La primavera araba porterà ad una “folle estate” nel Maghreb e nell’Africa sub sahariana

di Andrea Genovali

maliQuando iniziò la guerra contro Gheddafi i tronfi paladini della giustizia alla statunitense si sgolavano nel decantare le mirabili possibilità democratiche che si aprivano con la caduta del leader libico. Dalle parti del Maghreb e dell’Africa subsahariana i più avveduti leader africani si esprimevano con grande preoccupazione per quello che sarebbe accaduto ai loro paesi dopo la caduta di Gheddafi e il saccheggio del suo vasto arsenale militare. Uno di questi era senza dubbio Amadou Touré che affermava che la cosiddetta “primavera araba porterà ad una “follia estiva” nella nostra regione. E aveva perfettamente ragione. Infatti, il 21 marzo è stato cacciato dalla presidenza del Mali da un golpe militare. Il Mali è sempre stato indicato come una democrazia africana di spessore e di buon livello, anche se il “soldato dello democrazia”, così come veniva chiamato Touré, aveva preso il potere nel 1999 con un golpe militare ma effettuando libere elezioni l’anno successivo e passando il governo a Konarè. Pochi anni or sono vi si tenne anche il forum sociale con la partecipazione per la prima volta in africa di centinaia di associazioni anche europee per discutere di globalizzazione, democrazia e sviluppo sostenibile.

Le vicende odierne del Mali affondano le radici nella strategia imperialistica statunitense contro Gheddafi che, con la sua caduta, ha dato il via anche ad un mercato delle armi incredibile e i ribelli maliani, che da anni tentano di attuare una secessione delle terre del nord, adesso hanno anche gli strumenti militari per provarci. Infatti, il Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad, Mnla, e altri gruppi armati, da gennaio combattono con rinnovata forza proprio grazie alle armi importate dalla Libia dopo la caduta del colonnello Gheddafi e al reclutamento di molti soldati tuareg ben addestrati, rientrati in patria dopo aver militato nell’esercito del leader libico. Il tentativo di risolvere la questione con la politica da parte del presidente Touré ha portato all’insofferenza i vertici militari che volevano attuare politiche militari energiche contro i secessionisti e per questo hanno realizzato il colpo di stato per risolvere la questione dei contrasti con i popoli del sud del paese, che da sempre lamentano discriminazioni e marginalizzazione rispetto al nord. Il “Comitato Nazionale per il ristabilimento della democrazia e dello stato”, che ha preso il potere e dietro al quale sta la giunta militare afferma che governerà fintanto che il paese non sarà riunificato e in grado di eleggere un nuovo presidente. Dunque, tradotto in termini politici, il potere della giunta militare durerà ancora a lungo.

Nei prossimi giorni una missione composta da rappresentati dell’Unione Africana e della Ecowas, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, raggiungerà Bamako, capitale del Mali, per discutere con i militari golpisti il futuro del Paese e dei suoi abitanti.

Il Mali, benché ricco di notevoli risorse minerarie finora poco sfruttate, è uno dei paesi più poveri del mondo. L’Indice dello Sviluppo Umano, la classifica redatta ogni anno dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, nel 2011 lo vede 175° su 187 Stati considerati e sicuramente di tutto aveva bisogno meno che di un golpe militare fatto per chiudere un problema politico con le armi perché la politica imperialistica degli Usa, della UE e della Nato ha spinto i gruppi ribelli a rifornirsi di armi e soldati e riattizzare il fuoco della secessione, grazie alla caduta di Gheddafi. Un altro, ennesimo, feroce danno collaterale dell’imperialismo.