Quali sono i limiti della destra in America Latina?

pueblo movilizado avndi Emir Sader*
da www.alainet.org

Traduzione di Marx21.it

C’è un clima di euforia nei media della destra latinoamericana, dopo un decennio e mezzo di continue frustrazioni. Credono di poter tornare ad essere protagonisti della storia latinoamericana contemporanea. Tra gli ambienti finanziari e quelli dell’informazione internazionale, c’è autentica euforia.

L’impeto con cui agiscono in Argentina e in Venezuela può dare l’impressione che sappiano fino a dove vogliono arrivare, che abbiano la chiave del futuro delle nostre società, che si siano rinnovati al punto di poter tornare ad essere forza egemone nella regione. Criticano i governi progressisti, come se si trattasse di un ciclo esaurito, a cui costoro si propongono di succedere, superandolo.

Ma è proprio cosi? Che si può dedurre dai primi movimenti del governo di Mauricio Macri in Argentina e dell’opposizione vittoriosa nelle elezioni parlamentari in Venezuela?

Sebbene si propongano di imprimere un nuovo impulso all’economia, tutti i sintomi indicano che riprenderanno il liberalismo economico, nonostante il suo insuccesso spettacolare nel passato recente in questi paesi e in quelli in cui lo si conserva ancora come modello, come Messico, Perù e altri. Le misure messe in pratica in Argentina e quelle che si annunciano per il Venezuela rappresentano la vecchia formula della rinuncia dello Stato alle sue capacità di regolazione dell’economia, della liberazione dell’azione delle forze del mercato, del reinserimento nel contesto internazionale con la subordinazione al FMI e alla politica nordamericana nella regione. Approfondimento della recessione e acuta crisi sociale sono i corollari obbligati di queste politiche.

Non si tratterebbe del superamento del ciclo progressista, poiché hanno dichiarato formalmente di voler mantenere le politiche sociali dei governi progressisti, riconoscendone il successo e il sostegno popolare. Ma tagliando risorse e colpendo direttamente i nuclei che le implementavano, dimostrano, in Argentina, la contraddizione tra la loro politica economica e gli obiettivi sociali. Contraddizione chiara in Argentina, dove si moltiplica la disoccupazione con enorme rapidità, e probabile, nel caso che arrivino a governare, in Venezuela, per il modo con cui si critica la creazione di posti di lavoro, che sarebbe alimentata in modo artificiale e da parte di governi definiti “populisti”.

Che succederà quando il governo di Macri si renderà conto che l’economia non tornerà a crescere con le misure che prende? Che, al contrario, aumenta la recessione, con una crescita della disoccupazione e della crisi sociale? Che succederà quando si renderà conto che non può stabilire accordi internazionali che si contrappongano al Mercosur, salvo che non tenti l’avventura di abbandonare questa alleanza regionale da cui tanto dipende l’economia argentina e si allontani sempre di più dal Brasile?

In Venezuela, la destra, euforica per la sua maggioranza parlamentare e progettando il cambiamento del governo in sei mesi, dovrà anch’essa confrontarsi con la dura realtà concreta. Innanzitutto, hanno vinto nelle elezioni parlamentari, ottenendo 400.000 voti in più che nelle elezioni precedenti, – probabilmente il voto punitivo di chavisti scontenti -, ma in un contesto di grande astensione – 2 milioni – di chavisti che non hanno scelto il voto punitivo, ma che rappresentano ancora una riserva di sostegno per il governo. Questi vasti settori, di fronte a un referendum revocativo che l’opposizione intenderebbe convocare, non vanno aggiunti automaticamente a chi chiede la fine del governo chavista, intenzionato a far ricadere tutte le conseguenze negative sui settori popolari.

In secondo luogo, le nuove iniziative del governo venezuelano per riattivare l’economia, che saranno trasmesse all’Assemblea Nazionale, porranno l’opposizione di fronte alla sfida della condivisione di misure contro la crisi, trovandosi nella condizione impopolare del tanto peggio, tanto meglio. Tenendo conto del fatto che i problemi economici sono quelli che più colpiscono la popolazione e che il settore moderato dell’opposizione sembra intenzionato ad aiutare a superare la crisi, mentre il settore radicale pensa solamente a cambiare il governo, le difficoltà e il logorio  dell’opposizione potrebbero risultare decisivi di fronte a una popolazione che ha necessità di soluzioni immediate per i suoi problemi.

D’altra parte, le misure con cui il governo si è blindato, mettono molto in difficoltà quelle annunciate dall’opposizione, sia quella in relazione all’amnistia che qualsiasi altra che miri a sostituire il governo in sei mesi, che andrebbe a cozzare contro un assetto istituzionale avverso, sia del Potere Esecutivo che di quello Giudiziario. L’euforia iniziale è destinata a esaurirsi rapidamente. Rimarrebbe la convocazione del referendum a metà del mandato di Nicolas Maduro, che si può ottenere con le firme del 20% degli elettori.

Ma di fronte all’ingiunzione di farla finita una volta per tutte con i governi chavisti per portare al potere l’opposizione, questa non potrà contare facilmente su una maggioranza. Saranno decisiva la lotta di massa nei prossimi mesi, insieme alla reazione popolare nei confronti delle iniziative del governo per superare la crisi e le risposte dell’opposizione. Le mobilitazioni popolari, che sono già iniziate, favoriscono ampiamente il governo, che conta su una militanza attiva, mentre l’opposizione può contare su un appoggio silenzioso e il malcontento di settori popolari che avevano sempre appoggiato il chavismo.

Ma sarà determinante il comportamento politico della sinistra, la sua proposta di alternative concrete, la sua capacità di scatenare la lotta delle idee e di mobilitare i più vasti settori popolari nella resistenza contro la destra, dirigendo, in modo unificato, la continuità delle lotte contro il neoliberalismo e i tentativi di restaurazione conservatrice nelle nostre società.

*Emir Sader, sociologo e scienziato della politica brasiliano, è coordinatore del Laboratorio delle Politiche Pubbliche dell’Università Statale di Rio de Janeiro (UERJ)