9 maggio 1945, il sacrificio di milioni di soldati sovietici ha salvato l'umanità

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sovietici berlinopubblichiamo l'ultimo appuntamento dell'AntiDiplomatico con il lavoro editoriale di Fabrizio Poggi: "Contro la Falsificazione della storia ieri e oggi"

da https://www.lantidiplomatico.it

Il 9 maggio 2020 è il 75° anniversario della vittoria dei popoli dell'Unione Sovietica nella guerra contro la Germania nazista. Alla vigilia, L'Antidiplomatico presenta l'ultimo appuntamento con il lavoro editoriale di Fabrizio Poggi "Contro la falsificazione della storia ieri e oggi". Questa settimana, insieme a un testo sul contributo di sangue dato dai soldati dell'Armata Rossa per la liberazione dei paesi europei dal nazismo; alle vicende belliche sovietico-giapponesi del 1939 in Estremo oriente; all'autentico significato del Patto di non aggressione sovietico-tedesco del 23 agosto 1939; viene presentato il saggio di Igor Šiškin “Il trionfo della diplomazia di Stalin”. L'autore non si sofferma su aspetti specifici delle relazioni mondiali prebelliche, ma analizza i presupposti della guerra nel quadro delle contraddizioni interimperialistiche generali, mostrando come gli anglosassoni avessero preparato la Germania alla sua marcia verso oriente, come la politica anglo-francese intendesse utilizzare la Germania nazista per risolvere la questione che, dal 1917, terrorizzava il mondo liberale: l'esistenza dello Stato sovietico. Con l'analisi qui presentata, Šiškin dimostra come il patto Molotov-Ribbentrop avesse costituito una vittoria strategica dell'Unione Sovietica.


Presentando il lavoro di Fabrizio Poggi, L'Antidiplomatico ritiene di aver contribuito in queste settimane a smontare sia le menzogne di coloro i quali ignorano scientemente il ruolo fondamentale svolto dall'Unione Sovietica nella disfatta delle forze tedesche, dei loro satelliti e di tutti i collaborazionisti europei dei nazisti, sia le turpitudini della reazione revisionista euro-atlantica che, con l'addossare all'URSS la responsabilità per lo scoppio della guerra, al pari della Germania hitleriana, denigra il comunismo e i comunisti, con l'obiettivo dichiarato di porli fuori della legge borghese. Tutti costoro tacciono volutamente sul carattere di sterminio pianificato che i nazisti avevano conferito alla guerra sul fronte orientale, sul fatto che dei circa 27 milioni di morti sovietici nella lotta contro il nazismo, oltre 14 milioni fossero civili; tacciono sul fatto che Wehrmacht e alleati avessero sul fronte orientale 236 divisioni, contro meno di 60 impegnate a Ovest. D'altro canto, non è possibile non giudicare per quello che sono, anche le lamentazioni pietistiche di coloro che si limitano a parlare, in generale, della “Guerra come sinonimo del Male”, tacendo dell'imperialismo quale fonte di guerra e, in questo caso, dell'attacco portato dall'imperialismo mondiale al primo Paese socialista.

La redazione de L'Antidiplomatico ringrazia tutti coloro che hanno seguito le varie puntate di "Contro la falsificazione della storia ieri e oggi" e si augura che la lettura del lavoro stimoli riflessioni e nuovi contributi.
  

INDICE

Contro la falsificazione della storia ieri e oggi - Gli antefatti della II guerra mondiale nella pubblicistica sovietica e russa (PREMESSA E INTRODUZIONE)

Falsificatori della storia - Traduzione dell'opuscolo sovietico redatto nel 1948 dal Informbjuro

La pubbblicistica russa oggi (Prima Parte) “Falsificatori della storia”, II guerra mondiale: la pubblicistica russa oggi

La pubbblicistica russa oggi (Seconda Parte) “Falsificatori della storia” e Terza guerra mondiale

La pubbblicistica russa oggi (Terza Parte) - Monaco, Polonia e tradimento dell'Occidente. Chi ha scatenato davvero la Seconda Guerra Mondiale?

Ma noi sappiamo che questa guerra è stata preparata, è maturata ed era inevitabile. Era altrettanto inevitabile, quanto la guerra tra America e Giappone. In cosa consiste tale inevitabilità? Consiste nel fatto che il capitalismo ha concentrato le ricchezze della terra nelle mani di alcuni Stati, ha diviso la terra fino all'ultimo suo pezzo; l'ulteriore spartizione, l'ulteriore arricchimento può avvenire solo a spese di altri, di uno Stato a spese di un altro. Tale questione può esser decisa esclusivamente con la forza; perciò la guerra tra predatori mondiali è diventata inevitabile” (Lenin, “Discorso al meeting al Museo politecnico”; 24 agosto 1918)

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La pubblicistica russa oggi (IV PARTE)

 a cura di Fabrizio Poggi

QUANTI SOLDATI SOVIETICI SONO MORTI PER LA “LIBERAZIONE DELL'EUROPA” DAL FASCISMO

Andrej R.          09.05.2016

https://moiarussia.ru

Dopo l'attacco della Germania all'Unione Sovietica, I.V.Stalin dichiarò, il 3 luglio 1941, che scopo della “guerra di popolo patriottica contro gli oppressori fascisti è non solo l'eliminazione del pericolo che incombe sul nostro paese, ma anche l'aiuto a tutti i popoli d'Europa, che gemono sotto il giogo del fascismo tedesco”. 

La "Liberazione dell'Europa" costituiva una missione particolare per l'Esercito Rosso. E, per la pace e la libertà in Europa, diedero la vita oltre 1 milione di soldati sovietici. Dopo la guerra, innumerevoli monumenti ai soldati-liberatori sovietici furono eretti in tutti i paesi e le città liberate. Oggi, però, i memoriali elevati in segno di gratitudine per i liberatori del 1945, stanno diventando sempre meno. Si fa sempre più frequente la profanazione dei monumenti ai soldati sovietici; questo, nonostante che: “L'Europa non sarebbe libera, se non fosse stato per la fanteria sovietica, per i corazzati e l'aviazione sovietici. Non arrivarono i soldati americani, che pur disponevano di forze significative, erano ben nutriti e vestiti. Arrivarono i russi. Mezzi affamati, ma spinti dall'odio per ciò che i tedeschi avevano fatto nella loro Patria”. (Yatsev Vilchur, Varsavia)  

I tedeschi riuscirono a distruggere l'85% degli edifici a Varsavia, compresi molti monumenti storici e architettonici. In totale, nella Seconda guerra mondiale, furono uccisi circa 700.000 abitanti di Varsavia, di cui circa la metà ebrei. Nelle battaglie con i tedeschi sul territorio polacco, morirono oltre 600.000 soldati sovietici.

Un totale di circa 9 milioni di soldati sovietici presero parte alla liberazione di 11 paesi europei. Le perdite irrecuperabili (uccisi, dispersi, catturati e mai tornati dalla prigionia, morti per ferite, malattie e incidenti) dell'Esercito Rosso per queste operazioni ammontarono a: 600.212 in Polonia; 139.918 in Cecoslovacchia; 140.004 in Ungheria; 101.961 in Germania; 68.993 in Romania; 26.006 in Austria; 7.995 in Jugoslavia; 3.436 in Norvegia; 977 in Bulgaria.

Le perdite irrecuperabili totali dell'Esercito Rosso per la "liberazione dell'Europa" ammontarono a circa 1 milione di uomini; le perdite irrecuperabili complessive della guerra contro Germania e Giappone, compresi forze armate, guardie di frontiera e truppe interne, ammontarono a 8.668.400 soldati. Secondo dati del 1998, le perdite ammontarono a 11.944.100 uomini, di cui 6.885.000 uccisi e 4.559.000 dispersi o morti in prigionia.

Circa la metà degli stati europei furono liberati dalle truppe sovietiche. La popolazione complessiva dei 16 paesi liberati dall'Esercito Rosso ammontava a oltre 120 milioni di persone. L'Armata Rossa partecipò insieme agli Alleati anche alla liberazione di altri sei paesi. (…)

Per quanto paradossale e sorprendente, tra tutti i paesi europei, in cui nel corso degli anni si è coltivato un diverso concetto di memoria storica e di tributo ai soldati sovietici, solo in Germania è considerato assolutamente inaccettabile l'atteggiamento barbaro nei confronti dei monumenti ai soldati sovietici liberatori. Forse, in nessun altro paese europeo liberato, le tombe dei soldati sovietici sono così ben curate; non si imbrattano le tombe con la vernice, non si distruggono i monumenti. (…)

La stampa norvegese notava nel 1945: "I norvegesi non dimenticheranno mai ciò che i russi hanno fatto per loro, e anche per la causa comune della vittoria sul nemico". "L'esercito sovietico", disse nel 1950 S. Wagner, membro della resistenza danese, "ha dato un contributo decisivo alla liberazione della Danimarca. Furono i soldati sovietici a sconfiggere il raggruppamento tedesco sull'isola di Bornholm e la restituirono alla Danimarca. Gli americani fecero diversamente. Utilizzarono la guerra per occupare la Groenlandia".

Alcune cifre

In totale, presero parte alla guerra 34.476.700 di militari sovietici. Nell'esercito e nella marina prestarono servizio circa 500.000 donne.

Del totale delle vittime della guerra, 13,7 milioni furono costituite dalla popolazione civile, di cui oltre 7,4 milioni di persone (compresi 221.000 bambini) furono uccise deliberatamente in massacri, 2,2 milioni morirono deportati al lavoro in Germania e oltre 4 milioni perirono di fame a causa dell'occupazione.

Nella battaglia di Mosca, dal 30 settembre 1941 al 20 aprile 1942, morirono circa 2,5 milioni di cittadini sovietici.

Le perdite della Germania, da giugno 1941 a giugno 1944, furono di 6,5 milioni di morti, feriti e dispersi. La Germania subì le maggiori perdite nella guerra contro l'URSS. Nell'estate del 1941 morirono 742.000 soldati tedeschi, mentre nella guerra contro Polonia, Francia, Inghilterra, Norvegia, Belgio, Olanda, Danimarca e nei Balcani, la Germania perse 418.805 soldati.

In URSS andarono distrutte 1.710 città, oltre 70.000 villaggi, 32.000 fabbriche; depredati 98.000 kolkhozi.

Il valore complessivo delle distruzioni della guerra ammontò a 260 miliardi di dollari, di cui 128 miliardi in URSS, 48 in Germania, 21 in Francia, 20 in Polonia, 6,8 in Inghilterra.

Le vittime dei circa 900 giorni dell'assedio di Leningrado – almeno 800.000 morti di fame e di freddo – superarono le perdite di USA e Gran Bretagna prese insieme per l'intera guerra.

In totale, secondo le statistiche della direzione delle Forze armate orientali, al 2 febbraio 1943, il numero totale di cittadini sovietici in servizio nelle Forze militari tedesche era di 750 mila uomini, di cui da 4 a 600.000 "Hiwi" (Hilfswilliger: assistenti volontari, cioè collaborazionisti; ndr) [1], escluse SS, Luftwaffe e Kriegsmarine. Alla data del febbraio 1945, il numero di “Hiwi” aveva raggiunto i 600.000 uomini nella sola Wehrmacht, circa 60.000 nella Luftwaffe e 15.000 nella marina.

Gli alleati della Germania nazista

Il 22 giugno 1941 la Germania nazista attaccò l'URSS; insieme alla Wehrmacht, c'erano circa 200.000 rumeni; 90.000 slovacchi; circa 450.000 finlandesi e 500.000 ungheresi; 200.000 italiani; una divisione croata: truppe i cui paesi avevano dichiarato ufficialmente guerra all'Unione Sovietica. [2]

Si calcola però che abbiano partecipato alla “crociata” da 1,5 a 2,5 milioni di volontari, in vario modo inquadrati nelle Waffen SS, provenienti, secondo lo storico americano George H. Stein, da Olanda (50.000 uomini), Danimarca (6.000), Norvegia (6.000), Belgio (20.000), Paesi baltici, Svezia (1.200), Finlandia, Francia (20.000), Svizzera (1.200), Spagna, Lussemburgo (1.200) che giuravano personalmente a Hitler: “Ti giuro, Adolf Hitler, come Führer, di essere fedele e coraggioso. Faccio voto di obbedienza fino alla morte a te e al mio superiore da te nominato. Che dio mi aiuti”. C'erano anche tedeschi austriaci, jugoslavi, e musulmani albanesi...

All'assedio di Leningrado, oltre al grosso di truppe tedesche, presero parte norvegesi, olandesi, belgi, spagnoli della “divisione azzurra”, finlandesi e svedesi a nord della città; marinai italiani, dal versante del lago Ladoga.

Nei primi anni di guerra, circa la metà dei proiettili dell'esercito tedesco veniva fabbricata in Svezia; un quarto dei mezzi corazzati era ceco o francese. La Germania ottenne le prime vittorie grazie al metallo scandinavo e all'ottica svizzera.

Nel 1938, a Monaco, Inghilterra e Francia avevano consegnato la Cecoslovacchia a Hitler. Senza di ciò, la Germania non sarebbe stata in grado di iniziare una guerra su vasta scala. L'industria bellica ceca era infatti una delle più sviluppate in Europa; dalle sue fabbriche, il Reich ricevette più di un milione e mezzo di fucili e pistole, circa 4 mila cannoni e mortai, oltre 6.600 carri armati e cannoni semoventi.

Un peso particolare ebbero le forniture di materie prime. Le compagnie petrolifere americane, attraverso le consociate in America Latina, consegnarono a Hitler benzina per diverse decine di milioni di dollari. La Standard Oil di Rockefeller consegnò al Terzo Reich 20 milioni di dollari di carburanti e lubrificanti. Le filiali tedesche delle imprese di Henry Ford, grande ammiratore di Hitler, fino alla fine della guerra fornirono ai tedeschi circa 40.000 camion.

Se vedremo che la Germania vince, allora dovremo aiutare la Russia. E se la Russia prevale, dovremo aiutare la Germania. Così che si uccidano l'un l'altro il più possibile. Andrà tutto a vantaggio dell'America ". Questa dichiarazione fu fatta il 24 giugno 1941 al New York Times dal futuro presidente degli Stati Uniti, Harry Truman.

Paesi neutrali al servizio dei nazisti  

... Nei primissimi giorni di guerra, una divisione tedesca fu lasciata passare attraverso la Svezia per operare in Finlandia settentrionale. Tuttavia, il Primo Ministro svedese, il socialdemocratico P. Hansson, promise al popolo svedese che nessuna divisione tedesca sarebbe stata lasciata passare attraverso la Svezia e che il paese non sarebbe entrato in guerra contro l'URSS in alcun modo. La Svezia assunse la rappresentanza degli interessi dell'URSS in Germania, eppure il transito di materiale militare tedesco verso la Finlandia continuò attraverso la Svezia; le navi tedesche trasportavano truppe, coprendosi nelle acque territoriali della Svezia, e fino all'inverno del 1942/'43 furono scortate da forze navali svedesi. I nazisti ottennero la fornitura di merci svedesi a credito e il loro trasporto principalmente su navi svedesi ... "  

Nel 1939, nello stesso periodo in cui la Germania hitleriana lanciava la seconda guerra mondiale, le furono consegnati 10,6 milioni di tonnellate di minerale ferroso svedese e le forniture aumentarono notevolmente dopo il 9 aprile 1940, quando la Germania aveva già conquistato Danimarca e Norvegia. Nel 1941, 45.000 tonnellate di minerale svedese venivano fornite giornalmente via mare alla Germania, per le esigenze dell'industria militare tedesca. A poco a poco, il commercio tra Svezia e Germania nazista crebbe e, alla fine, rappresentò il 90% di tutto il commercio estero svedese. Dal 1940 al 1944, gli svedesi vendettero ai fascisti oltre 45 milioni di tonnellate di minerale di ferro.  

Il porto svedese di Lulea fu appositamente convertito per la fornitura di minerale di ferro alla Germania attraverso le acque baltiche. Le forniture di minerali ferrosi alla Germania continuarono fin quasi alla caduta del Terzo Reich. Nel 1943, i tedeschi ne ricevettero circa 10,5 milioni di tonnellate; nel 1944, quando l'esito della guerra non era più dubbio, la Svezia fornì al Reich 7,5 milioni di tonnellate di minerale di ferro, ricevendo in cambio, fino all'agosto 1944, oro nazista attraverso banche svizzere. La svedese SKF, che produceva i migliori cuscinetti a sfera del pianeta, forniva alla Germania circa il 10% del suo fabbisogno e l'importazione di cuscinetti dalla Svezia divenne particolarmente importante quando la VKF di Schweinfurt fu distrutta nel 1943.  

Nell'autunno del 1941, il re di Svezia Gustav V Adolf inviò una lettera a Hitler in cui augurava al "caro Cancelliere del Reich ulteriori successi nella lotta contro il bolscevismo”.

Come la "generosa" America spennò l'URSS con il Lend-Lease

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Sappiamo tutti che l'esito della Grande Guerra Patriottica fu determinato dalle battaglie sul fronte sovietico-tedesco, dove furono sbaragliate tre volte e mezzo più divisioni tedesche che su tutti gli altri fronti. L'URSS assicurò la vittoria nella guerra contro i nazisti al costo di milioni di vite del popolo sovietico.  

Ma sempre più spesso si vuol sminuire la vittoria dell'URSS, mentre l'apertura del secondo fronte è presentata come uno dei contributi più importanti alla vittoria sul fascismo. Questo, sebbene in un primo tempo l'Occidente avesse remore a dirlo ad alta voce e affermasse il contrario.  

Il generale Eisenhower scrisse nelle sue memorie: "A fine febbraio del 1945, non vi era praticamente alcun secondo fronte, perché i nazisti si arrendevano a migliaia". Churchill confermò le parole del generale Eisenhower: "Tutte le nostre operazioni militari sono condotte su scala significativamente ridotta rispetto ai giganteschi sforzi della Russia".

Ma poi tutto ciò è sembrato poco e quindi, negli ultimi tempi, sempre più spesso compaiono sui social network materiali secondo cui "l'URSS è sopravvissuta (notate: non “ha vinto”) alla guerra, grazie alle "generose" forniture americane di prodotti e armamenti con il Lend-Lease".  

In realtà, con il Lend-Lease l'URSS ricevette appena il 4% del volume concordato (spedito attraverso l'Oceano) di prodotti alimentari e armamenti. Una parte significativa dei convogli fu affondata dai nazisti. Ciò fu confermato dagli stessi americani. Gli invii venivano effettuati in modo irregolare, con lunghe interruzioni. Nel rapporto al Congresso USA si diceva che l'esercito sovietico era rifornito fondamentalmente con armi, materiali, vestiario e prodotti sovietici. 

Cosa fornirono gli USA all'URSS? Sono diventate leggendarie le scatolette di stufato e le automobili americane (480.000 unità). I nostri carristi chiamavano “Addio, Patria” i carri armati Matilda (il britannico Tank Infantry Mk.II «Matilda II»; ndt) e "tomba per sei” i carri M3-Lee (il carro britannico-USA “M3-Lee/Grant; ndt) che venivano facilmente messi fuori combattimento a causa della sottile corazzatura. Ci furono non pochi problemi anche con altri tipi di armi. Nei momenti più critici, le battaglie di Mosca e Stalingrado, l'URSS attese invano quegli aiuti.  

Di contro, cosa chiedevano all'URSS i “buoni” americani?  

Gli storici inglesi Barber e Harrison sostengono che il Lend-Lease non è mai stato un atto di beneficenza. E presto l'URSS valutò appieno la "generosità" USA. Con il Lend-Lease inverso, gli USA ottennero dall'URSS materie prime pari al 20% del costo delle armi e dei prodotti alimentari americani, oltre a 43 tonnellate di oro puro sovietico.  

Allorché fu mostrato a Stalin il conto per i servizi delle ditte occidentali, risollevatesi con gli ordinativi statali rooseveltiani, egli andò su tutte le furie e chiese che il tutto venisse ricontrollato e riconteggiato. Gli americani ci avevano spiattellato il conto; attenzione: 2,8 miliardi di dollari. Per quei tempi, si trattava di una cifra folle e ladresca.  

Quando in commissione rifecero il conto, si accordarono sulla somma di 720 milioni di dollari. Nel 1973, l'URSS aveva pagato 48 milioni. Solo nel 2006, la Russia ha rimborsato completamente il debito. Queste condizioni "speciali" valevano solo per l'URSS. Non solo l'Unione Sovietica aveva perduto circa 27 milioni di cittadini, gli americani volevano anche spellarla viva e spogliarla di tutto. Per altri 40 paesi, le condizioni del Lend-Lease erano infatti molto più favorevoli.  

Per gli Stati Uniti, non faceva differenza chi vincesse la Seconda guerra mondiale. I banchieri americani avevano sostenuto in ogni modo l'economia del Terzo Reich anche prima della guerra. Per loro, l'obiettivo principale era quello di indebolire l'Inghilterra - che era allora il rivale geopolitico mondiale degli Stati Uniti - e l'Europa nel suo insieme, per raggiungere l'egemonia mondiale. Lo scenario migliore per gli USA sarebbe stato quello di eliminare l'URSS dalla mappa del mondo. Purtroppo per gli Stati Uniti, i Sovieti sopravvissero, per questo essi si preoccupavano per ogni dollaro che, Dio non voglia, potesse arricchire la Russia...

Fine agosto 1939. vittorie diplomatiche e militari dell'URSS

Drax e Doumenc furono ricevuti da Vorošilov e Šapošnikov il 25 agosto

Oleg Ajrapetov          12.03.2020                                   

http://www.iarex.ru/articles/74044.html

Il 24 agosto Drax [l'ammiraglio britannico Reginald Aylmer Ranfurly Plunkett-Ernle-Erle-Drax; ndt], a nome delle missioni britannica e francese, domandò in forma scritta a Vorošilov [Kliment Vorošilov, Commissario del popolo alla difesa; ndt] se ci fosse ancora possibilità e desiderio di continuare gli incontri [vedi capitolo III di “Falsificatori della storia”, pubblicato su L'Antidiplomatico del 10 aprile 2020; ndt]; in caso contrario, gli inglesi e i francesi avrebbero lasciato Mosca al più presto. "Non manchi anche di comunicarci", scrisse l'ammiraglio, "se desidera che i capi delle due missioni vengano da Lei oggi per accomiatarsi". La risposta arrivò lo stesso giorno. Vorošilov scrisse: “Alla luce della situazione politica, mutata negli ultimi giorni, il proseguo dei colloqui delle missioni militari – tra l'altro, come anche l'esperienza ha mostrato - sono completamente inutili; lo ritengo dunque impossibile. Considero d'altra parte un gradevole dovere, nel congedarci, stringere la mano al signor ammiraglio Drax e al signor generale Dumenc". [Joseph Édouard Aimé Doumenc; ndt]  

Drax e Dumenc furono ricevuti da Vorošilov e Šapošnikov [Boris Šapošnikov, dal maggio 1937 Capo di Stato maggiore dell'Esercito Rosso - Raboce-Krest'janskaja Krasnaja Armija; uno dei primi marescialli del RKKA; ndt] il 25 agosto. Tutto era chiaro, ma Drax chiese di nuovo se ci fosse la possibilità di continuare i colloqui. Vorošilov dichiarò ancora una volta che i negoziati avevano perso "qualsiasi significato". Nel congedarsi, il maresciallo disse: “Purtroppo, questa volta non siamo riusciti ad accordarci. Ma speriamo che in un altro momento il nostro lavoro avrà più successo. In questo momento, quando abbiamo parlato dell'organizzazione di un fronte unito contro l'aggressione in Europa, la stampa polacca e singoli politici hanno dichiarato con particolare vigore e senza posa di non aver bisogno di alcun aiuto da parte dell'URSS. La Romania, almeno, non ha detto nulla, ma la Polonia si è comportata in maniera davvero strana, urlando ai quattro venti che non farà mai passare le truppe sovietiche attraverso il suo territorio, che non considera necessario aver a che fare con l'Unione Sovietica, ecc. In queste condizioni, s'intende, era impossibile contare sul successo dei nostri colloqui”. Drax, Doumenc e Vorošilov espressero la speranza che, in futuro, la collaborazione si sarebbe sviluppata in condizioni più favorevoli. Nella notte tra il 25 e il 26 agosto le due missioni lasciarono Mosca. Quello stesso giorno Vorošilov concesse un'intervista alle Izvestija, in cui precisò ciò che era evidente: “Date le serie controversie insorte, i negoziati sono stati interrotti. Le missioni militari hanno lasciato Mosca". I motivi del disaccordo venivano definiti con precisione e consistevano nel rifiuto degli alleati a consentire alle truppe sovietiche di attraversare il territorio polacco per azioni congiunte contro un potenziale aggressore. “Il disaccordo si basa su questo”; "su questa questione i negoziati si sono interrotti". L'intervista si chiudeva con parole veritiere e oltremodo attuali tutt'oggi: “I negoziati militari con Inghilterra e Francia non si sono interrotti perché l'URSS ha concluso un patto di non aggressione con la Germania, ma, al contrario, l'URSS ha concluso un patto di non aggressione con la Germania come risultato, tra l'altro, del fatto che i negoziati militari con Inghilterra e Francia sono finiti in un vicolo cieco a causa di divergenze insormontabili".[Il corsivo non è nell'originale; ndt]   

Si era verificato, cioè, quello che il 31 ottobre 1939 Molotov, nel discorso alla Quinta sessione del Soviet Supremo dell'URSS, definì come la fine delle relazioni anormali tra Germania e URSS, "avvicinamento e instaurazione di relazioni amichevoli" tra i due paesi. Un comunicato della TASS del 24 agosto aveva valutato l'accordo in questi termini: esso “mette fine all'ostilità nei rapporti tra Germania e Unione Sovietica; quell'ostilità che i nemici di entrambi gli stati hanno cercato di aumentare e mantenere. Le differenze ideologiche, così come le differenze di sistema politico di entrambi i paesi, non possono e non devono essere di ostacolo sulla strada dell'instaurazione e del mantenimento di relazioni di buon vicinato tra Unione Sovietica e Germania. Nell'accordo di non aggressione appena firmato, così come nell'accordo commerciale-creditizio del 19 agosto, sono fissati i prerequisiti necessari per lo sviluppo di relazioni amichevoli tra i popoli dell'Unione Sovietica e il popolo tedesco".  

In USA, la notizia di questo accordo ebbe l'effetto di una bomba. Roosevelt interruppe le vacanze e tornò nella capitale. Cercò, senza particolare successo, di convincere polacchi e tedeschi della necessità di concessioni reciproche. Uno shock ancora maggiore, le notizie sull'avvicinamento tedesco-sovietico lo causarono a Tokyo. Stalin, nei colloqui con Ribbentrop, a proposito delle perdite giapponesi in Mongolia, disse che quello era l'unico linguaggio compreso dagli asiatici. “D'altronde” aggiunse, “io stesso sono uno di loro e so quello che dico”.

L'effetto della perdita dell'alleato fu non meno forte delle notizie sui feriti e uccisi a Khalkhin-Gol [vedi nota 6 in “Falsificatori della storia e Terza guerra mondiale”, L'Antidiplomatico del 24 aprile 2020; ndt]. A Tokyo si tennero riunioni al vertice; i giornali giapponesi e del Manzhouguó scrissero unanimemente che la situazione in Estremo oriente si complicava ora in maniera significativa.  

L'ambasciatore britannico in Giappone comunicò a Londra: “Tutto lascia intendere che la notizia del patto di non aggressione sovietico-tedesco abbia rappresentato un duro colpo per i giapponesi e che essi abbiano bisogno di tempo per riprendersi”. Secondo Richard Sorge [3] si trattava di una cosa eccezionale: “Sta montando una crisi politica interna”.

Sembrava che da un momento all'altro dovessero iniziare grandi cambiamenti a Tokyo. Craigie [Robert Craigie, ambasciatore britannico in Giappone dal 1937 al 1941; ndt] era sicuro che fosse un ottimo momento per darsi da fare per allontanare il Giappone dalla Germania e avvicinarlo all'Inghilterra. Ne sarebbe valsa la pena: il paese aveva una flotta potente, un esercito con un grosso numero di soldati e ufficiali esperti, "un popolo determinato, capace dei più forti sacrifici". Le stesse conclusioni erano tratte dall'incaricato d'affari dell'URSS in Giappone [presumibilmente Mikhail Slavutskij; ndt] : “La firma del patto di non aggressione tra URSS e Germania ha cambiato notevolmente la situazione internazionale e, da un lato, ha rimescolato le carte degli imperialisti giapponesi, dall'altro, ha convinto il popolo giapponese dell'evidente fallimento della diplomazia e della politica estera giapponesi. I giornali scrivono apertamente del fiasco della politica estera sin qui seguita dal Giappone, di conseguenza, osservano, al Giappone non resta ora altro da fare se non cambiarla”. Il 26 agosto, in seguito alla conclusione dell'accordo sovietico-tedesco, il Ministro degli esteri Hachiro Arita protestava contro la violazione dell'allegato segreto al patto Anti-Comintern del 1936. Oshima [il generale Hiroshi Oshima, ambasciatore giapponese in Germania dal 1938 al 1939 e poi dal 1941 al 1945; ndt] non inoltrò immediatamente la nota di protesta, ma lo fece solo il 18 settembre, alla luce delle vittorie dell'esercito tedesco in Polonia.  

Nell'agosto 1939, l'unico grande successo del Giappone fu il congresso organizzato il 28 agosto da Wang Jingwei [Inizialmente membro della sinistra del Kuomintang, finì col collaborare coi giapponesi, che lo misero a capo del governo fantoccio di Nanchino; ndt] e i suoi sostenitori a Nanchino. Il congresso rappresentò un passo significativo verso la creazione di un governo collaborazionista nella Cina centrale, che vide la luce a Nanchino il 31 marzo 1940. Il Giappone aumentò le pressioni sulla Francia per costringere Parigi a rinunciare ai trasporti di merci dai porti dell'Indocina francese verso il territorio controllato da Chiang Kai-shek.  

Parigi iniziò a rallentare l'invio di merci così necessarie per la Repubblica cinese. Il primo ministro, generale Kiichiro Hiranuma [primo ministro da gennaio a agosto 1939; ndt] in una riunione del Consiglio Privato [organo consultivo dell'imperatore dal 1888 al 1947; ndt] del 30 agosto chiese le dimissioni del governo e dichiarò: "Questi eventi sono un fallimento della nostra diplomazia, derivante dalle azioni irragionevoli dell'esercito". La chiave dell'atteggiamento di Stalin in quel frangente è racchiusa nelle sue parole a Ribbentrop: "Gli interessi russi sono più importanti di tutti gli altri".  

Questo atteggiamento era l'unico approccio ragionevole alla politica estera del nostro paese. Alla fine di agosto del 1939, ciò significava per l'URSS l'allontanamento della minaccia di guerra su due fronti. Era possibile portare a termine la liquidazione dei reparti giapponesi circondati a Khalkhin-Gol. Questi non rimanevano passivi e cercavano costantemente di rompere l'accerchiamento; circa 60 volte il comando sovietico offrì loro la resa, senza ottenere risposta. Il nemico si difendeva disperatamente e coraggiosamente. Ma tutto era ormai deciso. Il 28 agosto, il comando sovietico diramò alle truppe l'ordine del giorno di gratitudine per la vittoria: “I militaristi giapponesi hanno ricevuto una nuova concreta lezione che farà rinsavire il nostro presuntuoso e irragionevole vicino. Compagni! Tutti i tipi di armi, tutte le nostre unità si sono comportate eroicamente, gareggiando in valore, ardimento e altruismo. La nostra coraggiosa fanteria, con fucili, baionette e granate, ha definitivamente e irrevocabilmente liberato dal nemico la terra della Repubblica Popolare Mongola e ha difeso la nostra Patria Sovietica. I nostri “falchi staliniani” [così erano detti gli aviatori sovietici; ndt], giorno e notte, hanno eliminato senza pietà il nemico in aria e in terra. I nostri valorosi carristi, col fuoco e coi cingoli, hanno spazzato dalla faccia della terra le canaglie samurai. I nostri gloriosi artiglieri, con precisi tiri alla Vorošilov  [4] hanno eliminato la turpitudine giapponese". Il 29 agosto Vorošilov si congratulava con "i valorosi difensori della Patria Sovietica, gloriosi combattenti di Khalkhin-Gol, per la brillante vittoria sulle truppe giapponesi". Il 1 settembre, la TASS  riferiva che dal 21 al 28 agosto erano stati fatti numerosi tentativi di rompere l'accerchiamento, sia dall'esterno che dall'interno, ma che tutti erano stati respinti. Nella notte tra il 28 e il 29 agosto le rimanenti forze accerchiate erano state liquidate e i giapponesi erano stati cacciati dal territorio della Mongolia. Secondo dati giapponesi, questo era avvenuto il 31 agosto. Della 23° Divisione di fanteria del tenente-generale Michitaro Komatsubara rimanevano solo 400 uomini. Le posizioni, abbandonate, erano colme di cadaveri. L'arsura era insopportabile; sulle posizioni giapponesi aleggiava un terribile tanfo di cadaveri. I trofei dei vincitori consistettero in circa 12.000 fucili, 400 mitragliatrici, 200 pistole, 100 automobili, ecc. Le perdite delle truppe sovietico-mongole ammontavano a 18.500 uomini, quelle giapponesi raggiungevano i 61.000. Secondo fonti giapponesi diverse, le loro perdite furono inferiori – tra i 52 e 55.000 uomini – mentre le nostre superiori, raggiungendo i 25.000 uomini. In ogni caso, le forze giapponesi impegnate nei combattimenti subirono una dura lezione: la 23° Divisione perse il 79% degli effettivi, la 72° perse il 78,5%, la 64°, il 69%, il 13° Reggimento artiglieria da campagna perse il 76% degli effettivi.   

Nondimeno, continuavano i combattimenti aerei. L'aviazione giapponese non fermava le incursioni sul territorio mongolo. Perciò, al mattino del 30, il comando del 1° raggruppamento dell'esercito, richiese il consenso di Mosca a colpire i vicini aeroporti nel territorio del Manzhouguó. In capo a due ore arrivò la proibizione: Vorošilov ordinava categoricamente di “limitare per ora al territorio della Mongolia” l'azione dell'areonautica. Evidentemente, non c'era ancora la piena sicurezza di come sarebbe finita. Il 5 settembre, il comando della 6° Armata giapponese diede l'ordine di prepararsi a un nuovo attacco. Si diceva, tra l'altro: ““Nell'esercito, tutti, dall'alto al basso, sono intrisi di un deciso spirito di attacco e hanno fiducia nell'inevitabilità della vittoria. L'esercito è sempre e ovunque pronto a schiacciare e distruggere il nemico, con fede nel proprio primo maresciallo: l'imperatore". Le battaglie aeree continuarono fino al 15 settembre. Era chiaro, che il colpo inferto all'Esercito del Kwantung non aveva esaurito le potenzialità giapponesi e le sue mosse erano ancora imprevedibili. Prima di Khalkhin-Gol, secondo alcuni storici britannici, la guerra contro la Russia era un obiettivo agognato dall'esercito giapponese; dopo, "i giapponesi decisero di lasciare in pace la Russia". Tale giudizio, corretto, deve essere inteso in senso figurato. Sarebbe sbagliato interpretarlo alla lettera.

L'URSS salvò l'umanità: il patto Molotov-Ribbentrop determinò la disfatta di Hitler

Vlasislav Šved    12.03.2020

https://www.rubaltic.ru

Il ministro degli esteri polacco Jacek Czaputowicz ha riconosciuto il ruolo di primo piano dell'Unione Sovietica nella sconfitta della Germania nazista. Allo stesso tempo, Czaputowicz è tornato ad accusare Mosca per il patto Molotov-Ribbentrop. Tuttavia, l'accordo di non aggressione tra Unione Sovietica e Terzo Reich costituì un fattore chiave nella sconfitta di Hitler. Senza questo accordo contingente, l'URSS sarebbe stata rapidamente liquidata, il che avrebbe determinato il dominio mondiale del nazismo. L'Unione Sovietica salvò l'umanità e l'influenza decisiva del Patto Molotov-Ribbentrop sull'esito della guerra fu riconosciuta dagli stessi capi nazisti al Tribunale di Norimberga.  

Nell'agosto del 1939, Stalin fece l'ultimo tentativo di dar vita a un'alleanza militare anti-hitleriana composta da Francia, Gran Bretagna e URSS. A causa però delle posizioni non costruttive di Parigi e Londra e dell'aperta opposizione polacca, il tentativo fallì. All'Unione Sovietica non rimaneva che un'alternativa: arrivare a un accordo con la Germania, trarne il massimo beneficio e differire la guerra che, in ogni caso, era inevitabile.  

Dopo il successo ottenuto con l'Austria e la Cecoslovacchia, Hitler era come un corridore allo start. Avrebbe iniziato in ogni caso la corsa alla conquista del mondo: lo afferma chiaramente nel Mein Kampf. La leadership sovietica aveva una visione assolutamente chiara dell'ulteriore sviluppo della situazione.  

Non c'è dubbio che nel 1939 l'URSS non fosse pronta per la guerra. Il paese sovietico, tendendo le forze all'inverosimile, superando le conseguenze della guerra civile, aveva fatto un impetuoso balzo in avanti nei due piani quinquennali, attestandosi tra le potenze mondiali industrializzate.  

Tuttavia, quantità non significava qualità.  

Non si deve dimenticare che, nell'agosto 1939, l'Unione Sovietica fu coinvolta in un grave conflitto armato con il Giappone, alleato della Germania, sul fiume Khalkhin-Gol. Il numero totale di forze sovietiche e giapponesi che presero parte alle ostilità nell'area di Khalkhin-Gol ammontava a oltre 130 mila uomini, con circa 700 carri armati, oltre un migliaio di cannoni e mortai e più di 1.200 aerei.

Di fatto, si trattava di una piccola guerra non dichiarata, che minacciava di trasformarsi in una grande guerra.

Va anche tenuto presente che quello era il terzo tentativo del Giappone di testare per via militare la resistenza delle frontiere sovietiche. Per l'URSS, combattere su due fronti, avrebbe significato la fine.

È noto anche che, nell'agosto 1939, la Germania conduceva negoziati per un trattato di non aggressione non solo con l'URSS, ma anche con la Gran Bretagna. Aveva bisogno di tempo per prepararsi alle ostilità e anche per assopire la vigilanza dei futuri avversari.

Pertanto, Berlino aveva approntato contemporaneamente due missioni, per la firma di altrettanti trattati di non aggressione: Joachim von Ribbentrop a Mosca e Hermann Göring a Londra.

Bisogna tener conto che, nel settembre 1938, il ministro degli esteri inglese, Lord Halifax, aveva dichiarato: “... Germania e Inghilterra sono due pilastri del mondo europeo e i bastioni principali contro il comunismo; è quindi necessario superare pacificamente le nostre attuali difficoltà ... Probabilmente, potremo trovare una soluzione accettabile per tutti, tranne che per la Russia".

È noto che, nel 1939, due dei membri del famoso “Cambridge Five”, [Cinque agenti segreti britannici che, sin da inizio anni '30, collaborarono con l'URSS; il più famoso è certamente Kim Philby; gli altri erano Guy Burgess, Antony Blunt, Donald Maclean e John Cairncross; ndt] Donald Maclean, funzionario del Foreign Office, e il suo collega Guy Burgess, che era anche un ufficiale dell'intelligence inglese, riferirono a Mosca che la principale direzione della politica di Londra era quella di "lavorare con la Germania nazista contro l'URSS".

Per Stalin, era assolutamente chiaro che, nel periodo prebellico, l'URSS rappresentava per l'Occidente una vittima con cui si doveva "nutrire la belva nazista".

Non a caso, gli inglesi manifestarono un maggiore attivismo per giungere a un patto con la Germania, che non con l'URSS. Nel luglio 1939, il consigliere del premier britannico, Horace Wilson mise a punto il programma di cooperazione anglo-tedesca, noto come “piano Wilson”. A metà agosto, Ribbentrop ricevette l'ennesima variante di tale piano, in base al quale era prevista la conclusione di una “unione difensiva” tra Inghilterra e Germania, valida per 25 anni, la graduale restituzione alla Germania delle colonie, la “delimitazione delle sfere di interesse, compreso il riconoscimento dei particolari interessi tedeschi”, e altro.

La conclusione del patto con l'URSS fu il più grande errore di calcolo di Hitler, che determinò il crollo del Terzo Reich. Durante il processo di Norimberga, Hermann Göring continuava a insistere su questo fatale errore del Führer.

Gli avvenimenti successivi mostrarono che, a conti fatti, il patto sovietico-tedesco costituì una grande vittoria della diplomazia sovietica, in conseguenza del quale, l'URSS, nella guerra contro il nazismo, riuscì a ottenere l'alleanza di Inghilterra e Stati Uniti d'America, che portò alla sconfitta del nazismo.

Fu così che il patto Molotov-Ribbentrop consentì all'umanità di cambiare il proprio futuro.

Nell'agosto 1939 la dirigenza sovietica si trovava di fronte alla scelta: concludere un accordo con la Germania nazista, oppure, in un futuro molto prossimo, trovarsi a combattere su due fronti. Per di più, la guerra sarebbe cominciata in prossimità di Minsk e di Leningrado.

Per l'URSS, non c'erano alternative alla conclusione del patto con la Germania: in caso contrario, le frontiere tra URSS e Terzo Reich si sarebbero spostate di 250-300 km verso est. La Wehrmacht avrebbe cominciato l'attacco all'URSS, partendo da 32 km a ovest di Minsk. Per la dirigenza sovietica, non erano un segreto i piani di Hitler, che prevedevano, dopo la conquista della Polonia, l'occupazione dei Paesi baltici, tanto più che là dominavano regimi pro-fascisti amici della Germania.

Se la Germania nazista avesse iniziato l'attacco all'URSS da Narva, in Estonia, i tedeschi avrebbero potuto prendere Leningrado in breve tempo. Dopo di che, il gruppo di armate “Nord” hitleriano, forte di un milione di uomini, si sarebbe subito diretto su Mosca. In tal caso, poco probabile che le divisioni dalla Siberia avrebbero potuto fermare l'avanzata tedesca sulla capitale dell'URSS nel dicembre 1941. Dopo di che, sarebbe entrato in guerra il Giappone e, forse, oggi sarebbero gli storici del Terzo Reich a scrivere la storia.

Quest'ultimo aspetto riveste particolare importanza. In base al Patto Anti-Comintern, firmato il 25 novembre 1936, Germania e Giappone avevano concordato di non concludere, senza il consenso l'una dell'altro, accordi reciproci con un nemico comune. Ciò comprendeva anche l'URSS. Il patto Molotov-Ribbentrop rappresentava dunque un duro colpo per quel patto. La Germania, alleata del Giappone, gli "aveva riservato una brutta sorpresa". Di fatto, la conclusione del patto Molotov-Ribbentrop significava che Hitler rinunciava al precedente Patto Anti-Comintern, sottoscritto col Giappone.

Per i giapponesi, era un colpo estremamente doloroso. Non a caso, il 26 giugno 1941, Osamu Tsukada, vice Capo di Stato Maggiore delle forze armate giapponesi, dichiarava: "Anche se la situazione dovesse sembrare estremamente favorevole per la Germania, … noi non interverremo".

In caso contrario, il destino della Seconda guerra mondiale avrebbe potuto essere davvero diverso. La questione non è solo che i nazisti avrebbero potuto prendere Mosca e ridurre l'URSS sull'orlo della catastrofe. La situazione non sarebbe stata più semplice nemmeno in Oriente, dove c'era una completa superiorità militare giapponese: di tre volte per l'aviazione, e quasi altrettanto per quanto riguarda le forze navali.

In caso di vittoria sull'URSS, Hitler si sarebbe impossessato di risorse naturali e umane, nonché dell'immenso territorio del Paese dei Soviet. Nessuna forza sarebbe stata quindi in grado di impedirgli di realizzare il piano di dominio del mondo. Non c'è dubbio che l'Inghilterra si sarebbe arresa alla misericordia del Führer. Gli Stati Uniti avrebbero preferito rimanersene al di là dell'Oceano, mentre scienziati e ingegneri tedeschi avrebbero portato a termine la creazione di nuovi tipi di armi: bomba atomica, missili balistici intercontinentali, aerei a reazione e simili. La situazione militare si sarebbe quindi sviluppata a favore dei nazisti.

È noto che, alla fine della guerra, mancavano a Berlino solo pochi mesi per la produzione di massa di armi atomiche. Si presume che nel 1944 e all'inizio del 1945 la Germania abbia proceduto a tre esplosioni nucleari. Vero è che non si trattava di esplosioni nucleari complete, ma esse avevano comunque fatto avanzare seriamente il programma nucleare nazista. Non a caso, nel gennaio del 1945, il ministro per gli armamenti Albert Speer disse: “Dobbiamo resistere ancora per un altro anno, e allora vinceremo la guerra. Esiste un esplosivo delle dimensioni di una scatola di fiammiferi, sufficiente a distruggere l'intera New York".

Venendo in possesso delle risorse dell'URSS, la Germania avrebbe realizzato la nuova arma molto più in fretta. Di conseguenza, l'umanità sarebbe stata condannata a una secolare schiavitù nazista. E, che Hitler sapesse raggiungere gli obiettivi prefissatisi, lo testimoniano i risultati della sua attività negli anni dal 1933 al 1939.  

Non a caso, nel febbraio 1945, alla Conferenza di Jalta, il Segretario di stato USA Edward Reilly Stettinius dichiarò che “il popolo americano dovrebbe ricordare che nel 1942 era sull'orlo della catastrofe. Se l'Unione Sovietica non fosse riuscita a tenere il fronte, i tedeschi avrebbero avuto la possibilità di conquistare la Gran Bretagna. Avrebbero occupato l'Africa e avrebbero potuto stabilirsi in America Latina. Questa minaccia era la costante preoccupazione del presidente Roosevelt".  

Il Capo di Stato maggiore dell'esercito americano, futuro Segretario di stato e autore del piano di assistenza economica in Europa, George Marshall, nel suo rapporto "La guerra vittoriosa in Europa e nel Pacifico", da lui presentato nel dicembre 1945 alla dirigenza americana, ammise: "Non abbiamo ancora preso coscienza a quale filo sottile fosse appeso il destino delle Nazioni Unite nel 1942! Quanto fossero vicine la Germania e il Giappone a stabilire il dominio mondiale! E dobbiamo riconoscere che la posizione americana di quel periodo non ci fa onore”.  

Alcuni degli oneri per l'attuazione del Patto Molotov-Ribbentrop sono rappresentati dal prezzo che la Polonia e i Paesi baltici dovettero pagare per aver flirtato con Hitler.  

Questo, diciamolo chiaramente, è un prezzo non così alto, dal momento che i nazisti, in caso di vittoria, come dichiarato da Hitler il 17 ottobre 1939, progettavano di ripulire il territorio dell'Europa da "ebrei, polacchi e marmaglia varia".  

Oggi, una serie di politici e storici ce la stanno mettendo tutta per cercare di dimostrare la delittuosità delle intenzioni e della politica della leadership sovietica prebellica. Si tratta per lo più di persone cui il destino non ha permesso di provare il pesante fardello del potere e della responsabilità di decisioni che avrebbero potuto cambiare il corso della storia, non solo del paese, ma del mondo. Ognuno di essi soffre di una sindrome da tifoso di calcio, che consiste nell' "immaginarsi stratega, assistendo all'incontro dall'esterno".  

La valutazione principale della politica prebellica dell'URSS è data dal mondo contemporaneo, quel mondo in cui vive oggi l'umanità. Avrebbe potuto essere un altro, un mondo di schiavitù nazista, in cui avrebbero dominato i cosiddetti ariani. Le altre persone avrebbero dovuto seguire con sottomissione i loro ordini e, come pianificato dagli ideologi nazisti, adorare  idoli somiglianti a Hitler, innalzati nei templi in cui si sarebbe glorificato il nazismo quale ideologia che, a lor dire, aveva salvato il mondo dal totalitarismo comunista e dalla rovina.

Il trionfo della diplomazia di Stalin

Il patto Molotov-Ribbentrop: vittoria strategica dell'URSS

Igor Šiškin          04.03.2020

http://zavtra.ru/blogs/triumf_diplomatii_stalina

Molti conoscono, ha esordito il prof. Šiškin, intervenendo al ciclo di “Letture staliniane”, tenutesi a Mosca il 21 e 22 dicembre 2019, in occasione del 140° anniversario della nascita di Stalin, la figura di Stalin quale stratega durante la guerra; tutti conoscono il suo ruolo nella costruzione dell'ordine mondiale, non ancora del tutto liquidato, in cui viviamo tutt'oggi. Molta meno attenzione viene invece prestata alla sua attività prebellica in campo diplomatico. Per lo più, quando se ne parla, lo si fa gettando fango su quanto da lui compiuto nel 1939, oppure si adducono giustificazioni compassionevoli, del tipo “non aveva altra scelta”, le “circostanze lo costrinsero”, ecc. Io ritengo che quella brusca sterzata nella politica estera, decisa da Stalin nel 1939, costituisca una sua vittoria strategica, che in gran parte gettò le basi per la vittoria nel 1945. In senso figurato, nel 1939, all'ultimo momento, Stalin impresse una virata alla nave dello stato sovietico, quando questa dirigeva a tutto vapore verso gli scogli. E, tra la fine del 1939 e nel 1940, abbia scapolato più di una volta tra Scilla e Cariddi, salvando così il paese.  

Per comprendere il significato dell'inversione compiuta da Stalin nel 1939, una delle cui manifestazioni più chiare (ma non l'unica) fu il Patto Molotov-Ribbentrop, dobbiamo prima di tutto abbandonare l'idea impostaci, che la Seconda guerra mondiale sia stata una guerra di tutta l'umanità progressiva contro il male assoluto, incarnato dalla Germania nazista. Questa versione, ovviamente, è molto conveniente in termini di propaganda, ma non ha nulla a che fare con la realtà.  

Non dimentichiamo che la Seconda guerra mondiale, così come la Prima, come le guerre napoleoniche e molte altre, fu generata dalla lotta dei predatori occidentali per l'egemonia; per stabilire a chi dovesse toccare il pezzo più grosso dalla rapina coloniale del mondo. Le guerre napoleoniche furono uno scontro tra gli imperi britannico e francese. La Prima guerra mondiale fu generata dal confronto tra Impero britannico e Secondo Reich. Anche la Seconda guerra mondiale fa parte di questa serie. Fu generata dalla contrapposizione tra Impero britannico, Stati Uniti e Terzo Reich.  

Sono note le parole di Stalin, del febbraio 1931: "Dobbiamo superare questa distanza in 10 anni. O lo faremo, o ci schiacceranno" [5]. Hitler non era ancora al comando della Germania, ma Stalin non dubitava che ci sarebbe stata una guerra. Di lì a 10 anni, scoppiò una grande guerra.  

La differenza principale tra la Seconda guerra mondiale e le guerre precedenti non consisteva nel fatto che uno dei pretendenti all'egemonia mondiale si fosse rivelato portatore di un'ideologia odiosa. La principale differenza tra la Seconda guerra mondiale e tutti gli scontri precedenti tra i predatori occidentali, consisteva nel fatto che, ora, avevano tutti un nemico comune: l'Unione Sovietica. Pertanto, per l'Impero britannico, per il Terzo Reich, per l'America, era necessaria una nuova guerra mondiale, non solo per stabilire la propria egemonia, ma anche per distruggere l'URSS.  

Oggi, mal ci rappresentiamo la misura in cui i circoli di potere occidentali avessero allora paura e odiassero il comunismo... All'epoca, vedevano nella Russia sovietica comunista una sfida all'esistenza stessa del mondo occidentale.  

La secolare lotta per l'egemonia, abituale per le grandi potenze occidentali, con tutta la sua ferocia, era comunque, in sostanza, una lotta per stabilire a chi sarebbe toccata la fetta più grossa, ma non minacciava l'esistenza della parte soccombente: né per la Francia né per la Germania, oppure prima, per Spagna o Olanda, la sconfitta non si era mai rivelata fatale. La comparsa della Russia sovietica, invece, rappresentava una minaccia per l'esistenza stessa della civiltà occidentale. Era apparso un modello fondamentalmente diverso e alternativo di costruzione della società. Per la prima volta, era stata creata una società senza divisione in "élite" e "gregge". Il nuovo stato sovietico negava un ordine mondiale apparentemente immutabile, in cui tutto il potere e la proprietà sono concentrati nelle mani di uno strato ristretto, un'élite.  

Proprio per questo, la paura di fronte al nostro paese era allora colossale. Tanto più che era stato subito chiaro che quel sistema "innaturale" non avrebbe collassato da solo. Né l'intervento, né la guerra civile, né le sanzioni economiche avevano prodotto il risultato desiderato. Inoltre, l'esempio dell'URSS si era rivelato "contagioso". L'idea di ricostruire il mondo secondo i principi sovietici aveva cominciato a afferrare milioni di menti, persino tra i rappresentanti delle classi dirigenti occidentali.  

Esisteva il pericolo reale che la democrazia parlamentare - il miglior sistema per garantire il potere del grande capitale - non avrebbe fatto fronte alla nuova sfida. Erano minacciate le basi stesse del mondo occidentale.  

Per avere una chiara idea dell'atteggiamento occidentale nei confronti della Russia sovietica, bisogna ricordare non solo ciò che aveva detto Hitler dell'Unione Sovietica (questo lo ricordiamo bene). Ma prendiamo, ad esempio, la Francia. Fine 1939; la Seconda guerra mondiale è già in corso; i soldati sono fermi sulla linea Maginot. Siamo nel pieno della "Strana Guerra", in cui non accade nulla. Proprio allora, il Ministro degli interni francese Albert Sarraut, [dal 1914 al 1940 ricoprì innumerevoli incarichi ministeriali, divenendo anche primo ministro nel 1933 e nel 1936; ndt] intervenendo in parlamento, formulò il credo del governo francese: "L'unico pericolo di cui dobbiamo davvero aver paura è il bolscevismo. Il pericolo tedesco non è nulla, in confronto a quello. Potremmo accordarci con la Germania". Stupidità? Niente affatto. I circoli dominanti francesi erano ben consapevoli da dove provenisse la minaccia principale. Oppure, ricordiamo lo slogan dei conservatori britannici "Affinché l'Impero britannico esista, il bolscevismo russo deve essere distrutto!"  

Al tempo stesso, però, gli ambienti di potere occidentali erano ben consapevoli del fatto che esistesse un solo paese in grado di risolvere fisicamente il problema dell'Unione Sovietica. Era la Germania. E proprio da questa consapevolezza scaturiva un'altra caratteristica unica della Seconda guerra mondiale. Il fatto è che, fino ad allora, alle lotte per l'egemonia avevano sempre preso parte solo due contendenti: Gran Bretagna e Francia, ad esempio, oppure Olanda e Gran Bretagna, Spagna e Gran Bretagna. Ora, c'erano invece tre contendenti contemporaneamente: Stati Uniti d'America, Impero britannico e Terzo Reich.  

Da dove era sbucato il Terzo Reich? Dopotutto, gli storici, sia inglesi che americani, e anche i nostri storici, riconoscono che la principale contraddizione negli anni '20 e '30 del XX secolo, era costituita dallo scontro tra USA e Gran Bretagna. Cosa c'entrava la Germania? La Germania era stata sconfitta e le erano state imposte colossali riparazioni. Le era proibito avere vere forze armate. Che razza di contendente per l'egemonia mondiale era? Era quasi inesistente. Non avrebbe potuto venire a trovarsi tra i contendenti, se l'Impero britannico e gli Stati Uniti non ne avessero avuto bisogno come strumento per la distruzione dell'Unione Sovietica; e, già che c'erano, intendevano risolvere la stessa questione aperta tra loro due: chi di loro avrebbe dovuto avere l'egemonia? Più di una volta, loro due erano stati sull'orlo dello scontro, ma né l'uno né l'altro c'erano arrivati, perché né l'uno né l'altro avevano un'assoluta superiorità. Invece, con l'aiuto delle mani "tuttofare" della Germania, ognuno voleva non solo eliminare l'odiata Unione Sovietica, ma minare anche il potere del concorrente.  

Proprio questo era alla base della preparazione della Seconda guerra mondiale. Era l'Impero britannico a giocare il ruolo di primo violino; in fondo, secondo i risultati della Prima guerra mondiale, era l'egemone del mondo occidentale. È vero, era sulla strada del tramonto, con problemi economici, ma rimaneva egemone. Un po' come oggi gli Stati Uniti.  

E cosa inizia a fare l'Impero britannico? A parole, si era improvvisamente infettato del virus del pacifismo, della non resistenza al male, del desiderio di pace nel mondo. Aveva annunciato la cosiddetta politica di pacificazione [la politica di “appeasement”; ndt], che era in realtà una politica di preparazione della Germania alla guerra contro l'Unione Sovietica.  

La prima pietra miliare su questa strada furono i Trattati di Locarno del 1925, il cui ideologo principale fu Austin Chamberlain, fratello di Neville Chamberlain, allora alla guida del Ministero degli esteri dell'Impero. Secondo quei trattati, veniva dichiarato alla Germania (tradotto dal linguaggio diplomatico) che essa, sconfitta nella Prima guerra mondiale, avrebbe potuto tornare nella famiglia dei popoli civili, gradualmente si sarebbero annullati i contributi di riparazione e tutte le altre restrizioni, ma, a una condizione: la Germania avrebbe dovuto distruggere l'URSS.  

I documenti sottoscritti [a Locarno; ndt] indicavano l'impegno a far tornare la Germania nelle strutture economiche e di altro tipo occidentali. I tedeschi venivano anche obbligati a garantire l'intangibilità dei loro confini occidentali, come definiti in seguito alla guerra. Austin Chamberlain, però, "distratto", per qualche motivo "dimenticò" che la Germania ha anche confini orientali. Nessuno si preoccupò di chiedere alla Germania garanzie anche per quelli.  

A Londra, gli accordi di Locarno vennero considerati a ragione la più grande vittoria diplomatica. Austin Chamberlain ricevette il massimo ordine britannico della giarrettiera e anche il premio Nobel per la pace.  

Notate bene: alla persona che aveva compiuto il primo grande passo verso la guerra mondiale veniva assegnato il premio Nobel per la pace! Noi comprendiamo bene che, allorché si "dimenticò" dei confini orientali, non aveva alcuna intenzione di provocare una guerra tra Germania e Polonia: non era certo questo, ciò di cui l'impero britannico aveva bisogno! Che cos'era in fondo la Polonia?!  

Tutto era chiaro a tutti. Alla Germania era stato assegnato il ruolo di "killer" verso oriente; un killer che avrebbe poi dovuto esser liquidato dall'esercito francese. O lui, o la Russia sovietica: quello dei due che fosse sopravvissuto alla guerra imposta.  

Si trattava di un sottile gioco avventuristico: iniettare risorse alla Germania, quel tanto che bastava per eliminare l'Unione Sovietica, ma non così tante, da permettere alla prima di impossessarsi delle risorse della seconda. Gli inglesi erano ben consapevoli che, altrimenti, la Germania avrebbe fatto a pezzi anche il loro impero. Questo è sempre stato evidente: c'è, ad esempio, una dichiarazione piena di panico da parte di Lloyd George, nel 1918, durante il periodo della pace di Brest, [6] quando i tedeschi iniziarono l'avanzata verso est: "La Germania, prendendo il controllo delle risorse della Russia, diventerà invincibile". Lo capivano bene. Quindi, da allora in avanti, si dovevano pompare risorse alla Germania, ma in dosi misurate. Cosa significava? Voleva dire, dare alla Germania l'Austria, fornendogli così un bel numero aggiuntivo di soldati; darle la Cecoslovacchia, che era allora una fucina militare. Ma... niente di più.  

Credo che i tedeschi comprendessero perfettamente il gioco britannico. Non potevano non capire cosa sarebbe stato di loro dopo che la Germania avesse eliminato l'Unione Sovietica. Ma non avevano altro modo di risollevarsi dopo la Prima guerra mondiale, se non quello di stare al gioco degli inglesi. In Europa, in quegli anni, tutti, tranne l'URSS, erano costretti a giocare secondo le regole britanniche.

Dopo, seguì il complotto di Monaco. Come amano prendersi gioco di Neville Chamberlain, che, dopo Monaco, dichiarò: "Vi ho portato la pace!". Ma Chamberlain aveva tutte le ragioni per esser giubilante. L'accordo di Monaco era l'apice della politica di pacificazione, della preparazione della Germania alla guerra imminente. Grazie a Monaco, i tedeschi ricevettero l'ultima "iniezione", dopo la quale avrebbero dovuto già marciare verso Oriente, per adempiere al compito loro fissato.  

Ci sono rapporti interessanti del nostro plenipotenziario in Gran Bretagna, Maiskij, dopo Monaco. Egli riferiva che regnava entusiasmo nei circoli di potere della Gran Bretagna, e tutti erano sicuri che il prossimo passo di Hitler sarebbe stato l'invasione dell'Ucraina. Hitler prese dalle loro mani la Cecoslovacchia e loro lo inclusero nel numero dei degni. Divenne uno dei quattro leader d'Europa. Dunque: ora, vai dove ti è stato indicato!  

E tutti si aspettavano che lui ci andasse.  

Tuttavia, Hitler stesso capiva cosa sarebbe stato della Germania dopo quel passo. Così, si verificò qualcosa che gli inglesi non si aspettavano. Dopo Monaco, ebbe luogo la spartizione della Cecoslovacchia. Abbiamo sentito parlare molto della regione di Tešín, di cui si impossessarono i polacchi; ma c'è un punto più importante: Hitler, dopo la liquidazione dello stato cecoslovacco, cede all'Ungheria la Rus subocarpatica! Ciò ebbe a Londra l'effetto di una bomba, perché erano convinti che la Rus subcarpatica sarebbe stata dichiarata “Ucraina”. E quella Ucraina avrebbe poi rivendicato le "proprie" altre terre, quelle dell'Ucraina sovietica, e questo avrebbe servito da pretesto per la campagna della Germania verso Oriente.

Non appena Hitler rinunciò all'idea di dar vita in qui territori a uno stato ucraino fantoccio e li cedette invece all'Ungheria, Londra comprese immediatamente che Hitler, entrato in possesso del potenziale militare-industriale cecoslovacco, avrebbe marciato non verso oriente, ma verso ovest e avrebbe liquidato la Francia. Quella stessa Francia che avrebbe invece dovuto liquidarlo dopo l'aggressione all'URSS.

Ecco che immediatamente in Chamberlain, fino allora terribile "pacifista", si verifica una trasformazione senza precedenti. Quest'uomo che, prima di Monaco, in tutte le interviste ripeteva di non poter nemmeno immaginare che gli inglesi avrebbero cominciato a scavar trincee, che non avrebbe permesso che nemmeno una goccia di sangue inglese fosse versata a causa del fatto che dei cechi litigavano con dei tedeschi. Quest'uomo, subito dopo che Hitler cede la Transcarpazia agli ungheresi, lui, Chamberlain, offre immediatamente garanzie di indipendenza per la Polonia e dichiara che la Gran Bretagna avrebbe sacrificato le ossa per la sua indipendenza.

A tal proposito, Churchill, suo avversario, abbe parole ben pungenti: "Ora siamo pronti a sacrificare le ossa proprio per quel paese che ha appena partecipato, con l'avidità di una iena, allo smembramento della Cecoslovacchia. Ci accingiamo a salvare un così innocente agnello!" Si trattava ancora una volta di stupidità? No. Lo storico militare britannico Liddell Garth, [il capitano Sir Basil Henry Liddell Hart, (1895-1970) storico e teorico militare; ndt] scrisse che l'aver fornito garanzie alla Polonia rendeva inevitabile la guerra. Perché? Perché Hitler, per venire a capo della Francia, aveva bisogno di retrovie affidabili in Polonia. Solo allora poteva sconfiggere la Francia e poi, insieme ai polacchi, dare il via al “Drang nach Osten”.

Questo era quanto aveva apertamente proposto ai polacchi. Ma, a una condizione (qui gli interessi di tedeschi e polacchi divergevano): "Restituiteci Danzica e il corridoio di Danzica". I polacchi, come loro abitudine, all'inizio si indignarono, ma poi acconsentirono. C'è un documento secondo cui il Ministro degli esteri polacco, Józef Beck, [vedi sopra, la seconda parte di: Konstantin Khudoleev,Prove inconfutabili: divulgato il contenuto dei documenti d'archivio che confermano la collaborazione della Polonia con Hitler, su L'Antidiplomatico del 17 aprile 2020; ndt] dichiarava di essere disponibile per tale accordo.

Ed ecco che, immediatamente, si fa avanti l'Impero britannico, il più potente, il più forte al mondo e dice: “No, no, noi vi garantiamo che i tedeschi non vi attaccheranno; tenete Danzica per voi e non cedete nessun corridoio!”. Subito, anche la Francia fa la stessa dichiarazione.  

Comincia così un gioco, senza precedenti nella storia per bassezza e cinismo. I polacchi sono invitati ai negoziati dei capi di Stato maggiore dei tre paesi: Francia, Gran Bretagna e Polonia. Viene raggiunto un accordo, per cui se i tedeschi attaccano i polacchi, allora, in un determinato giorno della guerra, la Gran Bretagna farà questo e quello, e la Francia quello e questo... Sarebbe stato strano che i polacchi non credessero a trattati ufficiali, firmati da rappresentanti delle due grandi potenze dell'Occidente. Tuttavia, essi non sapevano che già il 4 maggio(!) 1939, Inghilterra e Francia avevano concordato che "il destino della Polonia sarà determinato dai risultati generali della guerra, e questi, a loro volta, dipenderanno dalla capacità delle potenze occidentali di sconfiggere la Germania come risultato ultimo, e non dal fatto se possano ridurre la pressione della Germania sulla Polonia sin dall'inizio".  

Vale a dire: non c'era ancora stata l'invasione tedesca della Polonia! Mancavano ancora dei mesi, ma Gran Bretagna e Francia redigevano un documento in cui si parlava in modo assolutamente inequivocabile della guerra imminente come di un fatto indubbio, e vi si diceva che la Polonia, in seguito a quella grande guerra, sarebbe scomparsa dalla mappa del mondo. E solo dopo, quando inglesi e francesi avessero vinto, avrebbero compensato in qualche modo i polacchi per questo "dispiacere". Questo documento è ora pubblico. Ma i polacchi non amano parlarne; preferiscono incolpare la Russia per tutte le loro sventure.  

Da noi, piace parlare della stupidità polacca, e come esempio citano le dichiarazioni della stampa e dei diplomatici polacchi, secondo cui due settimane dopo l'inizio della guerra con la Germania, i loro ulani sarebbero già arrivati a Berlino. Ma questa non è una stupidità! I polacchi erano sicuri che, davvero, la Germania sarebbe stata alla mercé del più forte esercito europeo, quello francese (nel 1939, più forte della Wehrmacht), mentre la flotta britannica avrebbe bloccato tutte le comunicazioni marittime e l'aviazione britannica bombardato le città tedesche. E chi è più vicino a Berlino? I polacchi. Chiaro che i tedeschi avrebbero riversato tutte le loro forze sul fronte occidentale, contro i francesi. Ecco che i valorosi ulani polacchi sarebbero entrati a Berlino.  

Era tutto calcolato con precisione; non si trattava di stupidità; i polacchi avevano documenti che garantivano l'inizio di attive azioni di guerra da parte di Francia e Inghilterra. Tra l'altro, non appena iniziò la guerra, gli ambasciatori polacchi si precipitarono immediatamente dalle competenti autorità di Francia e Gran Bretagna, chiedendo una risposta sulla base dei documenti sottoscritti. E quelli cominciarono a raccontar loro la fiaba che, finalmente, "si è dato il via a tutto". Proprio così. La prima settimana raccontarono loro la favola che, sì, stiamo facendo tutto, l'offensiva è iniziata; solo che non possiamo condurvi là per dimostrarvelo, è pericoloso. Il 10 settembre, i polacchi furono informati che l'aviazione britannica aveva lanciato massicci bombardamenti sulle città tedesche, il che era un'aperta menzogna. Il 14 settembre, il generale Gamelin [Maurice Gamelin: all'inizio della guerra, aveva il comando di tutte le forze aeree e di terra; ndt] assicurava ai polacchi la "ferma determinazione" degli alleati di rispettare tutti gli impegni presi. E anche questa era un'aperta e consapevole menzogna. E solo quando era ormai impossibile cambiare qualcosa, i polacchi si resero conto che, per così dire, erano stati  "scartati".  

E per quale ragione era stato fatto tutto questo? Semplicemente perché gli inglesi volevano fare quella guerra e privare i tedeschi di retrovie affidabili a est? Non solo. Tra l'altro, una questione non è stata sinora chiarita, perché il governo polacco fuggì dal paese? Di solito, nel corso normale di un conflitto, quando uno stato viene sconfitto, si iniziano i negoziati: tagliamo qua, tagliamo anche qua, pagheremo le riparazioni, ecc. E invece, il governo fugge e il paese si arrende completamente alla volontà del vincitore. Ecco che possiamo scorgere un calcolo esplicito, ovviamente non polacco. I tedeschi entrano in Polonia, raggiungono le sue regioni orientali. Ma i territori orientali della Polonia sono quelli che l'Unione Sovietica considerava  territorio proprio. Probabilmente, non è necessario spiegare che si trattava dei territori persi a causa della guerra sovietico-polacca del 1919-1921: Bielorussia occidentale, Ucraina occidentale... [vedi nota 10 Introduzione; L'Antidiplomatico del 3 aprile 2020; ndt]  

Sì, è vero che, a suo tempo, avevamo riconosciuto il loro passaggio sotto la sovranità polacca. Ma l'Unione Sovietica, negli anni '20 e '30, aveva costantemente sollevato la questione che si trattava di nostri territori e aveva chiesto di indire referendum in quei territori, per chiarire se gli abitanti volessero vivere in Polonia o in Unione Sovietica.

Naturalmente, quei referendum non si erano mai tenuti. Inoltre, nei documenti sovietici, lo stesso Molotov, a proposito degli ucraini e dei bielorussi che vi vivevano, ne parlava come di "minoranze russe"! Le “minoranze russe della Polonia". Ed ecco che queste minoranze russe della Polonia si trovano sotto il rullo compressore tedesco.

Provocare un conflitto tra Germania e Unione Sovietica non sarebbe stato così difficile, considerando anche gli orientamenti anticomunisti della Wehrmacht e quelli antifascisti dell'Esercito Rosso. Bastava solo pensare al cerino. Ad esempio, organizzare un massacro nell'Ucraina occidentale o in Bielorussia occidentale, mettere il coltello alla gola a quelle stesse "minoranze russe"... Sappiamo che i nazisti erano grandi maestri nell'organizzazione simili azioni. L'Unione Sovietica si sarebbe vista costretta a entrare in guerra. Entrata in guerra da sola, o sconfigge la Germania – e in quel caso, la Francia sarebbe intervenuta in difesa della civiltà, contro i barbari-bolscevichi e avrebbe atterrato il vincitore, per poco sopravvissuto - oppure viene sconfitta dai tedeschi, i quali, ugualmente, sono appena sopravvissuti.  

A quel punto, la Francia comincia una guerra vera, non una "strana" guerra, perché tutto il mondo civilizzato si rende improvvisamente conto che a Berlino si è insediato un regime nemico dell'umanità.

Nel 1939, Stalin era ben consapevole di questo dilemma. Oggi tutti questi documenti sono noti; all'epoca, ovviamente, non erano stati resi pubblici...

Cosa fece allora la Gran Bretagna? Disse che riconosceva i propri errori del passato, la politica di pacificazione. E invitò tutti i paesi del mondo a unirsi contro la Germania. Lo stesso giorno in cui forniva garanzie alla Polonia, il Ministro degli esteri, Lord Halifax, si incontrava col nostro ambasciatore Maiskij e suggeriva che anche l'URSS garantisse che, quando i tedeschi avessero attaccato la Polonia, l'Unione Sovietica sarebbe entrata in guerra. Ma, se gli inglesi e i francesi non entravano in guerra per la Polonia, con cui pure avevano sottoscritto una convenzione militare, sarebbe stato assolutamente ridicolo per l'Unione Sovietica entrare in guerra!

Stalin vedeva che la guerra con la Germania era inevitabile; che la Gran Bretagna la stava provocando. Allo stesso tempo, vi era una tremenda pressione da parte di Litvinov e di quasi tutto il Commissariato del popolo agli affari esteri per il proseguimento della politica di sicurezza collettiva, che aveva portato l'Unione Sovietica (per la piena soddisfazione degli anglosassoni) verso gli scogli. Stalin impresse una brusca virata al timone. Dimissionò Litvinov e nominò Molotov...

Chiamiamo le cose col loro nome: con il Patto Molotov-Ribbentrop, fornimmo a Hitler delle affidabili retrovie orientali, per il periodo in cui sconfiggeva la Francia. Gli offrimmo l'opportunità di prendere il controllo del continente europeo e in cambio ottenemmo nuovi confini; ma, soprattutto, guadagnammo tempo per prepararci all'inevitabile guerra con la Germania.

Come risultato, il piano britannico va a farsi benedire, la Germania si volge a Ovest, la Francia è disfatta. Da noi, oggi, molti dicono: “"Oh, demmo l'opportunità di sconfiggere il nostro potenziale alleato …". Ebbene, questo momentaneo "potenziale alleato", era allora il nostro peggior nemico. La Francia tentò attivamente di organizzare una campagna militare contro la Russia nel 1940, nonostante fosse già in uno stato di "strana" guerra con il Terzo Reich.

Dopo che Hitler avesse preso il controllo dell'Europa continentale, il suo potere sarebbe diventato immediatamente tale che, se avesse sconfitto anche l'Unione Sovietica, automaticamente l'Impero britannico non sarebbe esistito più e, in tale prospettiva, rimaneva dubbia anche la questione se gli Stati Uniti sarebbero sopravvissuti. In tali condizioni, l'Impero britannico e gli Stati Uniti venivano a trovarsi in una situazione senza via d'uscita: o, nella la guerra che si sta allargando, stringere alleanza con l'URSS, oppure soccombere. Dopo la sconfitta della Francia, sia per Londra che per Washington non esisteva una terza alternativa.

Nel 1939, Stalin cambiò radicalmente l'equilibrio delle forze in Europa e raggiunse l'obiettivo che, sia per l'Impero britannico, che per gli Stati Uniti, venissero in primo piano le loro contraddizioni interimperialiste con la Germania. Per far fronte alla Germania, non avevano altra scelta che diventare alleati dell'URSS. Cosa che fece Churchill, annunciando il 22 giugno che la Gran Bretagna era alleata dell'Unione Sovietica.

Va comunque notato che l'Impero britannico tentò fino all'ultimo di evitare una simile situazione. Probabilmente, avete sentito molte cose, a proposito del fatto che la Gran Bretagna e la Francia non dichiararono guerra all'Unione Sovietica quando le nostre truppe entrarono in Polonia il 17 settembre. Questo ci viene presentato come una sorta di riconoscimento della giustezza delle nostre azioni da parte loro. Ma, quando mai gli inglesi hanno riconosciuto la giustezza di qualcun altro, se non era vantaggioso per loro?! Avevano bisogno in ogni caso che sul territorio polacco venissero a contatto due eserciti antagonisti. Volevano che iniziassero degli scontri, dopo di che, tutto sarebbe rotolato come una valanga. Pertanto, non dobbiamo indignarci per le sfilate a Brest [7] e in altri luoghi. Dobbiamo, al contrario, rallegrarci, che le nostre truppe e quelle tedesche non siano arrivate a una collisione; dobbiamo ammirare l'abilità dei nostri comandanti, che non cedettero a nessuna provocazione e si separarono pacificamente!

Né noi né i tedeschi avevamo bisogno di quella guerra nel 1939. E comunque, subito dopo iniziò la campagna finlandese. Oggi molti sanno bene che la Finlandia aveva rifiutato di soddisfare le richieste dell'Unione Sovietica, solo perché la Gran Bretagna aveva fornito garanzie. Ed è pure noto che la Francia aveva già approntato una forza di spedizione. Perché? Ecco, a quanto sembra, la Francia avrebbe dovuto essere in guerra con la Germania; ecco la linea Maginot. E invece, le truppe francesi stanno per esser trasbordate in Finlandia per combattere con la Russia sovietica. Un delirio? Niente affatto. Appena compresero che nel 1939 non era loro riuscito far scontrare frontalmente URSS e Germania, cercarono di mutare il “format” della guerra, portarlo sulle “linee” occidentali: la civiltà occidentale contro gli odiati bolscevichi; una crociata dell'Occidente in nome della salvezza della povera Finlandia aggredita, ecc.

E allora, parrebbe, la Germania non aveva alternative. Per lei, la cosa principale era l'anticomunismo! Dunque, non si sarebbe tirata indietro da un attacco all'URSS e avrebbe dovuto schierarsi con Francia e Gran Bretagna in nome della distruzione congiunta del bolscevismo. Per di più, Francia e Gran Bretagna si sarebbero solo fatte notare, approntando proforma qualcosa come centomila uomini; ma chi avrebbe realmente combattuto? I tedeschi, ovviamente.  

Di nuovo, dunque, si verificava ciò che, nei piani britannici, avrebbe dovuto verificarsi: l'URSS è sconfitta dalle truppe congiunte, principalmente tedesche; dopo di che, l'umanità progressista prende coscienza di tutto l'orrore del regime hitleriano e, con le forze francesi, arreca un colpo distruttivo alla Wehrmacht pressoché moribonda.   

Tutto sarebbe andato liscio; solo sulla carta, però. L'URSS riuscì a eliminare dalla guerra la Finlandia, prima che la Francia completasse la formazione della forza di spedizione. L'attacco anglo-francese contro l'URSS nel Caucaso venne annullato dall'inaspettata, per essi, invasione delle truppe tedesche in Francia. Dopo di che, Gran Bretagna e Stati Uniti non ebbero altra scelta che allearsi all'URSS e dar vita a una coalizione anti-hitleriana.  

Ecco di cosa si trattava nel 1939-1940! In quella situazione, Stalin fece l'unica mossa possibile - e quasi incredibile, in quelle condizioni - tenendo conto delle specificità dei vertici della leadership sovietica. Nel 1939, concluse un accordo noto come Patto Molotov-Ribbentrop.

Il patto impedì a Londra di provocare una guerra sovietico-tedesca nel 1939, il che fece a pezzi lo scenario inglese della Seconda guerra mondiale e, in fin dei conti, portò alla fine dell'Impero britannico.

Il patto assicurò il reintegro dei territori illegalmente strappati dopo la rivoluzione e, in tal modo, consentì di allungare la profondità della difesa strategica sulla direttrice occidentale, che ebbe un ruolo chiave nel fallimento del Blitzkrieg nel 1941.

Il patto diede tempo allo sviluppo delle basi economiche sovietiche a oriente, il che ebbe un ruolo chiave nella vittoria di Stalingrado.

Il patto, avendo mutato radicalmente l'equilibrio delle forze in Europa, costrinse Stati Uniti e Gran Bretagna a trasformarsi (temporaneamente) da nemici dell'URSS in suoi alleati, creando le condizioni per il sorgere della coalizione anti-hitleriana.

Il patto aprì la strada agli Accordi di Jalta e Potsdam, che determinarono l'ordine mondiale postbellico.

Pertanto, il Patto Molotov-Ribbentrop fu una vittoria strategica di Stalin.

Note

[1]  A solo titolo di cronaca, si riporta quanto sostenuto dallo storico revisionista Kirill Aleksandrov su Novaja Gazeta - la stessa che nel 2017 e 2018, ampiamente ripresa da La Repubblica, aveva “scoperto” prigioni segrete in Cecenia per attivisti gay http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/04/07/con-la-primavera-tornano-le-prigioni-per-lgbt-in-cecenia-0102630 - secondo cui, al 22 giugno 1941, [dunque, secondo Aleksandrov, il giorno stesso dell'attacco nazista all'URSS; ndt] prestavano servizio tra le file del nemico, con gradi militari diversi, circa 1 milione e 150.000 cittadini sovietici, tra cui ucraini, bielorussi, baltici, caucasici, kalmyki. Di cosiddetti “Grandi russi” [contrapposti a “Piccoli russi” del sudovest russo e “Bielorussi”; ndt], se ne contavano circa mezzo milione, di cui circa 85.000 in formazioni cosacche. C'erano anche circa 15.000 emigrati bianchi: ufficiali degli ex eserciti bianchi o loro figli, cresciuti in vari paesi europei nel periodo tra le due guerre. Ma, i “Vlasovitsi” come tali, cioè i militari inquadrati nell'Esercito russo di liberazione del generale Andrej Vlasov, erano solo 120.000 (circa il 10% del totale) e tra loro si contavano diverse migliaia di membri del Movimento Bianco.

[2]  in realtà, queste cifre sembrano corrispondere a un periodo più tardo della guerra; al momento dell'attacco, sembrano avvicinarsi di più le seguenti cifre: 350.000 rumeni, 340.000 finlandesi, 62.000 italiani, 45.000 ungheresi e 45.000 slovacchi, oltre a mezzi corazzati, artiglierie, aerei, veicoli e altri armamenti da Polonia, Austria, Francia, Cechia. https://matveychev-oleg.livejournal.com/3959907.html?fbclid=IwAR1WWMPOqY3HeqoYQPYIctCz3XZgHhaXkYwiu0jPpA72UEQ5Yoa1DRkdMlA

[3] Il comunista tedesco Richard Sorge (nome in codice “Ramzaj”), forse il più celebre degli agenti segreti del Comintern e dell'URSS e uno dei più “produttivi” nella storia spionistica mondiale. Dopo aver compiuto svariate missioni, dalla fine degli anni '20, in Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Cina, dal 1933 operò presso l'ambasciata tedesca a Tokyo, sotto copertura di giornalista tedesco, membro del partito nazista. La pubblicistica insiste quasi esclusivamente sulle informazioni che Sorge avrebbe trasmesso a Mosca circa l'attacco nazista all'URSS e che non sarebbero state considerate esatte e, dunque, trascurate. Ma, molto più importanti, furono le notizie che Sorge trasmise a più riprese, circa i propositi giapponesi di non attaccare le frontiere orientali dell'URSS: ciò permise ai comandi sovietici di trasferire con relativa sicurezza intere divisioni verso i confini occidentali e fermare così l'attacco tedesco. Sembra anche che i comandi sovietici sospettassero in realtà Sorge di fare il doppio gioco. La ragione principale consisteva nel fatto di come fosse riuscito a entrare nella cerchia dei più stretti collaboratori dell'ambasciatore tedesco a Tokyo, Eugen Ott, tanto che, secondo alcune versioni, aveva svolto un ruolo significativo nella sua carriera, consentendogli di raggiungere una così alta posizione. Secondo i comandi sovietici, tale appoggio fornito all'ambasciatore nazista era alquanto sospetto. Di fatto, però, era stato proprio grazie alla fiducia di Ott, che Sorge aveva ottenuto le principali informazioni sui piani tedeschi riguardo all'Unione Sovietica. Secondo il pubblicista ed ex collaboratore del KGB, Arsen Martirosjan, la figura di Sorge, più che come agente in grado di trasmettere informazioni a Mosca, ebbe più importanza quale “agente di influenza”, capace di allontanare dall'URSS il pericolo di guerra che poteva venire da potenziali aggressori. Scoperto, Sorge fu infine arrestato quale “agente del Comintern” il 18 ottobre 1941, insieme al suo più attivo informatore, Hotsumi Ozaki, consigliere del Primo ministro giapponese. La condanna fu pronunciata a porte chiuse il 29 settembre 1943 e fu eseguita per impiccagione il 7 novembre 1944, nel 27° anniversario della Rivoluzione d'Ottobre; si dice, in scherno alla fedeltà di Sorge all'URSS. Il 5 novembre 1964, Mosca gli conferì il titolo di Eroe dell'Unione Sovietica alla memoria.

[4]  Da Wikipedia. Tiratore di Vorošilov (“Vorošilovskij Strelok”): aveva questo nome anche il distintivo della Osoaviakhim (Società per collaborazione con difesa, aviazione e costruzione chimica, attiva dal 1927 al 1948. Fu sostituita da DOSAAF: Associazione volontaria per la promozione di esercito, aviazione e marina, attiva dal 1951 al 1991) e dell'Armata Rossa, come premio per coloro che eccellevano nel tiro, anche con le armi di piccolo calibro. Nelle risoluzioni del XV Congresso del VKP(b), nel novembre 1927, si diceva che si dovesse tener conto della possibilità di un attacco all'URSS. Dato il forte inasprimento della situazione internazionale e la crescente minaccia militare da parte di Stati economicamente più forti, si cominciò a ridurre il peso della NEP in tutti i settori e si dette avvio all'industrializzazione. Insieme a ciò, fu deciso l'addestramento dei cittadini più capaci nel tiro di precisione. Nel 1932, il Presidium del Consiglio Centrale della Osoaviakhim dell'URSS e della RSFSR approvò il regolamento relativo al titolo di "Tiratore di Vorošilov" e il relativo distintivo.

[5]  “Siamo indietro di 50-100 anni rispetto ai paesi avanzati. Dobbiamo superare questa distanza in 10 anni. O lo faremo, o ci schiacceranno", aveva detto Stalin il 14 febbraio 1931, alla Prima conferenza pansovietica dei direttori dell'industria socialista. Stalin, Socinenija, vol. 9, pag. 39; Moskva, 1951.

[6]  Dopo l'appello “Ai cittadini della Russia” del 25 ottobre (7 novembre) 1917, che cominciava con le famose parole “Il governo provvisorio è rovesciato. Il potere statale è passato nelle mani del Comitato militare rivoluzionario, organo del Soviet di Pietrogrado dei deputati di operai e soldati...”, il primo decreto in assoluto, approvato l'8 novembre dal nuovo potere sovietico, era stato il decreto sulla pace. “Il governo operaio e contadino” si diceva, “creato dalla rivoluzione del 24-25 ottobre e fondato sui Soviet dei deputati di operai, soldati e contadini, propone a tutti popoli in guerra e ai loro governi di iniziare immediatamente trattative per una pace giusta e democratica”, vale a dire “senza annessioni e contributi”. Gli alleati della Russia zarista, Inghilterra e Francia, respinsero la proposta sovietica. Il 20 novembre i bolscevichi si rivolsero dunque alla Germania per intavolare colloqui di pace separati. Il 15 dicembre, a Brest, fu concluso l'armistizio e il 22 iniziarono le trattative di pace. Dopo una serie di discussioni infruttuose, il 18 gennaio la Germania pretese di strappare alla Russia un territorio di oltre 150.000 kmq, con il controllo su vaste aree del Baltico, Lituania, Polonia, Ucraina, Bielorussia. Nonostante la loro pesantezza, Lenin era favorevole ad accettare le condizioni di quella pace, che avrebbe dato respiro alla distrutta economia russa e consentito al giovane potere sovietico di consolidarsi. Ma gli oppositori interni alla conclusione della pace con la Germania, sia nel campo ostile ai bolscevichi (menscevichi, socialisti-rivoluzionari, ecc.) sia all'interno stesso del partito - Trotskij, e i “comunisti di sinistra” del gruppo di Bukharin, convinti che fosse imminente la rivoluzione in Germania, invocavano una “guerra rivoluzionaria” - fecero sì che i negoziati fossero interrotti. Trotskij, Commissario agli esteri e capo-delegazione a Brest, voleva dichiarare conclusa la guerra, smobilitare l'esercito, ma non firmare la pace e il 10 febbraio 1918 arrivò al punto di proclamarlo apertamente, tanto che i tedeschi considerarono cessato l'armistizio e ripresero l'offensiva. Il 19, Lenin, Presidente del Consiglio dei Commissari del popolo, inviò un radiotelegramma a Berlino, con l'accettazione delle condizioni, ma gli eserciti imperiali continuarono l'avanzata. Il 21 febbraio il Governo sovietico approvò il decreto “La patria socialista in pericolo!” e cominciò a formare i primi reparti del nuovo Esercito Rosso, per fermare i tedeschi sulla via verso Pietrogrado. Il 23 febbraio Berlino accettò l'armistizio, ma a condizioni ancora più pesanti: le forze sovietiche dovevano evacuare Liflandia (Livonia), Estlandia, Ucraina, Finlandia, smobilitare l'esercito. Lo stesso giorno, spuntandola sull'opposizione di socialisti-rivoluzionari di sinistra (all'epoca nel Governo) e di destra, menscevichi e “comunisti di sinistra”, Lenin riuscì a far approvare le condizioni della pace, che fu firmata il 3 marzo. Venivano sottratte alla Russia Lituania, Curlandia, Liflandia e parte della Bielorussia; nel Caucaso andavano alla Turchia (membro della “Triplice Alleanza”) Batum, Kars e Ardagan. Finlandia e Ucraina (dominata dalla Rada nazionalista) venivano dichiarate autonome. In totale, la Russia perdeva un territorio di circa un milione di kmq e doveva pagare 6 miliardi di marchi di riparazioni. La rivoluzione di novembre in Germania, che rovesciò Guglielmo II, consentì il 13 novembre alla Russia sovietica di annullare il trattato di Brest. (La guerra civile e l'intervento militare in URSS – “Sovetskaja Entsiklopedija”, Moskva, 1987; pagg.73-74) La pace con la Germania assicurò una brevissima tregua al giovane Esercito Rosso, che aveva ricevuto il “battesimo” del fuoco proprio il 23 febbraio, fermando i tedeschi nella regione di Pskov. Quasi subito, i generali bianchi sollevarono la guerra civile, sostenuti dagli eserciti di 14 stati stranieri entrati in Russia dall'Estremo oriente, dal Caucaso e dal Nord. Il 24 febbraio 1918 la Pravda aveva pubblicato le tesi di Lenin Sulla questione della conclusione di un'immediata pace separata e annessionistica. La 6° tesi diceva: “La situazione della Rivoluzione socialista in Russia deve essere posta a fondamento di ogni determinazione dei compiti internazionali del nostro potere sovietico, giacché, al 4° anno di guerra, si è creata una situazione internazionale tale per cui non si presta ad alcun computo il momento verosimile dello scoppio della rivoluzione e del rovesciamento di uno qualunque dei governi imperialisti d'Europa (compreso quello tedesco). Non c'è dubbio che la rivoluzione socialista in Europa deve avvenire e avverrà. Tutte le nostre speranze sulla definitiva vittoria del socialismo si basano su questa certezza e su questa previsione scientifica. Le nostre attività propagandistiche in generale, e l'organizzazione della fraternizzazione in particolare, devono essere rafforzate e sviluppate. Ma sarebbe un errore costruire le tattica del governo socialista in Russia sui tentativi di determinare se la rivoluzione socialista europea, e in particolare tedesca, avverrà nei prossimi sei mesi (o in un simile breve periodo) oppure no. Dal momento che ciò non può essere determinato in alcun modo, tutti questi tentativi, oggettivamente, si risolverebbero in un gioco d'azzardo alla cieca”. (Lenin, Polnoe sobranie socinenij; Moskva, 1962; pagg.244-245)

[7]  Šiškin intende la supposta “parata congiunta” di reparti della Wehrmacht e dell'Esercito Rosso del 22 settembre 1939, con il “passaggio di consegne”, dalla Germania all'URSS, della fortezza di Brest (che il 22 giugno 1941 darà il primo esempio di quella che sarebbe stata la resistenza all'aggressione nazista: secondo i piani tedeschi, sarebbe caduta in tre-quattro ore e invece resistette oltre un mese) sul confine tra Bielorussia e Polonia. Sembra ormai appurato che le fotocronache di quella “parata congiunta” siano state accuratamente montate dai tecnici del Ministero della propaganda hitleriano, per screditare Mosca agli occhi di Parigi e Londra. Il 14 settembre, la città di Brest, e il 17 settembre la fortezza, erano stati occupati dal 19° corpo motorizzato della Wehrmacht, agli ordini di Heinz Guderian. Il 20 settembre, unità della 29° brigata carri dell'Esercito Rosso si avvicinarono a Brest e iniziarono le trattative per il trasferimento della città e della fortezza. Alle 10 del 22 settembre, la bandiera tedesca veniva ammainata e le unità del 76° reggimento fanteria lasciavano la Fortezza; nel pomeriggio, i tedeschi lasciavano anche la città di Brest. Il generale Guderian avrebbe davvero voluto organizzare una parata, ma poi accettò la procedura proposta dal comandante della 29° brigata carri sovietica Semën Krivošein: “Alle 16, vostri reparti, in marcia con gli stendardi, lasciano la città; le nostre unità, entrano marciando in città, si fermano per le strade dove passano i reggimenti tedeschi e salutano le unità di passaggio con i loro stendardi”. Più che di parata, si trattò evidentemente di una marcia e niente affatto congiunta. I diversi fotogrammi diffusi dai tedeschi sembrano riferirsi a momenti differenti del passaggio di consegne: non dunque una “cerimonia congiunta”, bensì spostamenti di reparti del RKKA sotto gli occhi della Wehrmacht, e viceversa, come pianificato dal Comandante di brigata Krivošein.

Link ad articoli per i quali, in passato, si sono utilizzate le fonti riportate nel presente lavoro

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/01/29/la-memoria-a-intermittenza-sul-27-gennaio-1945-0123516

http://contropiano.org/altro/2019/09/02/seconda-guerra-mondiale-quando-e-iniziata-davvero-0118388

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-Georgij_Zukov__li_Abbiamo_Liberati_E_Loro_Non_Ce_Lo_Perdoneranno_Mai_/82_30057/

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2019/12/27/linfamia-riversata-nella-storia-chi-furono-i-veri-alleati-dei-nazisti-0122342

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/01/13/varsavia-proibisce-per-legge-linterpretazione-russa-della-storia-della-seconda-guerra-mondiale-0122925

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-I_Bisogni_Usa_E_Nato_Nel_Baltico_Delle_Nostalgie_Naziste/82_27607/ *

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2018/09/09/lo-spirito-dei-luoghi-nel-viaggio-papale-nel-baltico-0107391

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-Lettonia_Tra__aggressione_Russa__Virtuale_E_Vera_Sfilata_Di_Nostalgici_Nazisti/82_19346/

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2020/01/27/fu-lesercito-rosso-operaio-contadino-a-liberare-auschwitz-75-anni-fa-0123451

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