Non Eltsin ma Zjuganov vinse le elezioni del 1996: parola di Medvedev

di Giulietto Chiesa | da www.megachip.info

eltsinMOSCA, 1 marzo 2012. – «Nel 1996 l’elezione presidenziale non fu vinta da Boris Eltsin». Se fosse stato, a dirlo, un oppositore del giorni nostri, si sarebbe potuto dubitare. Anche se le cose andarono effettivamente così. Invece l’autore della dichiarazione è niente meno che Dmitrij Medvedev, il presidente russo in carica ancora per qualche manciata di ore. Vediamo di raccapezzarci. In quel 1996 Boris Eltsin aveva un rating del 6% di consensi. Fu rimesso in pista con una campagna elettorale pagata da diverse fondazioni americane, sotto la guida di Anatolij Ciubais (rimasto in sella come ministro anche sotto Putin e Medvedev).

Ma, a quanto ora sappiamo – stando alle parole di Medvedev istesso – non sarebbe bastato tanto dispendio di denaro e di colpi bassi, se non ci fossero stati pesanti “ritocchi” delle cifre ufficiali. Boris Eltsin, secondo i dati ufficiali, prese il 35,3%, mentre Gennadij Zjuganov, capo dei comunisti, dovette accontentarsi del 32%. Andarono così al secondo turno loro due, eliminando una selva di concorrenti, tra i quali c’erano Aleksandr Lebed e Mikhail Gorbaciov (cui fu accreditato uno 0,5%).

Al secondo turno Eltsin vinse con il 53,8% e Ziuganov rimase al palo con il 40,3%.

Molti osservatori, tra cui chi scrive queste righe, dubitarono di quel risultato e ne scrissero. L’analisi del voto in numerose regioni mostrava l’evidenza dei brogli. Sui circa 600mila voti del Tatarstan, per esempio, Eltsin risultava avere perduto sulla carta, mentre veniva dato vincitore sui computer. Ma non fu possibile nessun controllo.

Dopo poche settimane le schede vennero distrutte.

Ricostruire la verità fu impossibile allora, meno che mai adesso. E dunque che succede e perché? Vediamo le circostanze. Dmitrij Medvedev incontra il 20 febbraio i leader dei partiti che non furono ammessi alle elezioni parlamentari dello scorso dicembre. Vuole discutere con loro, a porte chiuse, le sue proposte di riforma del sistema elettorale. E’ un gesto conciliatorio a pochi giorni dalle elezioni e della sua uscita di scena, mentre le proteste nel paese continuano. La frase incriminata non compare nel resoconto ufficiale, ma viene immediatamente riferita ai giornalisti da alcuni dei partecipanti.

Medvedev avrebbe detto anche altre cose. «Ve ne siete accorti solo adesso? Le elezioni precedenti furono tutte ideali?». Come dire: non fate finta di niente, anche voi lo sapevate. E non esagerate ora con le vostre proteste, siamo qui per discuterne senza fare troppo scandalo.
Poi si sarebbe rivolto a Boris Nemzov, che allora era nel governo di Eltsin, ricordandogli di essere stato uno degli organizzatori della vittoria manipolata.

Il Cremlino, dove ancora risiede Medvedev, ha smentito. Ma i testimoni sono troppi e le reazioni ci sono state, a confermare l’enormità dello scandalo. E a cercare di pararlo prima che dilaghi. Il primo a parlare è stato proprio Anatolij Ciubais, l’uomo degli oligarchi, l’artefice della privatizzazione, rimasto in sella, come ministro e eminenza grigia, come guardiano dell’operazione, sia sotto Putin che sotto Medvedev. Non poteva tacere, anche perché proprio lui era a capo della squadra elettorale di Eltsin in quel momento, e se c’è qualcuno che sa tutto è appunto lui. Altra smentita, con qualche tono di minaccia. «Se si prendesse sul serio la tesi che nel 1996 vinse Zjuganov e non Eltsin, allora automaticamente si dovrebbe riconoscere l’illegittimità dei due mandati presidenziali del presidente Putin e di quello del presidente Medvedev».

Attenzione, dunque, perché chi tocca i fili muore: questo è il messaggio. Ed è un messaggio simultaneo a Putin, che sarà sicuro vincitore di questa nuova elezione.

Rimettere in discussione la storia elettorale della Russia “democratica” significa riaprire il capitolo della privatizzazione, cioè della rapina che, dopo quella elezione, fu realizzata, regalando a un pugno di banditi le immense ricchezze del paese.

Resta da capire il significato e l’obiettivo della rivelazioni di Medvedev. È stata una gaffe, o c’è dietro un piano?

Due cose colpiscono: una notizia di tale, dirompente portata viene taciuta, all’unisono, da tutti i media, amici e nemici del Cremlino.

Il silenzio di giornali e televisioni del 2012 non è meno grande di quello che circondò, in Russia e nel mondo intero, la truffa elettorale che veniva consumata ai danni della popolazione russa. Il terrore che la verità emerga è così grande da raggelare tutte le stanze del potere. Come allora il consenso degli oligarchi e dell’Occidente fu che si doveva impedire, a tutti i costi, l’elezione di un comunista alla presidenza della “nuova Russia”. Anche a costo di piantare un chiodo definitivo sul coperchio della bara della democrazia russa.

Ma c’è la seconda curiosità, la più impressionante, a ben vedere. È il silenzio del Partito Comunista della Federazione Russa. Il partito del candidato che, come allora, in caso si dovesse andare a un secondo turno, sarebbe contrapposto a Vladimir Putin. L’unica reazione, da quella parte, è stata affidata a uno dei segretari del Comitato Centrale, Sergej Obukhov, il quale se l’è presa con Medvedev, invece di applaudirlo.

Obukhov – che non era presente all’incontro fatale – ha detto: «Tiri fuori i documenti. Noi questi dati non li abbiamo». Ben strano che i vincitori di allora rifiutino di accettare la loro vittoria, anche se viene riconosciuta troppo tardi. Obukhov dimentica che allora Zjuganov protestò veementemente, sebbene molto in fretta ogni protesta sia stata poi smorzata e abbia finito per sparire dall’ordine del giorno.

Alla vigilia delle elezioni, però, una notizia del genere potrebbe non giovare nemmeno a Zjuganov. Gli si potrebbe chiedere come mai accettò la sconfitta senza combattere, sapendo di avere vinto. E gli si potrebbe chiedere le ragioni per cui la sua opposizione in questi anni è stata così “leale” da non fare mai pesare la sua forza reale nel paese.

Ma sarebbe come chiedere adesso ad Al Gore, che vinse le elezioni presidenziali del 2000 contro George W. Bush, perché accettò la sconfitta, decretata dalla Corte Suprema a maggioranza dei voti.

A volte succede che, con una pistola puntata alla tempia, ci si scopra improvvisamente molto paurosi.