Tragedia Ucraina: prove tecniche di escalation

di Bruno Steri | da www.esserecomunisti.it

1- Contrariamente a quel che va immaginando qualche nostrano maître à penser a proposito di una pretesa obsolescenza delle contrapposizioni politiche “novecentesche”, la tragedia ucraina ha riproposto nel cuore dell’Europa un clima storico, con i suoi conflitti e le sue lugubri simbologie, che si riteneva evaporato col tramontare del secolo scorso. L’assordante silenzio dell’informazione ufficiale sulle atrocità compiute dalle milizie paramilitari e sui pogrom nazisti che hanno accompagnato le operazioni di “ordine pubblico” dell’esercito di Kiev nelle regioni orientali dell’Ucraina, è coerente con l’appartenenza del nostro Paese all’Alleanza Atlantica (ispiratrice e sostenitrice del golpe che ha reinnescato la guerra fratricida e riacceso la miccia separatista); ed è in sintonia con il pronto riconoscimento da parte dell’Unione Europea del nuovo governo (in cui spiccano inquietanti personaggi dell’estrema destra). Le tensioni e gli strappi successivi (compreso il referendum in Crimea e la riannessione di questa alla madre Russia) sono conseguenze prevedibili di tale innesco. Certo, restituire alla cronaca di questi giorni le sue drammatiche e sottaciute verità è dovere di ogni democratico: e bisogna dire che, nell’era di Internet, è ancora una volta la rete a produrre squarci nel muro di gomma della censura mediatica. Ma altrettanto importante è provare a comprendere il contesto generale di cui questi avvenimenti sono emblematica espressione.

2- A quanto pare, è infatti in gioco qualcosa di più grande dei destini dell’Ucraina. Non a caso, ragionando sull’attuale stato di salute delle relazioni internazionali e sui complicati rapporti tra le maggiori potenze del pianeta, è stata evocata (in primis da China Daily) la cosiddetta “trappola di Tucidide”. Chiamato a riflettere sulle cause della guerra del Peloponneso, il grande storico ateniese giunse alla seguente conclusione: quando gli interessi di una potenza in ascesa entrano in rotta di collisione con quelli di una potenza in declino, la guerra è alla lunga inevitabile. Il riferimento è ad una stretta della congiuntura storica che si prospetta appunto come una vera e propria trappola. Ora, che la Cina sul piano economico sia in ascesa, è sotto gli occhi di tutti; così come è evidente che ciò contrasta con l’incipiente e strutturale sofferenza delle economie dell’Occidente capitalistico e, nello specifico, dell’economia Usa. Recentemente, è stato il prestigioso Financial Times a dare nuovo lustro alla suddetta metafora storica, dando notizia di uno studio della Banca Mondiale che per l’anno in corso prevede, per la prima volta dopo un secolo e mezzo, l’attribuzione alla Cina (e non agli Usa) del primato economico mondiale. In terza posizione l’India. Beninteso, i cinesi sono i primi a sapere che i dati sulla ricchezza prodotta non bastano a stabilire la salute e la forza di un’economia: se il Pil in valore assoluto rende conto della capacità complessiva della macchina produttiva, è il Pil pro capite (che per la Cina vale ancora un quinto di quello statunitense) a dare una misura più esaustiva del benessere sociale (più precisamente: una misura “media”, che quindi copre i dislivelli interni). Resta tuttavia la velocità dei cambiamenti in questione, che induce le proiezioni sul futuro stato economico del mondo ad anticipare di continuo la data di un definitivo sorpasso. In proposito, assai istruttivo è stato il racconto fatto un paio d’anni fa da un autorevole dirigente del Pc cinese davanti ad una delegazione congiunta Prc/Pdci in visita nel Paese del dragone: nel corso di un incontro di partiti comunisti un leader africano chiese come mai, in piena crisi capitalistica, la Cina non intendesse dare il colpo di grazia e ritirare il suo sostegno al debito pubblico Usa, vendendo tutta la consistente quota di bond in suo possesso. Risposta cinese: una tale improvvisa decisione sarebbe gravida di conseguenze per il mondo; e noi operiamo per la pace, non vogliamo la guerra. E soprattutto – come accade spesso, il veleno sta in coda – il tempo lavora a nostro favore. (Nonostante ciò, la Cina ha poi progressivamente asciugato la sua dotazione di titoli di stato Usa e ha altresì proposto di sostituire il dollaro quale moneta di riferimento negli scambi internazionali).

3- Ancorché non immediatamente implicati nella vicenda Ucraina, i rapporti sino-statunitensi sono pienamente in tema, perché servono a definire il contesto generale in cui prende corpo la crescente aggressività dell’imperialismo Nato: un’aggressività fragorosamente sfociata nei fatti di Kiev. Un importante articolo, comparso il 7 aprile scorso sulle pagine on line del settimanale tedesco Der Spiegel, aiuta a capire l’evolvere delle opinioni all’interno dell’Alleanza Atlantica e, in particolare, la diversa attitudine degli Usa e della Germania nei loro rispettivi rapporti con la Russia (cfr. la traduzione inglese: Ukraine Crisis Exposes Gaps Between Berlin and Nato). L’articolo fornisce un resoconto ragionato del meeting tenutosi a Bruxelles ai primi dello scorso aprile tra i ministri degli Esteri dei Paesi Nato: resoconto in cui spiccano le posizioni non convergenti espresse dal Segretario generale, il danese Rasmussen, e dal ministro Degli Esteri tedesco Steinmeier. Il primo ha infatti ribadito un orientamento già anticipato in un intervista al quotidiano conservatore Die Welt, sottolineando in particolare due punti: primo, la necessità di perfezionare e varare in termini operativi il nuovo concetto strategico (espansivo) dell’Alleanza; secondo, l’opportunità di aprire le porte della medesima all’entrata di nuovi Paesi membri, a partire proprio dall’Ucraina. Significativa è stata la replica alquanto stizzita del tedesco Steinmeier, il quale ha subito evidenziato “i rischi di una militarizzazione della politica estera”, aggiungendo secco che “la partecipazione dell’Ucraina alla Nato non è oggetto di discussione”. Da parte di quest’ultimo è stata evidente la preoccupazione di non recidere il filo delle relazioni russo-tedesche sull’onda di un’escalation da nuova “guerra fredda”.

4- Il comparire di quest’ultima formula non è peraltro riducibile a mera battuta. La crisi ucraina ha funzionato da detonatore per l’irruzione nella discussione interna all’Alleanza di nozioni che sembravano sepolte dalla storia. Ad esempio, quelle di “deterrenza” (deterrence) e “contenimento” (containment). Non può sfuggire che il botta e risposta appena visto alluda a un nodo strategico che gli avvenimenti in Ucraina rischiano di troncare bruscamente e che dovrà in ogni caso essere sciolto nella prossima riunione Nato prevista per settembre: Mosca è sempre meno un partner e sempre più un avversario. Con l’eclissarsi del “socialismo reale” – e con lo stato sempre più disastrato dell’apparato militare russo – si era fatta largo all’interno della Nato la tesi di coloro che confidavano in una progressiva integrazione della Russia all’Occidente. Le vicende attuali ci dicono che l’umore è cambiato e sempre più stringente si fa l’interrogativo: la Russia di Putin sta pianificando il suo futuro dentro l’Occidente capitalistico o contro di esso? Se vale la seconda ipotesi, la nozione di “deterrenza” torna prepotentemente sulla scena europea.

5- Nel frattempo, tuttavia, il mondo è cambiato. All’epoca della guerra fredda propriamente detta, il solo esercito tedesco contava 500 mila soldati, più di 4 mila Leopard (tanks da battaglia di terra), 600 aerei da combattimento. La forza difensiva della Nato era dislocata lungo un confine che attraversava lo stesso territorio tedesco. Oggi, il budget militare della Germania è sceso dal 3% all’1,2% del Pil; il suo esercito ha a disposizione “solo” 180 mila uomini addestrati a partecipare a missioni internazionali, più che a difendere da nemici esterni il territorio nazionale; il numero di aerei da guerra è più che dimezzato; l’enfasi non è più su carri armati, ma su droni e elicotteri da impiegare in Afghanistan o in Africa. Eppure gli Stati Uniti esigono dalla Germania e dall’Europa un ulteriore sforzo, chiedono di adeguare la forza d’urto ai tempi che cambiano ancora (e al passato che torna). La Russia ha ammainato la bandiera rossa sulle torri del Cremlino; ma poi ha ricostruito la sua autonomia politica (e il suo sistema di difesa), operando in collisione con il mondo unipolare e le impellenti esigenze dell’ ”american way of life”. Ha rafforzato i suoi rapporti internazionali in direzione dell’Asia, in particolare con la Cina: si è avuta una chiara prova di ciò in occasione delle ultime crisi locali (Libia, Mali, Siria) e del relativo voto in sede di Consiglio di sicurezza Onu. Come all’epoca del confronto bipolare, sembra vi sia ancora qualcuno (un “nemico”) da “contenere”. Del resto, lo chiede lo stesso nuovo governo ucraino, che si aspetta dalla Nato armi e munizioni; lo chiede la Polonia, che vuole sul suo territorio due brigate Nato (10 mila uomini); lo chiedono i Paesi baltici, ansiosi di rimpiazzare i vecchi missili Patriot con il moderno sistema di difesa missilistica MEADS. E lo intima al nostro governo l’ambasciatore Usa, il quale non fa sconti e rispedisce al mittente la timida richiesta di limitare il numero di aerei F35 che l’Italia si appresta ad acquistare. Deterrenza e contenimento significano riarmo. Lo spiegano bene i titoli di due interviste de La Repubblica agli stessi Steinmeier e Rasmussen: al primo che dice “Non consentiamo a Putin di essere nostro nemico, serve una nuova Ginevra”, un modo un po’ imbarazzato per perorare la via diplomatica (La Repubblica, 6 maggio 2014), replica il secondo in termini assai più perentori: “Basta con i tagli alle spese militari, adesso l’Europa deve difendersi” (La Repubblica, 5 maggio 2014).

6- Difficile trovare in un sistema mediatico irregimentato (embedded) qualche cenno su questa corsa al riarmo e, tanto meno, sulle connesse responsabilità di Stati Uniti e Nato. Per questo, a mio parere, merita una citazione completa il seguente compendio storico, comparso su Il Fatto Quotidiano: “Difficile spiegare come mai l’accordo di pace 1990 tra Gorbaciov, Helmut Kohl (cancelliere tedesco) e James Baker (segretario di Stato di Bush padre) sia finito in niente. Mosca ritira le truppe dalla Germania Est e Washington si impegna a non allargare la Nato nell’Europa decolonizzata dal comunismo. Strette di mano e sorrisi. Gorbaciov chiede due righe di protocollo, ma Bush padre risponde che un patto tra gentiluomini trascura la burocrazia delle carte. Niente nero su bianco. E poi pianifica l’assedio alla Russia disastrata. Subito Germanie unificate attorno a Berlino; subito si arruolano alla Nato Estonia, Lituania, Lettonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Polonia. Ventaglio di missili che abbraccia le frontiere di Mosca con la scusa del pericolo iraniano. (Maurizio Chierici, Ucraina, l’America non è innocente, 6 maggio 2014).

7- Qui stanno le radici della nuova escalation. E l’Europa, cioè la Ue, che fa? L’Unione Europea segue, come l’intendenza. D’altronde – raccontano le cronache – quando Obama deve interloquire con “qualcuno che conta” del Vecchio continente targato Ue, non telefona certo alla sig.ra Ashton, fantasmatico ministro degli Esteri di Bruxelles: telefona direttamente a Merkel, Cameron e Hollande. Nei fatti, non c’è una politica estera dell’Unione. Eppure, non mancano robusti segnali di contraddizioni interne al fronte occidentale che specificamente contrappongono le due sponde dell’Atlantico. In fondo, lo scambio Rasmussen/Steinmeier di cui sopra ne è un esempio. Come al solito, al cuore di queste difficoltà troviamo i problemi relativi all’approvvigionamento energetico. In merito, un significativo segnale è lo stop imposto da Hollande all’acquisizione da parte del colosso americano General Electric del settore energetico del gruppo transalpino Alstom: con un occhio agli interessi politici complessivi, l’esecutivo francese sembra orientato a optare per una soluzione europea, aderendo all’offerta della conglomerata tedesca Siemens. Ma la partita concerne tutto il continente; e l’Ucraina costituisce uno snodo decisivo. La Russia fornisce ai Paesi Ue 130 miliardi di metri cubi di gas naturale, cioè un quarto del loro consumo complessivo: ora, nonostante la realizzazione di nuovi gasdotti (Yamal-Europa via Bielorussia e Polonia, Blue Stream via Turchia e Nord Stream via Germania), più della metà di tale flusso (70 mld di metri cubi) transita in territorio ucraino. Chi controlla l’Ucraina, controlla un importante rubinetto da cui sgorga il gas naturale proveniente dalla Russia. Non sarà quindi un caso che il nuovo governo ucraino si appresti a privatizzare la compagnia energetica statale e che in pole position per l’acquisizione vi sia la principale compagnia petrolifera statunitense Exxon-Mobil. Se, per portare a buon fine il progetto, sono serviti qualche eccidio di troppo e le scorribande di qualche nazista in libera uscita, pazienza. Tuttavia, il percorso non è tecnicamente così semplice: con quale fornitore l’Europa dovrebbe infatti sostituire la Russia? La centralità dei gasdotti nel trasporto di gas naturale rende assai complicata una tale sostituzione. Inoltre, come tra gli altri ha recentemente denunciato Naomi Klein, la strada dell’importazione dagli Stati Uniti di gas liquefatto presupporrebbe la costruzione di terminali ad hoc per l’esportazione, ad oggi inesistenti, e quindi la necessità di investire decine di miliardi di dollari: una strada impervia, per tempi di realizzazione e costi, ambientali ed economici (questi ultimi ovviamente tutti a carico dei consumatori europei).

Il dramma ucraino serve insomma a isolare ancor più la Russia e ad ammonire l’Europa, limitandone l’autonomia (politica e economica). Il tempo stringe e la crisi incalza: “contenere” la Russia, così come la Cina (il viaggio di Obama nelle Filippine per attivare nuove basi militari è in proposito eloquente) è parte essenziale degli interessi strategici Usa. Sarebbe il caso che, con altrettanta urgenza, rialzasse la testa un movimento contro il riarmo e la guerra.

Bruno Steri – redazionale