Un libro illuminante sull’espansione dell’imperialismo statunitense

di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli

Il principale elemento di originalità del nuovo libro di Alessandro Pascale, intitolato Ascesa e declino dell’imperialismo statunitense, che contiene una serie impressionante di dati e materiali di regola poco conosciuti ma importanti, consiste nell’aver individuato la specifica peculiarità dell’imperialismo nordamericano: seguendo le orme predatorie del suo feroce predecessore inglese, il primo ha infatti progettato e messo in pratica dal 1783-1803 una sorta di Big-Bang violentemente espansivo di portata gigantesca sul piano geopolitico, prima su scala continentale e dopo il 1890 con una valenza planetaria che minacciava in passato, e grava tuttora come un incubo sul nostro pianeta.

Dopo l’acquisto a stelle e strisce relativamente pacifica della Louisiana (1803) dalla Francia napoleonica e quello invece semibellico della Florida dalla Spagna, dal 1810 al 1818, il nascente gigante statunitense elaborò ed espose nel 1823 la famigerata dottrina Monroe, il cui vero significato è traducibile con “l’America a Washington e agli USA”, iniziando ad espandersi per sette decenni su due linee di marcia principali: l’espropriazione violenta dei molti milioni di chilometri quadrati abitati ormai da millenni dai nativi americani, dai monti Appalachi fino alle coste della California, oltre all’aggressione spietata contro il Messico liberale e antischiavista della prima metà dell’Ottocento.

A tal proposito Pascale ha parlato giustamente di un “sistematico espansionismo territoriale” che almeno a giudizio di Alexander Hamilton, primo segretario al Tesoro della nuova nazione americana, avrebbe “allargato i confini dell’impero della libertà”.[1]

E per “allargare i confini dell’impero della libertà” americano (basato sul lavoro forzato degli schiavi afroamericani, ovviamente) tenne occupato anche il Texas messicano nel 1836 e, nella guerra successiva del 1846-48, furono invasi altri milioni di chilometri quadrati che erano appartenuti in precedenza sempre al popolo messicano, ivi compresa la zona della California.[2]

L’autore del libro ha ragione a ricordare come uno dei precursori della corrente dei sostenitori dell’“imperialismo democratico”, ancora così potente nel mondo occidentale all’inizio del terzo millennio, ossia il poeta Walt Whitman, non abbia esitato a dichiarare allora che “il Messico” (in seguito la regoletta assolutoria varrà per Iraq, Libia, Afghanistan, ecc.) “deve essere punito fino in fondo”: e questo da un paese come gli USA in cui ancora nel 1846, era legale la schiavitù…

Seguendo l’eccellente saggio di Pascale si possono conoscere e comprendere fino in fondo le varie tappe e i nuovi salti di qualità verificatisi all’interno dell’imperialismo statunitense dal 1803 fino al 1945, data nella quale finisce la prima parte del libro: e proprio tra il 1939 e il 1945 inizia a emergere il mostro che giustamente Pascale ha denominato come “il nuovo impero” e “l’indiscussa potenza planetaria”.[3]

Si apriva infatti in quegli anni un pericolosissimo periodo della storia universale, nel quale una delle tendenze principali risiede tuttora nella spinta continua degli Stati Uniti al “regno supremo” sull’intero pianeta, come ha notato di recente Noam Chomsky.

Lo studioso statunitense ha infatti notato a tal proposito che «uno degli esempi più significativi e rivelatori è il quadro retorico del grande documento di pianificazione interna dei primi anni della Guerra Fredda, NSC-68 del 1950, poco dopo “la perdita della Cina”, che scatenò una frenesia negli Stati Uniti. Il documento ha posto le basi per un’enorme espansione del bilancio militare. Vale la pena ricordare oggi che le tensioni di questa follia stanno risuonando, non per la prima volta; è perenne.

Le raccomandazioni politiche di NSC-68 sono state ampiamente discusse negli studiosi, pur evitando la retorica isterica. Si legge come una favola: il male finale di fronte alla purezza assoluta e al nobile idealismo. Da una parte c’è lo “stato schiavo” con il suo “progetto fondamentale” e la sua intrinseca “coazione” a ottenere “l’autorità assoluta sul resto del mondo”, distruggendo tutti i governi e la “struttura della società” ovunque. Il suo ultimo male contrasta con la nostra assoluta perfezione. Lo “scopo fondamentale” degli Stati Uniti è assicurare ovunque “la dignità e il valore dell’individuo”. I suoi leader sono animati da “impulsi generosi e costruttivi e dall’assenza di cupidigia nelle nostre relazioni internazionali”, che è particolarmente evidente nei tradizionali domini di influenza degli Stati Uniti, l’emisfero occidentale.

Chiunque avesse familiarità con la storia e l’attuale equilibrio del potere globale in quel momento avrebbe reagito a questa performance con totale sconcerto. I suoi autori del Dipartimento di Stato non avrebbero potuto credere a quello che stavano scrivendo. Alcuni in seguito hanno dato un’indicazione di cosa stavano facendo. Il Segretario di Stato Dean Acheson ha spiegato nelle sue memorie che per irrompere nell’enorme espansione militare pianificata, era necessario “colpire la mente di massa dell’alto governo” in modi che fossero “più chiari della verità”. Anche l’influente senatore Arthur Vandenberg lo capì quando consigliò [nel 1947] che il governo doveva “spaventare a morte il popolo americano” per risvegliarlo dalla sua arretratezza pacifista.

I precedenti sono tanti, e in questo momento i tamburi battono con avvertimenti sul compiacimento americano e l’ingenuità sulle intenzioni del “cane pazzo” Putin di distruggere ovunque la democrazia e sottomettere il mondo alla sua volontà, ora alleato con l’altro “Grande Satana”, Xi Jinping.

Il vertice Putin-Xi del 4 febbraio, in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici, è stato riconosciuto come un evento importante per gli affari mondiali. La sua recensione in un importante articolo sul New York Times è intitolato “ A New Axis”, l’allusione non celata. La recensione riportava le intenzioni della reincarnazione delle potenze dell’Asse: “Il messaggio che Cina e Russia hanno inviato ad altri Paesi è chiaro”, scrive David Leonhardt. “Non faranno pressioni su altri governi affinché rispettino i diritti umani o tengano elezioni”. E con sgomento di Washington, l’Asse sta attirando due paesi dal “campo americano”, l’Egitto e l’Arabia Saudita, esempi stellari di come gli Stati Uniti rispettano i diritti umani e le elezioni nel loro campo, fornendo un massiccio flusso di armi a queste brutali dittature e partecipare direttamente ai loro crimini. Il Nuovo Asse sostiene inoltre che “un Paese potente dovrebbe poter imporre la sua volontà all’interno della sua dichiarata sfera di influenza. Il paese dovrebbe anche essere in grado di rovesciare un governo vicino più debole senza che il mondo interferisca”, un’idea che gli Stati Uniti Venticinque secoli fa, l’Oracolo di Delfi emise una massima: “Conosci te stesso”. Vale la pena ricordare, forse.

Come nel caso di NSC-68, c’è metodo nella follia. Cina e Russia rappresentano una vera minaccia. L’egemone globale non li prende alla leggera. Ci sono alcune caratteristiche comuni sorprendenti nel modo in cui l’opinione pubblica e la politica degli Stati Uniti stanno reagendo alle minacce. Meritano qualche riflessione.

Il Consiglio Atlantico descrive la formazione del Nuovo Asse come un “cambiamento tettonico nelle relazioni globali” con piani davvero da far “girar la testa”: “Le parti hanno concordato di collegare più strettamente le loro economie attraverso la cooperazione tra la Belt and Road Initiative cinese e l’Eurasian di Putin Unione Economica. Lavoreranno insieme per sviluppare l’Artico. Approfondiranno il coordinamento nelle istituzioni multilaterali e combatteranno il cambiamento climatico”».[4]

Aspettiamo quindi con una certa dose di impazienza di leggere la seconda parte del finora accurato e stimolante saggio di Alessandro Pascale, quando si arriverà al processo di analisi dell’imperialismo statunitense durante gli ultimi decenni e fino ai nostri giorni.


[1] A. Pascale, “Ascesa e declino dell’imperialismo americano”, p. 127, ed. Città del Sole e L’Antidiplomatico

[2] op. cit., pp. 130-131

[3] op. cit., p. 559

[4] “Chomsky: la spinta degli Stati Uniti al “regno supremo” alimenta il conflitto in Ucraina”, 22 febbraio 2022, in lantidiplomatico.it