Venti anni fa, il genocidio in Ruanda. Com’è stato possibile l’orrore?

di Tony Busselen | solidaire.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

rwanda genocidio20 anni fa aveva luogo uno degli eventi più terrificanti del ventesimo secolo. In tre mesi, un numero compreso tra 800.000 e 1 milione di persone sono state assassinate in Ruanda, paese che ad oggi conta circa 7 milioni di abitanti. Dal 1916 al 1962, il Ruanda fu sotto il dominio belga e nei 30 anni successivi il paese divenne partner privilegiato della politica belga in Africa. Come si è giunti a tutto ciò? Ritorniamo brevemente sui meccanismi fondamentali che condussero al genocidio.

Se nello Zaire di Mobutu, gli Stati uniti e, in misura inferiore, la Francia, avevano preso il posto occupato dal Belgio durante il periodo coloniale, in quel piccolo paese neocoloniale che era il Ruanda, il Belgio era riuscito a conservare la propria influenza di vecchia potenza coloniale.


Così, nel 1984, il vecchio vice-governatore del Ruanda, Jean-Paul Harroy, scriveva, non senza ostentare una certa fierezza: “Nel Ruanda indipendente, i due governi succedutisi continuavano a trovarsi su quella retta via di governo che i belgi avevano tracciato venticinque anni fa” (1). E’ per questo che il Ruanda ha potuto beneficiare di un trattamento di favore. Dal 1962 al 1990, gli ufficiali ruandesi di alto rango erano formati in Belgio. Ora, è proprio in questo paese, restato per decenni il gioiello della presenza belga in Africa, che nel 1994 si è verificato un genocidio.

Sono probabilmente numerosi gli operatori dell’aiuto allo sviluppo e i missionari belgi, che dirigevano ogni tipo di progetto, ad essere stati degli idealisti in buona fede. Tuttavia, conviene interrogarsi sulle cause strutturali che resero possibile questo genocidio.

Nel corso degli anni 1970 e 1980, il Ruanda ha ricevuto dal governo belga la quantità proporzionalmente maggiore di aiuti allo sviluppo, ma, ciò malgrado, il paese figurava all’inizio del 1994 tra quelli più poveri al mondo. In quel momento, il reddito pro capite annuo raggiungeva in media i 270 dollari. Si registrava un medico ogni 34.000 abitanti, e il 33% dei bambini erano sotto-alimentati (2).

Nel 1987, le multinazionali del caffè fecero saltare la coalizione che si era costituita tra i paesi produttori. Il Ruanda ne faceva parte. In un anno, il prezzo del caffè cadde del 30% (3). Nel 1992, gli aiuti allo sviluppo percepiti dal Ruanda raggiungevano i 33 milioni di dollari, vale a dire appena un terzo di quanto il paese aveva perduto in seguito alla caduta del prezzo del caffè (4).

Appena prima del genocidio dunque, il reddito dei contadini calava globalmente. Tuttavia, la disuguaglianza di reddito cresceva a tutta velocità sotto gli effetti della politica di liberalizzazione imposta dal Fmi e dalla Banca mondiale. “Tra il 1990 e il 1992, il reddito del 10% più ricco aumentava vertiginosamente, nonostante la miseria che colpiva i contadini, scriveva così il professor Jef Maton. Nel 1982, il decimo decile (i 10% più ricchi, ndr) si accaparrava il 20% dei redditi agricoli, il che non è molto. Nel 1992, gli toccava il 41%, nel 1993 il 45%, per giungere, all’inizio del 1994, al 51%” (5).

Dal razzismo etnico al genocidio

L’elemento principale del genocidio era evidentemente l’ideologia razzista, che trasforma la minoranza Tutsi e la maggioranza Hutu in nemici ereditari. Alcuni affermano che questa inimicizia scaturiva da un “odio secolare tra Hutu e Tutsi” e non aveva niente a che vedere con la colonizzazione. Ma è così?

“I Banyarwandas erano persuasi, prima della penetrazione europea, che il loro paese fosse il centro del mondo, il regno più grande, più potente e civilizzato di tutta la terra. (…) Sono pochi i popoli in Europa ad essersi riuniti sulla base di questi tre fattori di coesione nazionale: una lingua, una fede, una legge”, scrive padre Louis De Lacger (6).

In origine, gli Hutu erano dei clan di famiglie di agricoltori, i Tutsi invece dei clan di allevatori. Il regno, scoperto dai tedeschi, era il risultato di un processo storico iniziato intorno al 1450, cominciato con la formazione di piccoli regni, alcuni diretti da un re hutu e altri da un re tutsi. Questi regni si facevano la guerra, con risultati mutevoli. A partire dal 1730, una dinastia tutsi, quella dei Banyiginya, riuscì progressivamente a far valere il suo potere in tutti i territori dove si parlava kinyarwanda. Perseguitò e massacrò gli altri piccoli re che rifiutavano di diventare vassalli. Nell’ucciderli, non teneva conto dell’origine etnica: Tutsi o Hutu, ciò non aveva alcuna importanza.

Nel corso di questo processo storico, ebbe luogo un’integrazione tra Tutsi e Hutu. Dei primi 12 re ruandesi, 9 hanno sposato una donna hutu. I 18 clan ruandesi contano sia molti Hutu che Tutsi. Il 57% del clan dei Banyinginya, i re che hanno preso il sopravvento a partire dal 1730, era anch’esso composto da Hutu (7).

Un’ideologia razzista

Durante il periodo della conquista coloniale, le teorie razziste facevano parte dell’ideologia dominante in Europa. Per giustificare il colonialismo, certi “pensatori” divisero il mondo in razze “superiori” e “inferiori”. I colonizzatori tedeschi che, per primi, conquistarono il Ruanda, applicarono queste teorie e ritennero di avere scoperto due “razze”: la “razza Tutsi” e la “razza Hutu”. Secondo questa interpretazione, gli Hutu erano considerati gli abitanti indigeni mentre i Tutsi, venuti del nord, avrebbero in seguito invaso il paese. Una tale invasione non ebbe mai veramente luogo, ma dopo che il Belgio prese possesso del Ruanda nel 1916, durante la Prima guerra mondiale, le autorità ripresero per i propri fini questa teoria razziale.

All’inizio del regime coloniale, le autorità coloniali belghe esitarono prima di decidere quale “razza” avrebbero sostenuto. Sotto l’influenza della Chiesa, finirono per scegliere il campo di coloro che erano descritti come la razza superiore: i Tutsi.

L’integrazione tra i due gruppi etnici, che andava avanti da nove secoli, aveva nella maggior parte dei casi condotto ad una cancellazione dalle differenze fisiche tra le due etnie. Erano soprattutto le persone di uno stesso quartiere, persone che si conoscevano da sempre, a essere in grado di dire chi era Hutu e chi era Tutsi. Oggi, del resto, è spesso ancora così. Tuttavia, le autorità coloniali belghe volevano che ciò fosse chiaro, e decisero dunque di iscrivere l’etnia sulla carta di identità.

Allo stesso tempo, vennero utilizzati i miti e cliché più reazionari e razzisti sul conto di ogni gruppo per illustrare e giustificare l’ideologia razzista del colonizzatore. Il vescovo belga del Ruanda, Monsignor Classe, qualificò i Tutsi come dei “capi-nati”. Il Belgio organizzò una tutsificazione: oramai, solo i Tutsi potevano diventare capi, e i loro bambini potevano seguire una formazione superiore alla scuola Astrida, dal nome della regina Astrid.

Dopo avere promosso l’ideologia della razza superiore dei Tutsi per tre decenni, le autorità coloniali belghe scoprirono, spaventate, l’impatto dell’anticolonialismo sui giovani intellettuali tutsi durante gli anni 1950, periodo nel quale il vento dell’anticolonialismo sferzò l’Africa intera. Il governo belga non tardò a cambiare strategia. In quattro anni, formò una élite hutu con la quale sviluppare un’ideologia che permettesse di orientare la collera della popolazione hutu non contro l’oppressione coloniale, ma contro “i Tutsi feudali”. Nel 1959, la giovane élite hutu lancerà, con l’appoggio del governo belga, quella che fu chiamata una “rivoluzione antifeudale”. A partire dal 4 novembre 1959, 6.000 soldati della Forza pubblica congolese intervennero sotto la direzione del colonnello belga Guy Logiest per sostenere la “rivoluzione” contro i Tutsi.

L’ideologia razzista dei Tutsi esaltava la “superiorità dei Tutsi”, quella degli Hutu la “lotta contro gli oppressori Tutsi”. Entrambe sono state incoraggiate attivamente, se non create, dalle autorità coloniali belghe. In un contesto di profonda crisi economica, tali ideologie conducono ad un odio fanatico che permette l’assassinio senza pietà di civili disarmati, sia adulti che bambini.

Partita a poker tra Stati uniti e Francia

Durante gli anni 1950, gli Stati uniti incoraggiarono le correnti anticoloniali africane per allontanare le vecchie potenze coloniali europee e giocare un ruolo di primo piano in Africa. Dopo l’indipendenza del Congo, il Belgio si vide attribuire un ruolo di terza fascia.

La Francia, invece, riuscì a conservare in gran parte la sua influenza economica, militare e culturale. Durante la Guerra fredda, gli Stati uniti avevano ancora bisogno di un’alleanza coi francesi per lottare contro l’influenza sovietica in Africa, ma, a Guerra fredda finita, cambiarono strategia. Washington decise allora di rivendicare per sé la totale egemonia in Africa.

Tuttavia, i francesi non ci sentivano da quest’orecchio. “La Francia si considera una potenza mondiale, così si esprimeva il primo ministro Balladur alla televisione nazionale francese dopo il lancio dell’operazione Turquoise (8), a inizio luglio 1994. Ecco la sua ambizione, e mi auguro la possa mantenere. Il campo d’azione più importante della Francia è l’Africa, dove può sostenere un ruolo di prim’ordine per via di una lunga tradizione” (9). Agli occhi della Francia, le ex colonie belghe sono dei paesi francofoni che appartengono alla propria zona di influenza. Oppure, come dichiarato da un diplomatico francese: “Abbiamo bisogno di Mobutu per conservare lo Zaire e per tenere testa a Museveni, il presidente ugandese, che è considerato il cavallo di Troia degli interessi anglosassoni” (10).

Tra il 1983 e il 1987, anno della creazione del Fronte patriottico ruandese (FPR), i suoi futuri dirigenti occuperanno posizioni importanti nell’esercito e nei servizi segreti del presidente ugandese Museveni. Questo FPR farà del diritto al ritorno delle centinaia di migliaia di Tutsi fuggiti dal 1959 il primo punto del suo programma. Quando, nell’ottobre 1990, il FPR constatò che il governo ruandese di Habyarimana escludeva questo ritorno, inizierà una guerra, sotto lo sguardo benevolo di Museveni, che potrà a sua volta contare sull’approvazione silenziosa degli Stati uniti. In cambio, questi ultimi fecero affidamento sul FPR per cacciare dal Ruanda il regime filo-francese e portare così un primo significativo colpo alla “potenza mondiale francese in Africa”.

Fin dall’inizio, il governo di Bill Clinton era perfettamente informato della portata spaventosa e del carattere di genocidio di tale conflitto (11). Gli Stati uniti però faranno di tutto per rinviare un intervento internazionale, fino a quando le truppe del FPR non avessero messo le mani sul paese.

Note

1. Harroy J-P., Rwanda : de la féodalité à la démocratie, 1984, Hayez.

2. De Standaard, 8 avril 1994.
3. Jef Maton, Développement économique et social du Rwanda entre 1980 et 1993. Le dixième décile en face de l’apocalypse, Faculteit economische wetenschappen Gent, octobre-novembre 1994.
4. Trade and Development report, 1993, United Nations.
5. Jef Maton, ibid.
6. Martens L., Kabila et la révolution congolaise, 2002, EPO.
7. Marcel d’Hertefelt, Les clans du Rwanda ancien, Musée de Tervuren, Série IN-8, n°70, 1971.
8. Con questa operazione, la Francia voleva costringere i resti del vecchio esercito ruandese, in stato di confusione totale, ad arrendersi. Concretamente, ciò ha condotto al fatto che 1,5 milioni di profughi, inquadrati dalle truppe e dalle milizie che avevano commesso dei massacri, si sono nei campi di profughi situati dell’altro lato della frontiera, nell’est del Congo.
9. The New York Times, 2 juillet 1994.
10. Libération, 5 juillet 1994.
11. Ferroggiaro W., The U.S. and the Genocide in Rwanda 1994. Information, Intelligence and the U.S. Response, le 24 mars 2004. Voir également : http ://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB117/