L’offensiva militare dell’imperialismo in Africa

usarmy toppedi Carlos Lopes Pereira

O Militante“, rivista teorica del Partito Comunista Portoghese, n° 352 gennaio-febbraio 2018

Traduzione di Marica Guazzora per Marx21.it

Nel quadro della sua strategia imperialista di dominio mondiale gli Stati Uniti stanno aumentando gli interventi militari in Africa; Mentre provocano l’aumento delle tensioni, creano minacce di guerra in altre zone del pianeta. Gli Stati Uniti e gli alleati, in particolare la Francia, hanno collocato più truppe e armamenti nel continente africano, rinforzando le basi militari, creando nuovi meccanismi di ingerenza, causando l’aggravarsi di conflitti e guerre.

Questa offensiva bellicista in Africa, che da un lato conta sulla connivenza di settori delle classi nazionali e dall’altro affronta l’opposizione e la resistenza dei popoli, crea le condizioni per un ulteriore sfruttamento dei lavoratori e il saccheggio delle risorse naturali, un processo violento di neocolonizzazione che blocca lo sviluppo sovrano dei paesi africani. Sono evidenti gli obiettivi dell’imperialismo: il dominio delle risorse naturali, la conquista di nuovi mercati, il controllo delle posizioni strategiche e la concorrenza con le potenze emergenti, specialmente la Cina.

Nonostante le ingerenze straniere, le guerre, i milioni di rifugiati e sfollati, le ondate di migranti e altri problemi causati dalle relazioni neocolonialiste imposte (le disuguaglianze sociali, il debito crescente e non rimborsabile, le condizioni commerciali sfavorevoli, le esportazioni nette di capitali ), l’Africa continua ad avanzare.

È cresciuta in media del 5% negli ultimi 10 anni e, sebbene rappresenti poco più del 2% del commercio mondiale, è un’area dinamica del commercio internazionale.

Dal “continente perduto” – a causa del suo sottosviluppo, causato in gran parte dalle “guerre di conquista” scatenate dagli europei, dal saccheggio della ricchezza africana, dalla schiavitù e dal commercio degli schiavi, dalla dominazione coloniale a cui era sottoposta – l’Africa è diventata “continente” del futuro “, ambita per le immense potenzialità. È un gigantesco mercato di consumo, richiede investimenti, ha materie prime “inesauribili” (il 40% delle riserve mondiali auree, l’80% delle riserve di cromo, il 90% delle riserve di platino, il 10% di petrolio, l’uranio e le riserve di rame , ecc.), ha abbondante acqua dolce, terra arabile e ospita più di un quarto della foresta del mondo. E ha una forte vitalità demografica: la popolazione, di 1.200 milioni di abitanti, con il 70% sotto i 30 anni, raddoppierà entro il 2050.

Camp Lemonnier. La guerra in Somalia

In questo contesto, gli Stati Uniti hanno aumentato la presenza di truppe e aumentato le operazioni militari nel continente africano, sotto la direzione del Comando africano del Pentagono, Africom.

La più grande base nordamericana permanente in Africa è Camp Lemonnier a Gibuti, in un’area nevralgica per la navigazione mondiale, all’ingresso del Mar Rosso, vicino al Corno d’Africa, in Somalia, prossimo allo Yemen, non a caso due paesi duramente colpiti dalle ingerenze e dalle guerre. Gibuti facilita servizi aerei e navali agli Stati Uniti, e Camp Lemonnier, con uno staff di 4000 militari – di fatto il centro operativo di Africom, con sede in Germania – coordina anche una rete di basi di droni e centri di sorveglianza situato in diversi paesi africani.

In Somalia, devastata da interventi stranieri e conflitti interni dai primi anni ’90, con un fragile governo federale sostenuto da Washington, gli Stati Uniti hanno aumentato la propria attività militare nell’ultimo anno. Nel 2017, fino alla fine di novembre, aerei e droni statunitensi hanno effettuato 28 attacchi contro le milizie Al-Shabbab, gruppo legato ad Al Qaeda. Nel 2016 avevano fatto 13 attacchi aerei e nel 2015 cinque. L’espansione delle operazioni belliche statunitensi in Somalia, che aveva preso di mira lo scorso novembre anche i jihadisti dello “Stato islamico”, è stata facilitata dalla decisione del presidente Donald Trump nel marzo 2017 di conferire maggiori poteri ai comandi militari per effettuare azioni all’estero.

Questa intensificazione dell’offensiva militare, con “danni collaterali” nella popolazione civile raramente menzionati, non ha impedito la continuazione di sanguinosi attacchi terroristici, come quello avvenuto il 14 ottobre nel centro di Mogadiscio, la capitale, con l’esplosione di un camion intrappolato che ha causato 512 morti e 300 feriti.

Africom riconosce la presenza di 500 suoi militari in Somalia, compresi i commandos di élite, il più grande contingente di truppe americane nel paese africano dal 1993. Oltre al corpo di spedizione guidato dagli Stati Uniti e l’esercito somalo, formato e inquadrato dai consiglieri dell’Unione Europea, è attiva in Somalia, in stretta collaborazione con l’esercito americano, una missione militare dell’Unione Africana, Amison, con 22.000 uomini provenienti da diversi paesi. Nell’Africa orientale, oltre alla Somalia, gli Stati Uniti hanno contingenti di truppe in Etiopia (50 militari e una base di droni a Arba Minch), in Kenya (100 soldati nella base di Simba) in Uganda (400 militari, che possono essere dislocati nel Sud Sudan, nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica Democratica del Congo, paesi devastati dalla guerra).

Il numero totale di soldati statunitensi nel continente non è noto, per la natura stessa di questo tipo di informazioni. Ma è vero che Africom ha relazioni militari con l’Unione africana e con la maggior parte dei 55 stati africani (eccezioni, SADR, Eritrea e Sudan). Questi collegamenti, anche quando non si tratta di basi o presenza di truppe statunitensi, comprendono la formazione di ufficiali, lo scambio di visite di pattuglia, lo scambio di informazioni, le manovre militari congiunte e, naturalmente, la vendita di armi e attrezzature.

Le basi in Niger, Nigeria e Libia

Nell’Africa occidentale, sono attive molte truppe e l’attività bellicista degli Stati Uniti e dei suoi alleati sta crescendo.

In Niger, gli americani hanno più di 800 militari in permanenza, usati in collaborazione con la base aerea francese Niamey 101 per i loro droni di sorveglianza, raccolta di informazioni e attacco, e stanno costruendo un’altra base di droni in Agadez, del costo di 50 milioni di dollari.

Il governo del Niger ha anche autorizzato la Germania a costruire una base militare nel paese. Tutto in nome dell’ “aiuto” per la lotta contro il “terrorismo” nel Sahel e nel Sahara, specialmente in Mali e Libia, e nella lotta contro Boko Haram sul confine nigeriano.

Il Pentagono dichiara che i suoi militari sostengono le forze armate nigerine, aiutano la loro formazione e partecipano solo sporadicamente alle pattuglie. Come è successo il 4 ottobre 2017, quando quattro uomini delle Forze Speciali degli Stati Uniti e un numero imprecisato di soldati nigerini, sono stati uccisi in un’imboscata vicino al confine con il Mali, in una missione il cui obiettivo non è mai stato adeguatamente chiarito, ma il gli Stati Uniti lo hanno indicato come “l’eliminazione” di un leader jihadista locale.

È importante ricordare che il Niger, il paese chiave in questa offensiva militare imperialista in Africa, è il principale fornitore di uranio per l’industria nucleare francese. Questo uranio è sfruttato dalla multinazionale Areva, con sede a Parigi, presente nell’antica colonia francese da oltre mezzo secolo. Ancora con Barack Obama alla presidenza, gli Stati Uniti hanno inviato un distaccamento di 300 persone in Camerun per sostenere la lotta contro Boko Haram. Secondo la Casa Bianca, questi militari eseguono missioni di ricognizione e di raccolta di informazioni in tutta l’area del bacino del Lago Ciad, in collaborazione con le forze armate dei paesi della regione e le truppe francesi, anch’esse presenti.

Infatti, Boko Haram lanciò la ribellione nella Nigeria nord-orientale e poi estese la sua azione ai paesi confinanti (Camerun, Ciad, Niger e Benin). I cinque stati, sostenuti da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, costituirono una forza multinazionale per combattere l’organizzazione jihadista. Ma la verità è che anche con la collaborazione di truppe occidentali, consiglieri e armi, la Nigeria e i suoi alleati non sono riusciti a debellare i ribelli che, alla fine del 2017, hanno persino intensificato i loro attacchi contro villaggi, scuole, ospedali e altri obiettivi civili. Attualmente nell’Africa occidentale ci sono truppe statunitensi in Burkina Faso (da 50 a 100 soldati nella base aerea di Ouagadougou, usata anche dalle forze francesi), in Mali (gli Stati Uniti sostengono l’operazione militare francese Barkhane in cinque paesi del Sahel attraverso il rifornimento e scambio di informazioni) e in Ciad, con collegamenti allo staff di Barkhane, con sede a Djamena. Nel Nord Africa, gli Stati Uniti mantengono stretti legami militari con il Marocco e la Tunisia, relazioni cordiali con l’Algeria e una forte influenza in Egitto, l’unico paese africano che non dipende dalla struttura di Africom. Dal 1982, le truppe statunitensi fanno parte della Forza Multinazionale per la Pace e l’Osservazione, di stanza nel Sinai.

In Libia, dopo aver guidato l’aggressione della NATO nel 2011, che ha provocato il rovesciamento e l’assassinio del presidente Mu’Ammar Gheddafi così come la distruzione dello stato libico e l’installazione del caos nel paese, gli Stati Uniti continuano a intervenire, sia nella raccolta di informazioni, utilizzando truppe speciali o in bombardamenti aerei, come nel caso della riconquista di Syrte nel 2017 , dalle truppe governative di Tripoli sostenute dall’Occidente.

Operazione Barkhane. Forza Mali e G5-Sahel

All’inizio del 2013, la Francia è intervenuta militarmente in Mali, su richiesta del governo di Bamako, per impedire ai ribelli separatisti Tuareg e ai gruppi jihadisti provenienti dalla Libia di controllare il Mali settentrionale e raggiungere la capitale. Era l’operazione Serval, lanciata da Parigi con supporto logistico dagli Stati Uniti e dai paesi europei. A metà 2014, il presidente François Hollande ha concluso l’operazione Serval e l’ha sostituita con Barkhane, che comprendeva non solo il Mali, ma anche la Mauritania, il Burkina Faso, il Niger e il Ciad. Nel nome della lotta al “terrorismo” nella zona del Sahara-Sahel, e con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione europea, i francesi hanno inviato aerei, elicotteri, droni, veicoli corazzati e 3.500 soldati, collocando il comando delle operazioni a Djamena.

Oggi, oltre alle forze di Barkhane, una missione delle Nazioni Unite (Minusma), composta da 11.000 militari, 1.700 poliziotti e 1.200 civili, è in Mali. È presente anche l’Unione europea, con 580 soldati, che addestrano e consigliano le forze armate maliane. Tuttavia, la “guerra anti-terrorismo” continua, specialmente nel nord e nel centro del paese, e gli elmetti blu hanno subito un numero elevato di vittime (103 morti e 469 feriti gravi tra il 2013 e il 2016, più 30 morti nel 2017).

Su iniziativa della Francia, con Emmanuel Macron all’Eliseo , la forza del G5-Sahel composta da truppe provenienti da Mali, Burkina Faso, Ciad, Mauritania e Niger, ora sta sparando. Il Consiglio di sicurezza ha autorizzato Minusma a fornire supporto logistico e operativo alla nuova forza anti-jihadista, giustificando che “le attività delle organizzazioni criminali e terroristiche nella regione del Sahel costituiscono una minaccia per la pace e la sicurezza internazionali”. Questa forza militare transfrontaliera – che può essere considerata una manovra per africanizzare l’intervento francese nella regione – ha effettuato le prime operazioni sul terreno nell’ottobre 2017 e intende raggiungere un totale di 5.000 soldati nella “prossima primavera”.

E’ interessante sapere chi paga la forza del G5-Sahel, che ha un costo valutato tra i 250 e i 400 milioni di euro. La Francia parla di “un meccanismo di finanziamento coordinato dall’Unione europea”, che promette 50 milioni. Parigi contribuisce con 8 milioni, in particolare nelle attrezzature, ciascuno dei “paesi fondatori” dà 10 milioni e l’Arabia Saudita (uno dei più grandi sostenitori del terrorismo mondiale) “offre” 100 milioni. Gli Stati Uniti hanno promesso 60 milioni di dollari in aiuti bilaterali ai cinque stati del Sahel.

Uno stretto alleato dei disegni imperialisti statunitensi in Africa, la Francia, una potenza con un lungo passato coloniale e un attivo neocolonialista – negli ultimi anni con Sarkozy e con Hollande, ora con Macron – mantiene anche truppe in diversi paesi del continente, oltre al Sahel, in particolare Mali, Niger e Ciad. Dal Senegal, Costa d’Avorio e Gabon nell’Africa occidentale a Gibuti nell’Africa orientale, attraverso la Repubblica Centro-Africana, tutte ex colonie francesi, Parigi dispone in permanenza di qualche migliaio di soldati pronti a intervenire in difesa degli interessi politici e economici della “Francia africana”. Un ulteriore appello alle missioni di pace e sicurezza delle Nazioni Unite e dell’UA in Africa, con migliaia di militari e personale di polizia, e la lotta contro la pirateria marittima, questioni che gli Stati Uniti e la Francia di solito sfruttano a loro favore.

Pertanto, l’African Union Mission, in Somalia, è collegata in modo molto operativo all’intervento statunitense in quel paese. Minusma, in Mali, collabora strettamente con le truppe francesi. Altre missioni delle Nazioni Unite sono nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, nella Repubblica Centrafricana, nella regione sudanese del Darfur, nel Sud Sudan, nel Sahara Occidentale (Minurso, missione di pace creata per organizzare un referendum sull’autodeterminazione del popolo Saharawi bloccato dalle pressioni del Marocco e dei suoi alleati occidentali). Per quanto riguarda la pirateria marittima, insieme agli interventi stranieri sulla terra, si è intensificata in Africa in due zone di navigazione – al largo del Corno d’Africa e del Golfo di Guinea. Questa “pirateria” significa non solo aggressioni e catture di navi, ma anche tutti i tipi di traffico e di pesca illegale. Gli stati costieri africani stanno compiendo sforzi per coordinare le misure antipirateria, ma spesso mancano di mezzi. È allora che emergono le iniziative delle organizzazioni internazionali e le offerte di programmi di “assistenza”. Nel Golfo di Guinea, ci sono esercitazioni annuali tra le flotte occidentali (Stati Uniti, Francia, Unione europea …) e quelle degli stati africani della regione, “per sviluppare le capacità delle forze locali e il loro coordinamento”.

Cina a Gibuti e Russia in Sudan

Il quadro di questa “militarizzazione” accelerata dell’Africa, con la crescita del numero di truppe e basi degli Stati Uniti, della Francia e di altre potenze occidentali e l’intensificazione della guerra nel continente, non sarebbe completo senza un riferimento a Cina e Russia e le loro connessioni africane.

In meno di due decenni, la Cina è diventata il principale partner economico dell’Africa. Nel 2016, Pechino ha investito 30 miliardi di euro nel continente, dove lavorano 10.000 aziende cinesi e promette di continuare a cooperare con i paesi africani nel quadro del suo megaprogetto della New Silk Road, la Nuova Via della Seta. Non sorprende quindi che la Cina abbia inaugurato la sua prima base militare all’estero a Gibuti nel 2017. È un complesso logistico in grado di ospitare fino a 10.000 militari, che saranno utilizzati per la manutenzione delle navi da guerra cinesi che svolgono missioni di pattuglia nell’Oceano Indiano. Gibuti, un paese con il quale la Cina ha eccellenti relazioni economiche, ha uno dei porti più attrezzati della regione. Situato tra la Somalia e l’Eritrea, di fronte alle coste dello Yemen, dall’altra parte del Mar Rosso, è una delle chiavi dello Stretto di Bab-el-Mandeb, un punto chiave della navigazione internazionale. Non è, quindi, una coincidenza che Gibuti ospiti le basi militari di Stati Uniti, Francia, Giappone e ora Cina.

Sorprendente è stato il recente annuncio della possibilità di una base militare russa in Sudan, sulla costa del Mar Rosso. Il presidente sudanese Omar al-Bashir ha visitato la Russia nel novembre 2017, ha tenuto colloqui con l’omologo russo Vladimir Putin, ha parlato del rafforzamento della cooperazione tecnica militare tra i due paesi e ha criticato l’interferenza di Washington in Sudan, Africa e nel mondo arabo.

I fatti succitati confermano l’intensificazione dell’offensiva militare in Africa da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. Oggi ci sono più truppe, più basi militari, più guerre e conflitti nel continente africano.

Dalla Somalia alla Nigeria, dal Mali e dal Niger alla Repubblica Centroafricana e alla Repubblica Democratica del Congo, con il pretesto di combattere i gruppi terroristici – creati dall’Occidente e “giustificando” le sue interferenze militari in Africa – con la diffusione delle guerre e delle divisioni fratricide provocano instabilità e caos e favoriscono il controllo e il saccheggio delle risorse naturali del continente da parte delle potenze imperialiste.

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