Sorpresa! I comunisti cinesi sono marxisti. Recensione a: Rémi Herrera e Zhiming Long, La Cina è capitalista?, Bari, Edizioni MarxVentuno, 2019

cina capitalistadi Francesco Galofaro, Università di Torino

Le edizioni MarxVentuno hanno appena pubblicato un utile volume dal titolo La Cina è capitalista? L’opera è frutto di una felice collaborazione tra un ricercatore del centro di economia della Sorbona e un economista, professore dell’Università Tshinghua di Pechino. Gli autori intendono dimostrare come la convinzione diffusa che la Cina sia una nazione capitalista sia un luogo comune; al contrario, la Cina deve il proprio attuale successo internazionale proprio al fatto di essere un’economia socialista. Insomma: il socialismo funziona: la dimostrazione avviene sotto un profilo essenzialmente storico-economico, con una vera e propria caterva di dati, grafici, indicatori, senza che questo pregiudichi in nulla la leggibilità di una scrittura estremamente coinvolgente … Per i numeri, rinviamo il lettore al volume, mentre qui vorremmo riassumerne e discutere le tesi principali argomentate dai due autori.

1. Caratteri generali dell’economia cinese

Non è possibile comprendere la Cina contemporanea se non si tengono ferme due caratteristiche della sua economia: 

1) Si tratta di un contro-modello (p. 82). Non è possibile ridurlo all’economia capitalista occidentale, subordinata alla supposta razionalità dell’alta finanza, e nemmeno all’economia sovietica, in cui lo Stato si appropria di ogni cosa; l’economia cinese si è sviluppata anzi in opposizione all’una e all’altra;

2) E’ un’economia con una dimensione progettuale, che aspira, con Marx, a un nuovo modo di produzione; perciò appare in ogni momento all’osservatore come un modello in transizione;

Gli autori provano inoltre a confutare un cliché molto radicato. Secondo alcuni, infatti, la crescita della Cina sarebbe dovuta esclusivamente alle aperture al mercato volute da Deng Xiaoping. Il volume porta una vera e propria marea di dati, grafici, documenti storici che pongono la crescita cinese degli anni ’80 in rapporto con l’ultima parte della presidenza di Mao Zedong (pp. 22 e ssg.). Se consideriamo, dunque, la storia della sua economia, non è possibile attribuire i successi che la Cina ha inanellato negli scorsi quarant’anni solo all’abbandono di un modello di industrializzazione accelerata e di pianificazione centralizzata; in realtà, già prima della morte di Mao la Cina era il secondo Paese socialista per tasso di crescita del settore industriale (+ 7,9), dietro alla Jugoslavia ma davanti all’Unione Sovietica (+ 6,2). Guardando alla storia economica del Paese, si nota per il periodo tra il 1952 e il 1978 un tasso di crescita del 6,3% (p. 35). In continuità sono anche dati demografici e relativi alla speranza di vita. Inoltre, non si deve credere che la Cina abbia abolito di colpo tutte le istituzioni dell’epoca maoista: negli anni ’80, quando furono intraprese le riforme strutturali, esse erano ancora in gran parte attive. Insomma, la Cina non è diventata “per magia” una superpotenza economica nel biennio ’76 – ’78. Questa caricatura dei fatti è puramente ideologica: è funzionale ad assimilare i successi cinesi al capitalismo.

2. Il mistero della crescita cinese si comprende meglio con categorie economiche marxiste

Il “segreto” della crescita cinese è tale solo per gli economisti liberali, privi come sono di strumenti atti a comprenderlo. Il mistero svanisce considerando l’accumulazione di capitale in Cina sul piano storico. Si tratta di un capitale sociale:attrezzature, macchinari, strumenti, impianti industriali, inventari, al netto di edifici residenziali e valore dei terreni. Serve a calcolare la velocità di rotazione del capitale circolante nell’economia marxista. Se abbandoniamo le fette di prosciutto di Milton Friedman e inforchiamo gli occhiali di Marx[1], scopriamo che, nel periodo ’52 – ’78, il capitale produttivo era addirittura superiore a quello della Cina delle riforme (p. 37). La Cina di oggi costruisce su fondamenta rappresentate dai grandi sforzi di accumulazione del capitale compiuti nel primo periodo della sua storia di repubblica popolare. In sostanziale continuità si pongono anche i grandi investimenti per l’istruzione e per la ricerca. Lo studio dei due autori, di una completezza encomiabile, si sofferma anche sui quattro “shock” subiti dall’economia cinese, in corrispondenza con la crisi dei rapporti con l’URSS (’60-’62); la rivoluzione culturale (’67-’68); la morte di Mao (’76); i fatti di Tienanmen (1989).

3. Proprietà pubblica, pianificazione e controllo dell’economia

Veniamo ora ai caratteri che permettono di distinguere l’economia cinese da quella capitalistica. Secondo gli autori, nell’economia capitalistica contemporanea il profitto di impresa ha assunto la forma del valore azionario a causa della netta separazione tra lavoro e proprietà. Il plusvalore prodotto dalle aziende viene convertito in dividendi. In Cina, al contrario, la differenza tra proprietà e lavoro è meno netta: vi si trovano infatti svariate forme di “economia collettiva”, in cui i lavoratori partecipano a vario titolo alla proprietà del capitale oppure la detengono integralmente, nel caso delle cooperative e delle comuni. Per quanto riguarda le aziende pubbliche, dove la distinzione capitale/lavoro è più chiara, allo Stato non spetta che un dividendo molto basso, una sorta di “tassa” sul capitale (p. 49).

Secondo gli autori, i 10 pilastri che fanno della Cina attuale un’economia distinta dal modello capitalista sono:

1) Pianificazione flessibile e decentrata, dotata di strumenti moderni e mobili;

2) Democrazia economica che stabilisce gli obiettivi in funzione degli interessi collettivi;

3) Servizi pubblici molto estesi sottratti del tutto o in parte al mercato;

4) Proprietà collettiva della terra e delle risorse naturali;

5) Diversificazione delle forme di proprietà;

6) Priorità politica dell’aumento del reddito;

7) Promozione della giustizia sociale e tentativo di ridurre la diseguaglianza comportata dallo sviluppo, vissuta come un rischio di destabilizzazione politica;

8) Priorità alla protezione della natura;

9) Adozione del principio win-win nelle relazioni economiche con gli altri stati;

10) Ricerca della pace e dell’equilibrio nei rapporti tra i popoli;

Il settore statale dell’economia è tutt’ora superiore al 50% (p. 64). In questo contesto, le grandi aziende pubbliche cinesi svolgono la funzione che in Occidente è assegnata alle multinazionali, senza però avere la priorità del profitto: dunque, non entrano in conflitto nel mercato cinese con le piccole e medie imprese, e non sono obbligate ad adottare comportamenti rapaci nei mercati esteri (p. 52). Anche il sistema bancario e i mercati finanziari sono posti sotto il controllo pubblico; l’offerta di credito degli istituti bancari “liberalizzati” rimane sotto il controllo della Banca Centrale (p. 62). L’accesso al mercato azionario è limitato a pochi operatori internazionali “qualificati”, per evitare le speculazioni, la sottomissione della Cina agli oligopoli finanziari, specie statunitensi (pp. 63-64). Riforme del mercato finanziario nel nome dell’efficienza vengono spesso auspicate dagli economisti liberali, i quali tuttavia non hanno strumenti scientifici che spieghino il paradosso di un’economia vincente e contemporaneamente “arretrata” sul piano finanziario.

4. La Cina sfrutta i lavoratori?

Un altro luogo comune da sfatare è quello dello sfruttamento della manodopera per sostenere le esportazioni dei prodotti cinesi. In realtà, secondo gli autori, non è possibile spiegare in questo modo il successo della Cina per tre motivi: in primo luogo, i salari industriali hanno in realtà conosciuto aumenti molto sostenuti senza danno per la competitività delle imprese nazionali, a causa di un’accelerazione della crescita della produttività del lavoro dal 4,31% degli anni Ottanta fino al 14,12% degli anni Novanta. In secondo luogo, i salari cinesi, per quanto inferiori a quelli dei Paesi capitalisti avanzati, sono molto superiori a quelli, miserabili, di economie saccheggiate dalla globalizzazione e da politiche neocoloniali. Infine, i salari cinesi rappresentano una percentuale molto piccola del prezzo di vendita di un prodotto cinese. A costare poco sono soprattutto i vari fattori produttivi che le grandi imprese statali forniscono al resto dell’economia, e i cui prezzi sono sotto controllo pubblico (pp. 66 – 67).

4. Discussione. La continuità col maoismo.

Dopo aver esposto, in una sintesi non esaustiva, gli argomenti principali del volume, mi permetto di discuterli. Per quanto ardita, la tesi più problematica proposta dagli autori, ovvero la relazione tra l’attuale primato economico cinese e il suo passato maoista, è convincente anche su un piano politico e culturale. Si tratta di una relazione di presupposizione: il secondo non si spiega senza il primo. La necessità di fuoriuscire da uno schema rigido di pianificazione di tipo sovietico, infatti, caratterizzava già il dibattito nella seconda metà degli anni ’50: «La pratica dimostrò che [il sistema sovietico] era in grado di pianificare per le grandi dimensioni, ma non per le piccole, che esso poteva mettere in piedi grandi unità produttive, ma non quelle piccole e decentrate[2]». Era altrettanto chiaro il fatto che l’esigenza di aumentare la quantità della produzione, tipica del modello che la Cina intendeva superare, portava a disinteressarsi agli aspetti qualitativi della produzione. Un altro obiettivo, enunciato da Mao fin dal 1956 nel discorso Le dieci grandi contraddizioni, è assicurare il miglioramento continuo del livello di vita delle masse, in piena continuità con la Cina attuale. Chi ha visitato la Cina contemporanea sa bene che il socialismo cinese non è in nessun modo riducibile agli stereotipi sulla “condivisione della miseria”. Come scrive Xi Jinping, «Dobbiamo rispondere all’aspirazione del popolo a una vita felice […]. Dobbiamo aumentare gli sforzi di redistribuzione del reddito per vincere la battaglia contro la povertà, garantire al popolo pari diritti di partecipazione e sviluppo, far sì che i risultati della riforma e dello sviluppo rechino beneficio a tutto il popolo in modo più equo. In tal modo si procederà a passo sicuro verso il raggiungimento dell’obiettivo di una prosperità condivisa per l’intero popolo[3]».

5. I comunisti cinesi sono davvero marxisti?

Se posso avanzare una piccola critica, il metodo di indagine adottato nel volume lascia inevasa una questione importante. L’approccio storico economico degli autori, infatti, è volto a dimostrare che l’economia cinese è oggettivamente una nuova forma di produzione rispetto al capitalismo. Non si chiedono se la cultura cinese è ancora permeata dal marxismo, se costituisce un terreno fertile per l’innovazione teorica e concettuale e la costruzione di nuovi strumenti di interpretazione del reale. Infatti, gli autori lasciano aperta la questione se, in futuro, la Cina realizzerà il socialismo o se rientrerà nell’alveo del capitalismo finanziario occidentale. Per azzardare una risposta, sarebbe fondamentale chiedersi quali strumenti concettuali adoperino i cinesi nella progettazione politica della propria economia. Come pensanol’economia? La pensano come un’economia socialista? Per citare Deng Xiaoping, infatti, il solo rapporto tra economia pianificata e di mercato non è sufficiente a caratterizzare un’economia socialista: «‘Economia pianificata’ non equivale a ‘economia socialista’, perché c’è pianificazione anche sotto il capitalismo; un’economia di mercato non è capitalismo, perché ci sono mercati anche sotto il socialismo. Pianificazione e mercato sono solo modi di controllare l’attività economica[4]».

Allora, con quali categorie pensano i cinesi? Quando pianificano l’economia, impiegano gli strumenti dell’economia liberista? Si sono dotati di strumenti originali? Hanno sviluppato una scienza economica marxista? E quando discutono gli obiettivi politici del prossimo piano quinquennale, argomentano sulla base del marxismo?

L’idea che mi sono fatto è la seguente: esiste in Cina una scienza politica ed economica marxista che in Occidente è per lo più sconosciuta anche ai marxisti. Il marxismo in Occidente si è isterilito fino a produrre solo caricature di intellettuali, la cui funzione precipua si riduce a intervenire nei talk show e produrre documentari per le content platform. In Oriente, al contrario, il marxismo ha proseguito il proprio sviluppo[5] con esiti che qui da noi sono per lo più ignoti, vuoi per difficoltà di ordine linguistico, vuoi perché non superano l’asfissiante censura delle pubblicazioni scientifiche occidentali, i cui criteri di giudizio sono basati su un canone rigidamente prestabilito di metodi in voga e di autori classici – prevalentemente anglosassoni – e su un anti-canone di autori e metodi screditati a priori e a prescindere. E’ forse anche questo un motivo per cui il successo cinese ci appare come un “mistero” (p. 31): chi sono i massimi intellettuali cinesi? Che analisi propongono Cheng Enfu e Feng Yuzhang? Di cosa dibattono Lu Pinyue e Zhang Boying? Ne sappiamo poco o nulla.

6. Come i cinesi lavorano sull’economia e sulla politica

Leggendo i documenti in cui i marxisti cinesi riflettono sulle linee di fondo delle proprie riforme economiche, è soprattutto una nozione cardine marxiana ad apparire centrale: quella di fattore della produzione: capitale, lavoro, tecnologia, management, materie prime. In quest’ottica, le riforme e l’apertura del 18o congresso del Partito comunista cinese sono così interpretate: «abbiamo affermato che la distribuzione secondo il lavoro è il principio fondamentale di distribuzione del socialismo, e portato avanti una politica che permette ad alcune persone e aree di prosperare prima di altre, permettendo e incoraggiando il capitale, la tecnologia, il management e altri fattori della produzione a partecipare alla distribuzione; infine, formando il sistema economico socialista fondamentale in cui la proprietà pubblica resta dominante e diversi settori economici si sviluppano fianco a fianco; il sistema di distribuzione, in cui la distribuzione secondo il lavoro rimane dominante e coesistono una varietà di modi di distribuzione[6]». Ironicamente, dunque, alla base della supposta economia “turbocapitalista” cinese vi è un principio socialista, almeno nelle intenzioni. 

La stessa impostazione, un’analisi dei fattori della produzione, permette ai cinesi di individuare le proprie carenze e gli obiettivi mancati. Ad esempio, «la nostra crescita economica è ancora in gran parte basata su risorse, capitale, lavoro e altri fattori, rimanendo nel settore medio-basso della catena industriale dell’economia internazionale, soggetti ad altri Paesi per quanto riguarda molte tecnologie-chiave, materiali, pezzi di ricambio ed equipaggiamento[7]».

A partire da categorie marxiane, dunque, si costruiscono strumenti innovativi e analisi economiche attuali, per comprendere, ad esempio, l’ultima crisi del capitalismo mondiale e trarne utili conseguenze sul piano politico[8]. Si formano i futuri dirigenti del Partito nelle scuole di Marxismo[9].

Soprattutto, il marxismo è il fondamento su cui si basano le argomentazioni politiche dietro alle scelte economiche, individuandone gli obiettivi. Ad esempio, quando il XIX Congresso Nazionale del Partito comunista cinese individua lacontraddizione principale della società cinese in quella tra lo sviluppo squilibrato e l’aspirazione crescente del popolo a una vita più felice[10], non fa che riprendere la distinzione di Mao Zedong tra l’aspetto generale delle contraddizioni (tra struttura e sovrastruttura; tra le classi) e quello particolare, storicamente dato, che a sua volta porta, in ciascun periodo storico, a un insieme di micro-contraddizioni: proprio tra queste la politica deve saper cogliere, appunto, la contraddizione principale[11].

7. La Cina è capitalista o comunista a seconda delle convenienze della propaganda occidentale

Nell’ultimo decennio la Cina ha provato di essere superiore all’Occidente in almeno due ambiti distinti. In primo luogo, ha resistito molto meglio alla grande crisi economica mondiale innescata dagli Stati uniti nel 2007. Lo stretto controllo politico sulla finanza descritto dagli autori del volume ha permesso alla Cina di reagire alla crisi sistemica in atto nel capitalismo globale, dominato dall’alta finanza (p. 61). In secondo luogo, ed è sotto gli occhi di tutti, la Cina ha sconfitto la pandemia; mentre noi fronteggiamo la seconda ondata di contagi e ne temiamo una terza, ha nuovamente un’economia in forte crescita; prima degli altri Paesi si è dotata di un vaccino con l’86% di tasso di successo, sviluppato da un’azienda statale[12].

Lasciamo da parte i filosofi marxisti e postmarxisti convinti che la Cina sia il paese del turbocapitalismo: per loro attaccare la Cina è un modo di sviare il discorso dal fallimento dalle proprie teorie rivoluzionarie mai aggiornate, dal proprio essere disconnessi dal mondo del lavoro e dalla propria sostanziale inutilità politica. E’ però notevole come la propaganda occidentale torni a considerare la Cina un Paese comunista, quando deve giustificare i propri fallimenti. Ad esempio, per certi giornalisti il virus sarebbe stato sconfitto grazie ai metodi autoritari del governo; non a causa degli investimenti di lungo periodo nella modernizzazione del sistema sanitario, che hanno portato quel Paese ad avere il doppio dei posti-letto per 1000 abitanti disponibili in Paesi come l’Italia o gli USA[13]. Allora ci si dimentica di aver sostenuto che la Cina non è una valida alternativa al nostro sistema di governo perché un’economia capitalista proprio come la nostra, e si sostiene che la Cina non è una valida alternativa al nostro sistema di governo perché è una dittatura comunista. Ultimamente si è diffuso perfino il luogo comune per cui la Cina non sarebbe una valida alternativa al nostro sistema di governo perché i cinesi sono confuciani (e quindi irriducibilmente diversi da noi). Immagino che chi sostiene questo sia un profondo conoscitore degli Analecta di Confucio, abbia studiato il parallelo con filosofi coevi come Socrate, Platone, Buddha, sia in grado di spiegare analogie e differenze con altre filosofie imperiali come lo stoicismo e conosca a memoria l’opera omnia di François Jullien. Tutti gli altri avrebbero per lo meno il dovere di spiegare come mai l’opera di un filosofo morale vissuto cinque secoli prima di Cristo dovrebbe aiutare a prendere decisioni economiche vincenti e a sintetizzare vaccini efficaci. Se fosse così, varrebbe a maggior ragione la pena di studiarlo.

Per concludere

Quello che davvero sorprende nell’ottimo volume pubblicato da MarxVentuno, in fondo, è il suo titolo. Una domanda come “La Cina è capitalista?” dovrebbe suonare banale o addirittura sciocca. La Cina è una repubblica popolare guidata da un partito comunista. Dovrebbe essere ovvio che non è un Paese capitalista. Il fatto che in Occidente, invece, la questione suoni da almeno vent’anni pertinente e interessante è il sintomo di un malessere che percorre le economie occidentali, scosse da tassi di crescita sonnacchiosi o travolte da crisi economiche finanziarie, incuranti di ridurre le diseguaglianze, sempre tentate dalle risposte autoritarie al disagio sociale e incapaci di fronteggiare le pandemie. Da più parti si guarda alla Cina, ai suoi tassi di crescita, ai milioni di persone strappate alla povertà, ai primi grandi successi in campo ambientale, alla sua capacità di anteporre la salute dei cittadini a qualsiasi altra considerazione economica, e ci si chiede: questo è capitalismo? Se la risposta è sì: perché noi non siamo capaci di fare altrettanto? Se la risposta è no: davvero il sistema economico socialista è superiore al nostro? E, che sia capitalista o meno, perché alcune politiche economiche proposte dalla Cina non dovrebbero essere considerate desiderabili? Quale che sia la risposta alla domanda, essa rivela comunque un’inquietudine mai del tutto sopita, l’angoscia di esorcizzare uno spettro che è sempre lo stesso da ormai quasi due secoli: lo spettro del comunismo.

Note:

1. Ad es. Karl Marx, Il Capitale, libro III, sez. 4, capitolo 18. 

2. Massimo A. Bonfantini, Marco Macciò, La filosofia della rivoluzione culturale, Milano, Bompiani, 1974, p. 12.

3. Xi Jinping, “Proseguire il cammino senza mai dimenticare le aspirazioni iniziali”, in Governare la Cina, II, Firenze, Giunti, 2017,p. 49.

4. Deng Xiaoping, Selected works, vol. 3, Beijing, People’s publishing house, 1993, p. 373.

5. Si legga sull’argomento Domenico Losurdo, La sinistra assente, Roma, Carocci, 2014.

6. Zhu Jiamu, “The New Era and the Adjusting of the Direction of the Reform and Opening Up”, in Marxist studies in China, 2018, Beijing, China Translation and Publishing House, pp. 24 – 25.

7. Ibid., pp. 33 – 34.

8. Feng Zhao and Shenxiao Ma, “Competition and cooperation between financial capital and functional capital in the era of financialization”, World Review of Political Economy, Vol. 10, n. 1, spring 2019, pp. 4 – 23.

9. Xi Jinping, “Sostenere e consolidare la leadership del Partito nel lavoro ideologico”, in op. cit., pp. 422 – 424.

10. Xi Jinping, “Proseguire il cammino senza mai dimenticare le aspirazioni iniziali”, in op. cit., p. 56.

11. Mao Zedong, “Sulla contraddizione”, in Scritti filosofici, a cura di Stefano Garroni, Napoli, La città del sole, 2008, pp. 35 – 81.

12. Secondo una sperimentazione condotta dagli Emirati Arabi Uniti in settembre, il vaccino cinese ha superato la fase III dei test ed è sicuro ed efficace nell’86% dei casi e quindi sarà adottato. Il vaccino cinese è prodotto dall’azienda statale Sinopharm e si basa su una tecnologia rodata, che utilizza un virus morto, simile alla vaccinazione antipolio. I principali concorrenti occidentali, come Pfizer e BioNTech, utilizzano una tecnologia più recente e meno collaudata che prende di mira una proteina del coronavirus utilizzando l’RNA. Nonostante questo, capita purtroppo di leggere sarcasmo e insinuazioni sulla scarsa sicurezza del vaccino cinese da parte dei nostri giornalisti, che evidentemente hanno deciso di arruolarsi in questa ideologica battaglia biopolitica contro la Cina. Nel frattempo, l’Indonesia ha già ricevuto un milione di dosi del vaccino cinese; la Cina ha dichiarato di poterne fornire altrettante su richiesta a qualsiasi Paese. Fonte: https://www.theguardian.com/world/2020/dec/09/chinese-covid-19-vaccine-has-86-efficacy-uae-says?fbclid=IwAR3A-zbYRhgQQvxt_sHZ7Bls4wcUn9a6xUo4sQnVKgpaAl3Jsp2oYP8Y1N0

13. Cfr. Marco Bagozzi (a cura di), Contrasto al Covid-19: la risposta cinese, Cavriago, Anteo Edizioni, 2020https://www.marx21.it/index.php/cultura/libri/30799-la-ricetta-segreta-della-cina-contro-la-pandemia