di DSP hanno dovuto far posto alla moneta cinese, con un peso che è passato dall’iniziale 10,92% al 12,28% nel maggio 2022. Il riconoscimento internazionale nonostante la permanenza dei serrati controlli cinesi sul conto di capitale, è un’implicita rinuncia alla pretesa di liberalizzazione da sempre sostenuta dal Fondo Monetario. Il renminbi resta “lo strumento di una globalizzazione al contrario: non è la Cina ad aprire il suo settore finanziario al resto del mondo, ma è quest’ultimo ad accogliere una sempre maggiore presenza della Cina sui mercati finanziari internazionali, nonostante Pechino continui a proteggere il suo sistema finanziario dalla potenziale instabilità di una liberalizzazione incondizionata”, dice Alessia Amighini (Martinasso, 2022).

Il futuro dipenderà da come verrà interpretata l’affermazione di Xi Jinping al ventesimo congresso del Partito Comunista: “Promuoveremo l’internalizzazione del CNY in modo ordinato”.

Riferimenti bibliografici

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