A 80 anni dall’assedio di Leningrado

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leningradoOggi, 9 maggio, ricorre il giorno della Vittoria, lo vogliamo ricordare pubblicando l'introduzione che Giambattista Cadoppi ha scritto al libro di Nikolaj Kislizyn e Vasilij Zubakov, l'epopea di Leningrado. L'introduzione sarà anche pubblicata sulla rivista militare russa Новый Часовой (Novyy Chasovoy)

di Giambattista Cadoppi

É abbastanza noto che l’ultimo film di Sergio Leone avrebbe dovuto riguardare l’assedio di Leningrado. Si sarebbe dovuto semplicemente chiamare “L’Assedio” e trattare dell’epica (nei film di Leone c’è molto di epico) resistenza scritta in una delle più straordinarie pagine della storia della Russia. Una pagina di ordinario eroismo. Ordinario perché ciò che fu straordinario non fu l’eroismo ma la vigliaccheria e l’indifferenza in quegli straordinari 900 giorni. Giuseppe Tornatore si era offerto di riprendere il progetto di Leone ma scoprì ben presto che i produttori americani che avrebbero dovuto finanziare il film non erano così ansiosi di spendere i loro soldi «per ricordare al mondo che il nazismo era stato sconfitto dai bolscevichi». 


Come non dare ragione al regista italiano. Lo storico militare David Glantz, ex colonnello americano che combatté anche in Vietnam, scrive che nel cinquantesimo anniversario dell’invasione della Normandia del 1944, una rivista americana presentò una foto di copertina del generale Dwight D. Eisenhower, acclamato come l’uomo che sconfisse Hitler. Se qualcuno avesse meritato questa reputazione, secondo Glantz, non sarebbe stato Eisenhower ma semmai Georgij Žukov, Aleksandr Vasilevsky, o forse Stalin stesso. Più in generale, l’Armata Rossa e i cittadini sovietici di tante nazionalità hanno fatto la parte del leone nella lotta contro la Germania dal 1941 al 1945. Solo la Cina, che ha subito un attacco giapponese quasi continuo dal 1931 in poi, ha eguagliato il livello di sofferenza e sacrificio dei sovietici.

Gli storici occidentali hanno creato l’impressione che l’offensiva britannica di El Alamein e lo sbarco degli alleati nei paesi del Nord Africa nel novembre 1942 segnino una svolta nella lotta contro i “paesi dell’asse”. Nell’enciclopedia della Seconda guerra mondiale, pubblicata negli Stati Uniti nel 1989, gli autori hanno dedicato 168 righe alla battaglia di El Alamein e solo 93 alla battaglia di Stalingrado. Nel dizionario storico-militare di Thomas Harbottle, Dictionary of Battles, si afferma che El Alamein fu una delle battaglie decisive della Seconda guerra mondiale. Una valutazione superiore a quella della Battaglia di Stalingrado. L’evento più importante della guerra mondiale secondo gli storici occidentali è lo sbarco degli Alleati in Normandia nel giugno del 1944. 

Anche il generale Marshall, ex-capo di Stato maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, in un rapporto al presidente Roosevelt, scrisse che la crisi della Germania è iniziata a Stalingrado e a El Alamein. Questa affermazione non è corretta, dal momento che sul fronte sovietico-tedesco i nazifascisti avevano, nell’autunno del 1942, 226 divisioni, mentre nell’Africa settentrionale avevano – al momento della battaglia di El Alamein – solo dodici divisioni, di cui otto italiane.

Il paradigma totalitario così come viene definito dalla storiografia liberal anglosassone è quello creato dai Cold Warrior nel descrivere lo stalinismo e il comunismo. Il paradigma totalitario è l’ideologia dei semplificatori, coloro a cui piace vincere facile rimestando nel mainstream storiografico della guerra fredda. Arch Getty, uno storico americano che ha spesso e volentieri polemizzato con i Cold Warrior, ha definito la ricerca storica del periodo della Guerra Fredda, un mero prodotto della propaganda. Ha poco senso correggerne singole parti, le ricerche vanno semplicemente rifatte completamente daccapo.

Uno dei tratti caratteristici del paradigma totalitario è la “paranoia”. La caratteristica di questo concetto è che facilita il compito in quanto non si va più a scoprire le cause di un dato avvenimento, la sua razionalità. La paranoia copre tutto. Come direbbe Popper (che in quanto pregiudizi anticomunisti non scherza) è un concetto infalsificabile. 

Il paradigma totalitario prescrive che le ragioni per le quali un paese dovrebbe essere debole (perché l’URSS ha ceduto nei primi mesi dell’aggressione nazista? perché è una dittatura!) siano anche le ragioni dei suoi punti di forza (perché poi ha vinto la guerra? perché è una dittatura!). Il paradigma totalitario spiega tutto... ma non preoccupatevi, anche il suo contrario!

Alla fine del 1700 la Royal Society non accettava più memorie scientifiche in cui la causa dei fenomeni naturali fosse trovata in forze soprannaturali. La stessa cosa si dovrebbe fare con la storiografia della Seconda guerra mondiale andando alla ricerca della storia naturale piuttosto che di quella soprannaturale o paradigmatica.

Leningrado è tra le altre cose la città originaria della famiglia del presidente Vladimir Putin: il padre fu sommergibilista e guastatore del NKVD durante l’assedio. Un fratello morì di difterite durante la guerra.

La battaglia di Leningrado tra il 1941 e il 1944 è diventata un simbolo dello sforzo militare dell’URSS. La «finestra verso l’Occidente» costruita da Pietro il Grande divenne uno degli obiettivi di Hitler durante l’Operazione Barbarossa. La maggior parte delle opere dedicate all’assedio di Leningrado trattano delle sofferenze del suo popolo e, perché no, del suo eroismo e dell’omaggio ai 1,6 milioni di civili e soldati sovietici morti durante l’assedio. Stalingrado e Leningrado incarnano appieno la Grande Guerra Patriottica, perché illustrano la resistenza sovietica e, in particolare la seconda, l’identità nazionale russa. La magnifica città a cavallo delle rive del fiume Neva fondata da Pietro il Grande è anche la culla della rivoluzione bolscevica e ha, dunque, un alto valore simbolico. Capitale culturale e spirituale della Russia era la sede della flotta del baltico e di importanti industrie militari come le officine Kirov. In queste officine veniva costruito il carro armato KV con un’armatura frontale di 75 mm contro cui nulla potevano fare gli antitank tedeschi da 35 mm.Kolabanov, comandante dei tankisti a Krsasoguardeysk, contò 156 colpi ricevuti sulla corazza dopo aver distrutto 22 veicoli avversari. Sembra che dopo aver sentito i rapporti sul KV Hitler avesse chiesto di prendere Leningrado al più presto. L’eroica difesa della città e la sua liberazione sono un trampolino di lancio spettacolare per il morale dell’URSS in guerra. 

L’opera dei due storici sovietici Nikolaj Kislizyn e Vasilij Zubakov tratta anche degli aspetti militari. David Glantz, tratta quasi esclusivamente dell’aspetto militare e ha avuto il merito di fare una storia militare globale dell’assedio non dipendente dalla storiografia e dalla memorialistica tedesca. L’accesso agli archivi sovietici ha aiutato a formare una visione più generale delle operazioni militari. I tedeschi hanno sottovalutato l’operazione di apprendimento sul campo delle strategie militari da parte dei comandanti sovietici. Qui occorre anche chiarire che le controffensive sovietiche, spesso considerate un inutile sacrificio di uomini e mezzi, in prospettiva non lo furono affatto, come sottolineato dallo storico russo Alexey Isaev. Lo stesso Glantz si sofferma sulle offensive dell’Armata Rossa che hanno eroso, piano piano, l’impeto bellico delle truppe tedesche, causando perdite tali da indurre Hitler a cambiare la sua strategia e creando, alla fine, le condizioni per la sconfitta della Wehrmacht alle porte di Mosca. Le offensive tedesche hanno costituito un importante battesimo del fuoco pagato a caro prezzo per quegli ufficiali e quei soldati sovietici che vi erano sopravvissuti e che avrebbero poi usato ciò che avevano imparato così in fretta per infliggere terribili perdite ai loro aguzzini.

La tenacia e il sacrificio dell’Armata Rossa frustrò la spinta tedesca nell’assalto di Leningrado. I combattimenti di fronte alla città influenzarono la strategia generale dell’Armata Rossa. La battaglia di Leningrado, caratterizzato da uno spirito decisamente offensivo, sebbene costoso, nonostante una posizione inizialmente difensiva, contribuì a suo modo al rinnovamento dell’Armata Rossa e della sua dottrina. Le violente controffensive di Nikolaj Vatutin nel luglio-agosto-settembre 1941 ai fianchi del Gruppo Armate Nord a Sol’tsy e Staraja Russa e quelle di Žukov a Krasnoe Selò e Mga nell’agosto-settembre 1941 permisero di rallentare l’avanzata tedesca. Il tempo guadagnato fu sufficiente per erigere nuove difese sugli accessi alla città e organizzare la difesa di Leningrado, impedendo alla città di capitolare. La tenace resistenza del novembre 1941 all’offensiva su Tikhvin e Volkhov pone un primo stop alle ambizioni di Hitler. Per la prima volta, una città non cade di fronte alla Blitzkrieg. I sovietici stavano implementando un complesso sistema difensivo per proteggere una grande città, con diverse linee di difesa sfalsate. L’esperienza fatta sarà utile a Stalingrado e, anche nel 1945, quando l’Armata Rossa dovrà affrontare le città fortificate dai tedeschi.

La resistenza davanti a Leningrado obbligherà Hitler a rafforzare il Gruppo Armate Nord a scapito del Gruppo Armate Centro il cui obiettivo è Mosca. Quando poi Hitler trasferisce importanti forze per l’Operazione Typhoon, Ritter von Leeb è costretto a fermare l’offensiva per limitarsi all’assedio della città. L’offensiva dell’inverno 1941-1942 dal lato sovietico, mostra la determinazione dell’Armata Rossa a vanificare l’assedio. Nell’estate del 1942, la Stavka adottò un obiettivo meno ambizioso cercando di stabilire un corridoio per il rifornimento di Leningrado. Anche se questa strategia fallisce, costringe ancora una volta Hitler a spedire a nord l’Armata di Manstein in agosto-settembre, mentre il dramma di Stalingrado si svolge nel sud.

Il Furher si sforzò di raggiungere diversi obiettivi contemporaneamente e di conseguenza dissipò la potenza impressionante della Wehrmacht disperdendola su un immenso fronte. Su questo puntavano proprio sia Stalin che Žukov. Il leader nazista temendo pesanti perdite come nella Kiev, piena di trappole, o come a avvenne poi a Stalingrado rinunciò a lanciare un assalto diretto alla città.

L’Armata Rossa cercò di allentare il blocco con una nuova offensiva nel gennaio 1943, con attacchi interni ed esterni, col risultato di ripristinare finalmente le comunicazioni via terra con la città. Questa operazione testimonia anche i progressi sovietici nella pianificazione: l’attraversamento della Neva richiede uno stretto coordinamento tra genio, artiglieria e fanteria. L’ambiziosa operazione Stella Polare nel febbraio 1943 di Žukov però fallisce perché l’Armata Rossa non è ancora pronta a compiere un assalto su larga scala per circondare le forze tedesche che assediano la città. A causa di importanti operazioni nel sud, l’Armata Rossa tornò a offensive limitate davanti a Leningrado nell’estate e nell’autunno del 1943. Anche se non riescono a circondare grandi forze tedesche questi attacchi indeboliscono il Gruppo Armate Nord rendendolo incapace di resistere a una grande offensiva sovietica. Ecco perché quando la Stavka lancia l’attacco, già nel gennaio-febbraio 1944, l’assedio di Leningrado viene completamente dissolto, il Gruppo Armate Nord è fortemente indebolito e l’Armata Rossa può continuare verso i paesi baltici. I tedeschi furono spinti oltre la linea Panther verso le linee Wendish e Segewold ancor prima dell’operazione Bagration, la grande offensiva estiva nel balcone bielorusso. In estate, l’Armata Rossa completa la liberazione della città portando la Finlandia fuori dal conflitto e ritrovandosela addirittura come alleata. L’operazione finale del gennaio 1944 mostrò una migliore padronanza dell’arte operativa, con una profonda capacità di annullare le riserve tattiche e operative dell’avversario. Ancora nel 1942-1943 i comandanti sovietici avevano mostrato carenze nelle aree dell’intelligence, coordinamento di armi combinate e supporto logistico. 

L’assedio fermò il 15-20% delle forze dell’Asse, mentre i sovietici ebbero il 12-15% delle loro perdite totali, ma distrussero 50 divisioni tedesche e finlandesi. Il fronte nord-nordovest è sempre stato considerato secondario da entrambe le parti, ma Leningrado, per la sua resistenza, simboleggiava la resilienza del popolo russo e del potere sovietico.

Va detto che il terreno e il clima sul fronte nord sono particolarmente difficili. Foreste, paludi, fiumi e laghi, temperature molto fredde in inverno, favoriscono la difesa e ostacolano l’aggressore, soprattutto quando non utilizza la combinazione tra fanteria e artiglieria corazzata. Questo va detto anche perché la storiografia occidentale ha sottovalutato le difficoltà incontrate dai sovietici nella “Guerra d’inverno” contro la Finlandia che furono poi le stesse che impedirono ai finlandesi di avanzare quando dichiararono guerra all’URSS. L’esercito finnico, quando attaccò la zona fortificata della Carelia sovietica, subì gravi perdite non riuscendo a sfondare da nord in direzione di Leningrado. La regione fortificata della Carelia bloccò i finlandesi per tutta la durata della guerra. Hitler, in una lettera a Benito Mussolini dell’8 marzo 1940, scrisse: «... Le critiche di cui sono stati oggetto i soldati russi in conseguenza delle operazioni fino a oggi, non sono confermate dalla realtà dei fatti. Considerando le possibilità di approvvigionamento, nessuna potenza al mondo sarebbe stata capace, se non dopo un’accurata preparazione, di ottenere risultati diversi, a 30/40 gradi sottozero e su un simile terreno, da quelli ottenuti dai russi all’inizio». 

Il terreno in prossimità di Leningrado non si presta a grandi manovre corazzate: è la fanteria che ha il ruolo principale, sostenuta dall’artiglieria. I sovietici lo sapevano bene sfruttando questo fattore nel settembre 1941 per interrompere l’assalto tedesco a Leningrado. I carri armati furono utilizzati solo al livello massimo di brigata, come supporto della fanteria. I sovietici utilizzavano anche corazzati anfibi, quando attraversavano la Neva nel gennaio 1943. Poco noto è che i tedeschi utilizzarono i MAS italiani studiati per invadere l’Inghilterra sul lago Ladoga, ma risultarono sostanzialmente inutilizzabili venendo spesso colpiti dal fuoco aereo e le manovre navali vennero presto abbandonate. 

Anche i genieri giocano un ruolo cruciale in questo teatro. La difesa di Leningrado è anche il primo esperimento di subordinazione delle forze navali e aeree al comando di fronte. I gruppi aerei formati in quel frangente fungono quindi da modello per le armate aeree del 1942. La logistica, naturalmente, gioca un ruolo chiave. Con la costruzione della strada sul lago Ladoga, Leningrado e di conseguenza la sacca di Orianenbaum vengono riforniti. Politicamente, il partito fu molto importante nel prendere la direzione della città, soprattutto nel 1941, per sfruttare appieno tutte le energie e prevenire il collasso. Ovviamente, sono stati i cittadini di Leningrado a pagare il prezzo più pesante dell’assedio. Al processo di Norimberga, il numero di vittime civili è stato fissato a 642.000. Oggi c’è l’accordo su una cifra che va tra gli 800mila e un milione di morti. Di fronte a Leningrado, l’Armata Rossa ha perso in tre anni più di un milione di uomini tra morti, dispersi e prigionieri, più di 2,4 milioni tra feriti o malati e nell’insieme 3,4 milioni di perdite complessive. Questo rappresenta il 12% delle perdite totali dell’Unione Sovietica. Almeno 1,6 milioni di sovietici tra militari e civili sono morti durante l’assedio, sei volte, ad esempio, le perdite totali subite dagli Stati Uniti durante l’intero conflitto. I combattimenti sul fronte di Leningrado rappresentarono infine un microcosmo della stessa guerra nell’est: semplicemente, il punto di svolta del periodo dal novembre 1942 al luglio 1943 non avvenne sul fronte nord, poiché entrambe le parti capivano che le battaglie decisive si svolgevano altrove. Mentre la battaglia di Leningrado non ha avuto un ruolo decisivo nel conflitto, è stata significativa per la sua resistenza simbolica e la sofferenza dei suoi difensori e dei suoi cittadini.

Il libro copre molto bene l’intero assedio di 882 giorni, comprese le battaglie avvenute durante questo periodo: l’avanzata tedesca iniziale verso la città, le terrificanti battaglie intorno alla città, la tragica distruzione della seconda armata d’urto del Generale Vlasov (poi diventato collaborazionista), l’allentamento dell’assedio nel gennaio 1943, i sanguinosi tentativi di sloggiare i tedeschi e l’ultima trionfale offensiva strategica nel gennaio-febbraio 1944. 

Gli autori non sono particolarmente teneri con il libro del giornalista americano Harrison E. Salisbury «I 900 giorni: L’assedio di Leningrado» che ha un taglio troppo “occidentalista”, libro su cui originariamente doveva basarsi il film di Leone.