A 30 anni dagli accordi di luglio: la fine della scala mobile e il calo dei salari. Editoriale

di Marco Pondrelli

Recentemente il Governatore della Banca d’Italia Visco ha messo in guardia dal rischio inflazione, se in conseguenza dell’aumento dei prezzi iniziassero ad aumentare anche i salari si correrebbe il rischio di cadere nella spirale inflazionistica, perché l’aumento delle retribuzioni produrrebbe un ulteriore impennata del costo della vita. È un’affermazione non condivisibile e profondamente sbagliata. Innanzitutto va ricordato che l’aumento dei prezzi è prodotto dall’aumento del costo dell’energia, questo succede per la combinazione di due motivi: la speculazione e le folli scelte italiane ed europee rispetto alla crisi in Ucraina.

Questa considerazione però non esaurisce le critiche alle affermazioni del Governatore. Il sostegno al potere d’acquisto dei salari non provoca inflazione ma è la risposta che viene data per tutelare il lavoro dipendente. Recentemente è stata pubblicata dall’Ocse una statistica sull’andamento salariale dal 1990 al 2022 in Europa, il nostro è l’unico Paese dove salari sono diminuiti (-2.90%). Se pensiamo che il diesel per auto nel 1990 costava 981,56 lire (circa 50 centesimi) e che oggi ha superato i due euro possiamo calcolare un aumento di più del 400% a fronte dell’andamento salariale descritto. Un Paese che continua a comprimere i salari sarà un Paese sempre più povero e sempre più indebitato.

A 30 anni di distanza dagli accordi di luglio possiamo dunque tirare un bilancio su quell’accordo. Quando i sindacati scelsero la strada concertativa abbandonarono la difesa del mondo del lavoro, questi risultati sono la sconfitta della linea dell’allora segretario Generale della CGIL Trentin, salario in cambio di diritti. Se la prima parte dell’operazione (la contrazione salariale) è riuscita la seconda (maggiori diritti) si è tradotta nell’opposto.

Dobbiamo quindi riconoscere che questa è una sconfitta della quale i sindacati ed anche la sinistra portano la responsabilità. La CGIL non è stata la vittima di questa politica ma anzi ha, attraverso la concertazione, ad essa contribuito. Non fu però una rottura rispetto al passato ma la coerente prosecuzione con le affermazioni di Lama sui salari che non potevano essere una variabile indipendente.

Prima della nascita del PDS già il PCI non era rimasto sordo a certi argomenti, quando nel 1976 il Centro Studi di politica economica (CESPE) del PCI organizzò un importante convegno nazionale fra gli invitati c’era anche l’economista Franco Modigliani, questi sostenne la necessità di cancellare la scala mobile istituita l’anno precedente, perché a suo avviso questa scelta peggiorava la bilancia commerciale italiana. Queste tesi sono cresciute fino a diventare egemoni fra chi (non senza senso dell’ironia) si definisce erede di quella storia. L’Unione europea e l’euro hanno affossato il mercato interno pensando che sarebbero state le esportazioni a sostenere l’economia, invece il risultatoè stato quello di dare il via ad una concorrenza al ribasso fra i lavoratori.

Negli anni passati ci hanno spiegato (spesso gli stessi che oggi dissertano di geopolitica e ieri parlavano di Covid) che i sacrifici erano necessari per risanare i nostri bilanci, eppure le conseguenze della deflazione salariale è il debito pubblico più alto della storia italiana. Dal ’92 ad oggi i colpi al mondo del lavoro sono proseguiti, l’anno successivo il Governo Ciampi in accordo con le parti sociali bloccò gli aumenti contrattuali nazionali decretando che gli aumenti sarebbero potuti avvenire solo a livello aziendale, ci fu poi il famigerato pacchetto Treu (primo governo di centro-sinistra sostenuto anche dal PRC) che introdusse la flessibilità, è inutile riassumere le ulteriori tappe, dalla legge 30 al Jobs Act, il punto è che il risultato è stato l’impoverimento del lavoro. In questi 30 anni circa il 10% del Pil si è spostato da salari e stipendi a profitti e rendita, è un dato che va ricordato quando sentiamo dire che non ci sono soldi o che abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità. Questo impoverimento è avvenuto anche distraendo risorse dai servizi pubblici (scuola, sanità, previdenza e welfare in generale) per destinarle al finanziamento degli stessi settori gestiti dal privato, queste erano risorse provenienti dalla fiscalità generale sostenuta in gran parte proprio dal lavoro. Insomma un’altra forma di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti, di redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto.

La diseguaglianza non è solo ingiusta da un punto di vista etico e politico è anche inefficiente da un punto di vista economico produttivo, Elkann guadagna oltre 35 milioni all’anno ma se continua a tagliare gli stipendi chi comprerà le panda?

A fronte di quelli che Andrea Catone ha definito i ‘Trenta ingloriosi’ [MarxVentuno n° 1 2021] la sinistra ed i comunisti sono assenti. Se una parte, che difficilmente possiamo considerare sinistra, si è schierata alla guida di questo percorso, un’altra parte non ha capito l’importanza di questa battaglia sostituendo la rivendicazione (giusta) per i diritti civili a quella per i diritti sociali. Dobbiamo ripartire da qui, dobbiamo ricostruire una battaglia di classe e per farlo oserve dare una prospettiva strategica alle lotte. Prendiamo ad esempio il settore della logistica, qui si registra accanto ad una forte repressione una grande conflittualità ma il rischio è che queste battaglie siano staccate non tanto fra loro ma rispetto ad un disegno complessivo di una società più progressista e democratica. Unire le tante lotte, compresa anche quella per la pace, è il primo passo per ricostruire una sinistra di classe e anti-capitalista. Se non partiamo da qua ci troveremo fra un anno nuovamente a leccarci le ferite dopo la nuova e scontata debacle elettorale.

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