La lotta per la difesa del PCI. Norberto Natali

natalidi Marco Pondrelli

I cento anni della nascita del Partito Comunista sono stati salutati dalla pubblicazione di alcuni libri, molti dei quali di autori critici verso tutta la storia del movimento comunista italiano. La storia del Partito Comunista è stata ricordata da coloro che lo hanno sciolto o che lo hanno avversato, il ricordo di una delegazione del Pd recatasi a Livorno il 21 gennaio è sintomatico di questa confusione.

Il contributo di Natali è qualcosa di diverso e di cui si sentiva il bisogno. Alla base del suo ragionamento egli pone una domanda: c’è un filo che lega il PCI al Pd? È un quesito che dovrebbero porsi tutti, sia coloro che rivendicano la storia del PCI ed il suo approdo alla socialdemocrazia liberale sia coloro i quali non riconoscono il Pd come risultato di quella storia. La domanda per usare le parole di Natali si potrebbe anche riassumere così: ‘secondo una tesi, visto che il PCI è diventato PD, vuol dire che è giusto così: gli autentici sostenitori del PCI, di conseguenza, oggi dovrebbero sostenere il PD o LeU (e Renzi?). Secondo l’altra, visto che il PCI è diventato PD, vuol dire che quest’ultimo era latente già nel primo, insomma il PCI è sempre stato mezzo marcio, Togliatti non era un vero comunista e per qualcuno neanche Gramsci. Insomma, o ci si “accolla” il PD o esso era già nel DNA fin da tempi lontani‘. Sarebbe sbagliato pensare che il PCI sia stato tradito e che tutte le colpe possano ricadere sul solo Occhetto, questo perché i passaggi e le trasformazioni in politica non sono mai immediate, richiedono tempo per sedimentarsi e diventare senso comune.

L’analisi di Natali è molto articolata e storicamente dettagliata e merita di essere letta nella sua interezza. Un passaggio di grande rilevanza che merita di essere ripreso è la rottura Togliatti-Secchia. Senza entrare ne merito dell’ambigua figura di Seniga è interessante mettere a fuoco le differenti impostazioni. La figura di Secchia è oggi molto poco conosciuta, egli era ben lungi dell’essere ‘l’uomo che sognava la lotta armata’, quasi un precursore delle BR, in realtà tutto il PCI, sopratutto dopo l’esperienza greca, non voleva arrivare allo scontro armato. Illuminante un articolo apparso su ‘l’Unità il 10 gennaio 1950 dopo la strage di operai compiuta a Modena dalla polizia di Scelba, il gruppo dirigente comunista temeva che la NATO e la DC volessero, attraverso una serie di provocazioni, scatenare la reazione dei lavoratori per poi reprimere il dissenso e la democrazia stessa. Su questi punti non c’erano differenze tra Togliatti e Secchia, così come non c’erano differenze sull’apertura ai cattolici, ciò che divideva le due grandi figure erano ‘i pericoli per la natura dell’organizzazione e del Partito stesso (si potrebbe anche dire la garanzia della sua indipendenza in relazione alla situazione di fondo nella quale si trovava ad agire) e la prospettiva internazionale’ e per prospettiva internazionale non si pensa alla cieca obbedienza a voleri di Mosca ma all’importanza ‘della lotta di classe internazionale e delle sue ripercussioni’.

Individuare questo scontro, con le importanti conseguenze descritte, non vuole dire che la storia del PCI-PDS-DS-Pd fosse già scritta o che la figura di Togliatti sia accostabile a quella di Occhetto, più semplicemente occorre analizzare con attenzione quello che abbiamo alle nostre spalle.

Analizzare e studiare la storia dei comunisti è fatto oggi anche dalla grande borghesia e sarebbe interessante capire il perché. Perché si continuano a dedicare libri, articoli e studi sul comunismo e sul Partito Comunista se questa esperienza storica è conclusa? Natali risponde molto bene a questa domanda, scrivendo: ‘in questo quadro, la borghesia ricorre ai suoi strumenti ideologici e propagandistici anche per “dimostrare” che la lotta e i sacrifici di varie generazioni di milioni di comunisti, in Italia, sono stati quanto meno vani (se non sbagliati o criminali). Tanto più sarebbe del tutto inutile, come minimo, invaghirsi oggi dell’idea di lottare per avere un Partito della classe operaia che affronti le sfide del nostro tempo come il PCI seppe fare, molto a lungo, per quelle del proprio’.

Walter Benjamin scrisse: ‘neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere’, la volontà di riscrivere la storia del PCI è la volontà dei vincitori di cancellare dalla storia le lotte dei comunisti. Il Parlamento europeo che vota una risoluzione in cui equipara nazismo e comunismo ed accusa l’Unione Sovietica di essere corresponsabile dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, non solo disonora la memoria di quasi 30 milioni di morti sovietici e di un intero popolo ma fa qualcosa di ancora più subdolo, tenta di riscrivere la storia a colpi di maggioranza. Come però scrive Natali la riscrittura della storia guarda all’oggi, il messaggio che i vari Ezio Mauro ci mandano è che la lotta è inutile, che questo è il migliore dei mondi possibili, lo possiamo migliorare ma non lo possiamo trasformare, non possiamo mettere in discussione i rapporti di produzione.

Quello di Natali è quindi un interessante contributo anche perché completato da un resoconto sulle traversie giudiziarie sue e di Iniziativa Comunista. Una pagina molto brutta figlia di una campagna mediatica scandalosa e di un’indagine che, alla luce dei recenti eventi (caso Palamara), rischia di assumere una luce sinistra.