La disfida sui droni di Sigonella «Dateci gli atti sull’accordo Italia-Usa»

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drone usa cieloun articolo apparso sul 'corriere della sera', il Governo 'atlantista' dovrebbe dare qualche risposta

di Luigi Ferrarella

da corriere della sera 1° marzo 2021

Quattro anni di battaglia legale sui droni statunitensi nella base militare di Sigonella, per ritrovarsi al punto di partenza cieco sugli accordi giuridici tra Italia e Stati Uniti che regolano presenza e utilizzo in missioni militari nel Mediterraneo di questi velivoli a pilotaggio remoto: se infatti per due volte, nel 2017 e nel 2020, il Tar del Lazio aveva ritenuto improcedibile il ricorso di una giurista contro il diniego all’accesso agli atti oppostole nel 2017 dal ministero della Difesa, ora per la seconda volta il Consiglio di Stato boccia di nuovo i vizi procedurali addotti dal Tribunale amministrativo per dribblare una decisione di merito.


I droni sono centrali nel programma americano di «strike» antiterrorismo in Paesi stranieri e in alcuni casi di «uccisioni mirate», utilizzo assai controverso per le possibili violazioni del diritto internazionale e i rischi di corresponsabilità in più o meno «collaterali» danni ai civili.

È indubbio che Roma abbia consentito lo schieramento di droni americani in Sicilia, secondo rare dichiarazioni politiche a condizione che fossero utilizzati solo per operazioni difensive e che l’Italia mantenesse l’autorità per approvare caso per caso le operazioni statunitensi. Nessuno ha però mai potuto visionare questo quadro giuridico, così come poco si sa del sistema di telecomunicazioni che supporterebbe la gestione delle operazioni dei droni americani nel mondo.

Per questo il 27 marzo 2017 Chantal Meloni, professoressto sa di diritto penale internazionale all’università Statale di Milano e consulente legale del «Ecchr-Centro europeo per i diritti umani e costituzionali» di Berlino, in base alla legge del 2013 domanda al ministero della Difesa, alla Presidenza del Consiglio e al Comando di Sigonella l’accesso civico agli atti.

Il ministero della Difesa respinge l’istanza perché, pur se non indica un formale segreto di Stato, ravvisa che la divulgazione di materiale classificato come segreto possa causare pregiudizio alla sicurezza nazionale e alle relazioni internazionali dell’Italia.

Gli avvocati Felice ed ErneBelisario propongono ricorso al Tar del Lazio, ma il 19 dicembre 2017 il Tar lo aggira individuando il vizio procedurale del non aver la professoressa Meloni notificato il ricorso anche «ad almeno uno dei controinteressati», e cioè agli Stati Uniti, benché gli Stati Uniti non fossero mai stati chiamati dal governo italiano a intervenire nel procedimento amministrativo (e peraltro Washington, invocando la Convenzione dell’Aja del 1965, ha poi rifiutato la notifica di un atto che paventa pregiudizievole della propria sovranità).

Il 4 ottobre 2019 il Consiglio di Stato boccia questa prima ordinanza del Tar del Lazio, davanti al quale tornano quindi i richiedenti. Ma il 27 luglio 2020 il Tar di nuovo non risponde nel merito perché stavolta giudica estinto il ricorso in forza di un bizzarro calcolo dei termini, ora stroncato come «errato» dal Consiglio di Stato che per la seconda volta annulla il Tar del Lazio e aggiunge che il rifiuto americano di ricevere la notifica potrà se mai valere come rifiuto della futura sentenza, ma intanto non potrà paralizzare la celebrazione del giudizio. Per la terza volta davanti al Tar.