Malascienza. Il percorso tortuoso dell’economia. Ascanio Bernardeschi

di Marco Pondrelli

Il libro di Ascanio Bernardeschi sarebbe da consigliare in qualsiasi scuola di Partito, se ve ne fossero ancora. È un libro chiaro che consente di capire lo sviluppo dell’economia politica, che non è, come scrive l’Autore nell’introduzione, una scienza neutra [pag. 5]. L’Autore chiarisce che l’impostazione del libro è ‘dichiaratamente marxista’ [pag. 7]. Una iniziale citazione di Antonio Gramsci spiega molto bene cosa sta alla base di questo lavoro: ‘se è vero che la storia universale è una catena degli sforzi che l’uomo ha fatto per liberarsi e dai privilegi e dai pregiudizi e dalle idolatrie, non si capisce perché il proletariato, che un altro anello vuol aggiungere a quella catena, non debba sapere come e perché e da chi sia stato preceduto, e quale giovamento possa trarre da questo sapere’ [pag. 8].

L’analisi che Bernardeschi compie parte dagli albori dell’economia politica: i fisiocratici, Adam Smith e David Ricardo. Sono tutti pensatori, che pur nella loro differenza, sono figli della loro epoca e di un’ideologia fiduciosa, come Adam Smith, delle capacità autoregolative del mercato. La parte centrale del libro è dedicata al pensiero di Karl Marx, al suo debito rispetto a Hegel e alla sua analisi economica, che ribalta la visione borghese e mette al centro della sua analisi il lavoro e di conseguenza l’estrazione del plusvalore. L’analisi di Bernardeschi è completa è tocca altri temi della teoria marxiana, come il ruolo del denaro, la legge del valore e la caduta tendenziale del saggio di profitto.

Oltre al successivo dibattito sviluppatosi in ambito marxista con i contributi di Kalecki e Sraffa, l’Autore analizza, ed è un capitolo molto importante, la risposta borghese alle tesi di Marx, ovverosia il marginalismo, la critica che viene rivolta al marginalismo è quella di vedere l’equilibrio come fine dell’economia, il presupposto è l’esistenza dell’Homo oeconomicus ‘in grado di prendere decisioni con la massima razionalità’ [pag. 120]. In questa teoria la disoccupazione è disoccupazione volontaria, figlia di chi non vuole lavorare al ‘salario di equilibrio’, sono argomenti che ascoltiamo quotidianamente quando ci viene detto che i disoccupati non hanno voglia di lavorare, la conseguenza è che anche se i salari sono da fame vanno accettati, in nome del bene supremo dell’equilibrio del mercato.

La teoria e il pensiero di Keynes si sviluppa dal marginalismo è, sostiene l’Autore, da esso non si distacca completamente. Bernardeschi fa chiarezza sulle idee di Keynes e su una teoria che nasce in chiave anticomunista. Secondo l’economista inglese la disoccupazione è prodotta dall’insufficienza della domanda aggregata [pag. 153], questo giustifica l’intervento dello Stato. Va però specificato, come fa l’Autore, che la piena occupazione è figlia delle lotte dei lavoratori [pag. 160], quando essa viene meno vengono abbandonate anche le idee keynesiane.

È proprio in quest’ottica che va collocata la ‘scuola di Chicago’, una teoria monetarista che individua nell’inflazione il principale nemico da combattere. Questa reazione alle teorie keynesiane ma anche marxiste ebbe in Reagan nella Thatcher e in Pinochet i principali rappresentati politici. Questa ideologia è però riuscita anche a condizionare la sinistra, basti guardare al partito democratico (italiano o statunitense) che ha fatto propri i fondamenti di questa economia monetarista.

Dopo un’excursus che qualche distratto lettore potrebbe considerare staccato dalla realtà, l’Autore si dedica ad un’interessante comparazione fra la situazione cinese e quella statunitense. Molti economisti prevedono, come hanno previsto in passato, un collasso dell’economia cinese, Bernardeschi dimostra invece come ci sia una differenza strutturale fra Cina e USA che rende la prima economia più solida. È vero che il comparto immobiliare cinese ha e ha avuto dei problemi ma la differenza è che esso, a differenza degli Stati uniti, non pervade in resto dell’economia. Scrive l’Autore ‘la diversità con la situazione del 2008 negli Stati Uniti è enorme. I mutui cartolarizzati negli Usa ammontavano a circa 2 trilioni di dollari, il loro valore aveva raggiunto il 90%, della copertura ipotecaria. Quando il valore di questi debiti si dimezzò, il divario con le garanzie divenne incolmabile […] In Cina invece i debiti ipotecari ammontano a meno del 40% del valore delle proprietà immobiliari finanziate. Se anche vi fosse una corsa a disfarsi dei titoli bancari cinesi per il timore che le banche possano essere chiamate a intervenire, si determinerebbero una riduzione dei profitti e delle quotazioni bancarie, ma non problemi sistemici, perché il volume delle partite a rischio è molto più piccolo del complesso delle attività’ [pag. 224]. Sono considerazioni che dimostrano quando siano fallaci le tesi sulla Cina come Paese del turbocapitalismo che a breve sarà vittima delle proprie contraddizioni.

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