La Francia rafforza la sua ingerenza in Africa

soldato elicotterodi Carlos Lopes Pereira | da www.avante.pt

Traduzione di Marx21.it

La Francia sta riorganizzando e rafforzando il suo dispositivo militare nel Sahel, ponendo sotto un comando unico tremila soldati e l’equipaggiamento sofisticato localizzato in diversi paesi ovest africani.

Si tratta di un’altra misura nel quadro della vecchia politica neocolonialista di Parigi in relazione all’Africa, che si è intensificata con l’arrivo all’Eliseo di François Hollande. Sotto nuove vesti, la «Françafrique» continua a caratterizzarsi per lo sfruttamento economico delle ricchezze africane, per interessi e affari oscuri, per frequenti colpi di Stato e interventi militari nelle ex colonie.

A partire dal 1 agosto, l’operazione Barkhane, con quartier generale nella capitale ciadiana, Djamena, sostituisce le missioni Serval, nel Mali (che aveva cercato di bloccare l’avanzata verso Bamako dei gruppi Jihadisti e di contenere gli autonomisti tuareg), Epervier, nel Ciad, e Licorne, nella Costa d’Avorio, (queste destinate a ristabilire “l’ordine” e a collocare al potere dirigenti “amici”).

Il sistema mediatico mondiale, in questi giorni occupato a nascondere anche il massacro dei palestinesi da parte di Israele nella striscia di Gaza, e a versare benzina sul fuoco delle provocazioni dei fascisti dell’Ucraina contro la Russia – con l’incondizionato appoggio degli Stati Uniti, della Francia e degli altri paesi occidentali -, dedica abitualmente poca attenzione alle questioni africane.

Ma, secondo le riviste Jeune Afrique e Afrique Asie e i siti web MondAfrique e Survie, cinque paesi sono investiti dalla riconfigurazione della presenza delle truppe francesi in Africa Occidentale. L’obiettivo dichiarato è permettere in tutta la zona sahel-sahariana “interventi rapidi ed efficaci in caso di crisi”, in associazione con forze africane, per “meglio rispondere alla minaccia terrorista” degli islamisti. Detto in forma più esplicita, Parigi si prepara ad allargare l’ingerenza militare in Africa, in questo caso, lungo il Sahel, dalla Costa Atlantica fino all’Oceano Indiano.

Il Ciad è il centro nevralgico del rinnovato dispositivo e sta per diventare la principale base delle legioni francesi nella regione. Djamena accoglie lo stato maggiore di Barkhane e 1.250 soldati, oltre ad aerei Mirage e Rafale. Ci saranno due basi avanzate nel Nord ciadiano, a Faya Largeau e forse a Zouar.

Il Niger, dove stazionano circa 200 uomini, è considerato il “polo dei servizi di informazione”. La base aerea di Niamey ospita droni non armati (del tipo Reaper e Harfang), aerei di ricognizione e, in alcuni periodi, caccia. E’ possibile la costruzione di una base avanzata a Madama, vicino alla frontiera con la Libia. Nella capitale nigerina, anche gli Stati Uniti dispongono di specialisti dei servizi di intelligence, consiglieri militari, piloti, aerei e droni. (Il Niger, si sa, fornisce attraverso l’impresa Areva la maggior parte dell’uranio indispensabile all’industria nucleare francese).

Nel Mali, dopo il recente intervento armato, la Francia ha una base nella storica città di Gao, con un migliaio di soldati. Dispone anche di un’altra base avanzata a Tessalit, nella zona di frontiera con l’Algeria.

Ancora nell’ambito di Barkhane – nome dato nel Sahara a una duna che avanza -, forze speciali francesi pronte a intervenire sono stazionate nel Burkina Faso (a Ouagadougou, la capitale) e, in minor numero, in Mauritania (a Atar).

La base di Port-Bouet, ad Abidjan (in Costa d’Avorio) non fa parte del dispositivo ma servirà come appoggio logistico e come riserva di truppe, in caso di necessità.

Nel continente africano, la Francia mantiene parallelamente basi militari a Dakar (in Senegal), a Libreville (nel Gabon) e, già nella costa orientale, a Djibuti – dove, tra l’altro, coesistono forze di paesi europei, degli Stati Uniti e persino del Giappone…

Per sancire l’installazione di questo apparato militare, Hollande ha visitato recentemente Abidjan, Niamey e Djamena, dove è stato ricevuto dai suoi omologhi, amici e alleati Allassane Ouattara, Mahamadou Issoufou e Idriss Déby Itno. Tutti sono d’accordo sulla necessità di questo “aiuto” delle truppe francesi nella lotta contro i gruppi “terroristi” che operano in tutto il Sahel a partire dal Sud della Libia.

Per convenienza, poco si è parlato durante la visita della partecipazione della Francia alla brutale aggressione della NATO alla Libia (intervento da cui è risultata la distruzione di uno dei paesi più sviluppati dell’Africa). O della missione Sangaris, lanciata da Parigi alla fine del 2013 nella Repubblica Centrafricana e che ha provocato nel paese la ripresa della violenza etnica e religiosa e il caos che non sembra aver fine. O anche della sconfitta dell’operazione Serval, nel Mali, considerata “terminata” ma che in verità ha lasciato attivi i gruppi jihadisti e che è stata incapace di risolvere le rivendicazioni indipendentiste dei movimenti tuareg.