Maledetti pacifisti. Come difendersi dal marketing della guerra. Nico Piro

di Marco Pondrelli

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Il libro di Nico Piro merita di essere letto per molte ragione, innanzitutto perché l’Autore non può essere accusato di filo-putinismo, anzi gli si potrebbe fare la critica inversa. Essendo quindi un libro critico sulla figura del Presidente russo le parole che spende per la pace e contro l’invio di armi hanno ancora più significato. L’Autore è inviato di guerra e in passato abbiamo recensito e apprezzato il suo lavoro sull’Afghanistan, Nico Piro è un giornalista che conosce la guerra e che ne da una descrizione incisiva quando scrive: ‘il mio pezzettino, la mia gocciolina, è provare a raccontare la guerra per quello che è: merda, sangue, morte e dolore’ [pag. 10].

Un altro motivo per cui questo libro va letto è perché esso è un ricordo di Gino Strada, non un ricordo retorico e vuoto ma un ricordo fatto attraverso la critica della guerra ma sopratutto all’informazione di guerra, questa è la prova che l’insegnamento del fondatore di Emergency ‘fa paura anche dopo la sua morte’ [pag. 25].

Il significato di questo libro viene spiegato in apertura: ‘di fronte alla violenza verbale degli opinionisti con l’elmetto, al sorgere di un Pensiero Unico Bellicista, ho pensato che la mia gocciolina poteva essere quella di smontare la narrazione della guerra che ci stanno spacciando come male necessario dall’alto valore morale’. Dal 24 febbraio si è scatenata in Italia una caccia al putiniano e al pacifista, sono stati discriminati atleti e artisti perché russi e sulle televisioni abbiamo assistito al linciaggio di chi ha osato dissentire da quello che Nico Piro chiama appunto PUB, il Pensiero Unico Bellicista.

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Se è vero che la repressione si è spinta molto oltre rispetto al passato, pensiamo ai tempi dell’invasione dell’Iraq quando il dissenso era forte e trovava maggiore spazio sugli organi d’informazione, va detto che da decenni la guerra è entrata nella nostra quotidianità. La disumanizzazione della guerra ne rende possibile la continuazione, ‘il “resto del mondo” si è trasformato in uno spettatore distratto, interessato per un breve periodo di tempo finché non cede al “si ammazzassero tra di loro”’ [pag. 15]. In Italia ricordavamo che il nostro esercito combatteva in Afghanistan e Iraq solo quando morivano i nostri militari, non certo quando morivano i civili di Stati che non avevano mai attaccato o minacciato il nostro Paese.

La contraddizione che l’Autore coglie è che nello stesso momento in cui si combatte dicendo di volere difendere la democrazia, nello stesso momento in cui si deplora la scarsa libertà d’informazione in Russia, nel democratico occidente si limitano i diritti.

Chi come mestiere fa quello di inviato di guerra conosce alla perfezione quali sono i meccanismi usati per condizionare l’opinione pubblica. Prendere le proprie fonti da una delle parti in causa non è sbagliato ma come spiega l’Autore ‘il confine tra leak (diffusione non voluta, o comunque non propiziata, di una certa informazione riservata), la confidenza di una fonte personale e una vera e propria campagna di PsyOp (l’arma della propaganda nel lessico militare)’ [pag. 27] è spesso indistinguibile. Proprio per questo nei mesi successivi al 24 febbraio siamo stati subissati di falsità: ‘proviamo a metterne alcune in fila: Putin vuole la guerra lampo (il Cremlino non l’ha mai detto); la guerra lampo è fallita; la Russia ha fondi solo per una settimana di guerra; colpito dalle sanzioni, il popolo russo si ribellerà contro Putin; colpiti dalle sanzioni, gli oligarchi si ribelleranno contro il Presidente, destituendolo; i silenzi del ministro degli Esteri Lavrov sono significativi: si prepara il golpe?; il ministro alla Difesa Shoigu è scomparso, sarà stato fatto fuori?; hanno sbagliato tutta la logistica, c’è un convoglio lungo sessanta chilometri di mezzi blindati fermi senza carburante alle porte di Kiev; la Russia ha risorse solo per altri quindici giorni di guerra; Mosca annuncia che si ritira da Kiev; due giorni dopo: è una bugia, non c’è nessun movimento di truppe; quattro giorni dopo: non è una ritirata, è una rotta, l’ammissione di un fallimento; le truppe russe non riescono a organizzarsi per attaccare il Donbass, hanno perso troppi mezzi e troppi uomini’ [pag. 28].

L’immagine della crudeltà delle truppe russe e della loro impreparazione è cresciuta assieme al marketing degli ucraini resistenti (i nuovi partigiani) e fieri, facendo passare i neonazisti come semplici lettori di Kant. Questa narrazione è funzionale al prolungamento della guerra anche perché nessuno spiega quali sono gli obiettivi dell’Occidente, ovverosia cosa intendiamo per vittoria? È stato lo stesso errore commesso in Afghanistan, quando non si ha un obiettivo chiaro è difficile raggiungerlo…

Ecco perché diviene funzionale la demonizzazione della figura di Putin, che non è solo un dittatore crudele ma è anche pazzo. La follia è quello che serve per continuare la guerra perché ci si priva di un interlocutore politico, l’obiettivo di Putin (non della Russia) è conquistare tutta l’Europa, e forse il mondo, quindi non è possibile alcune trattativa di pace.

Di fronte a tutto ciò la parola ‘guerra’ da molti anni è tornata ad essere una costante del linguaggio politico, tanto è vero che ‘il 16 marzo l’impegno a portare le spese militari al 2 per cento del PIL passa nel Parlamento italiano con soli 19 voti contrari su 421 presenti, un provvedimento lampo praticamente senza opposizione politica né dibattito pubblico’. È confortante, come nota l’Autore, che la maggioranza degli italiani non aderisca a questa campagna bellicista e se per gli strateghi da salotto questo è causa della manipolazione russa dei mezzi d’informazione, per chi pensa ancora con la sua testa è la conferma che il popolo spesso e volentieri a idee più avanzate di chi lo rappresenta.

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