Emiliano Brancaccio. Non sarà un pranzo di gala. Crisi, catastrofe, rivoluzione, a cura di Giacomo Russo Spena

Brancacciodi Marco Pondrelli

Una recente serie TV di successo, I Diavoli, racconta con toni shakespeariani lo scontro dentro l’alta finanza fra il CEO di un’importante banca ed il suo delfino, quando il cattivo antieuro sta per trionfare è Mario Draghi a salvare Europa ed Euro con l’oramai famoso ‘whatever it takes’. Chissà se Emiliano Brancaccio, autore di ‘non sarà un pranzo di gala‘ ha guardato questa serie, nel caso sarebbe interessante avere un suo giudizio perché leggendo il libro è difficile idelizzare in questo modo l’ex capo della BCE.

L’accentramento dei capitali: Brancaccio vs Losurdo

Non è semplice trovare un filo conduttore in questo volume curato da Giacomo Russo Spena, infatti esso raccoglie scritti, interviste ed interventi pubblici che si dispiegano nell’arco di oltre 10 anni. Possiamo però trovare alcuni temi ricorrenti a partire da quello più importante, già presente nell’introduzione che l’Autore scrisse a ‘Il capitale finanziario‘ di Hilferding.

Quando si parla di banche centrale e del loro potere di regolamentazione occorre accantonare la classica lettura legata al controllo dell’inflazione e della difesa della moneta. Secondo Brancaccio gli ultimi decenni si caratterizzano per un forte accentramento dei capitali e di conseguenza per uno scontro tra capitali centrali e capitali periferici. Il ruolo delle banche centrali e quindi anche della BCE, è mediare fra la tendenza alla centralizzazione del capitale e la resistenza dei piccoli capitali.

Questo scontro informa di sé la politica contemporanea che tende a dividersi fra ‘globalisti acritici da un lato e sostenitori di un nazionalismo di sinistra approssimativo e alquanto frettoloso dall’altro’ [pag. 34]. Fra i primi l’Autore annovera innumerevoli pensatori, da Jacques Attali a Toni Negri, fra i secondi lo ‘studioso di rango’ più significativo è Domenico Losurdo. Brancaccio riconosce a Losurdo di avere saputo evidenziare la connessione fra i processi di emancipazione sociali e le lotte di emancipazione nazionali, tralasciando però la considerazione che è la centralizzazione dei capitali ad accelerare la polarizzazione fra le classi. Secondo l’Autore ‘una lotta di emancipazione dai vincoli internazionali, che venisse egemonizzata dalle sole rappresentanze di un piccolo capitalismo frammentato e in affanno, assumerebbe pressoché inesorabilmente caratteri reazionari, potenzialmente neofascisti’ [pag. 35]. Senza forzare il pensiero dell’Autore possiamo dire che non si può fermare un movimento di questa portata ma occorre scovare in esso le contraddizioni, per dirla con Hegel ‘nella croce del presente bisogna trovare la rosa’.

Personalmente trovo questa impostazione sbagliata. Innanzitutto l’affermazione del piccolo capitale come intrensicamente reazionario e neofascista. La Terza Internazionale diede una definizione del fascismo che mantiene tutta la sua validità, essa definì il fascismo come ‘la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario […] il fascismo è il potere dello stesso capitale finanziario’. Questa posizione è ben presente in Togliatti quando nel ‘corso sugli avversari‘ analizza la politica agraria fascista che, partita con l’obiettivo di sostenere ad allargare la platea dei piccolo-medi proprietari, ha intensificato lo sfruttamento del lavoro grazie all’afflusso di grandi capitali, portando all’impoverimento della popolazione. Allora come oggi le minacce alla democrazia arrivano dal capitale finanziario.

È inoltre non condivisibile la critica a Losurdo, il quale si colloca dentro una rigorosa analisi leninista. Lenin ne ‘La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione’ (1916) individua la centralità nella lotta dei popoli oppressi contro gli stati coloniali, ben sapendo che il fine non è l’indipendenza nazionale. Egli afferma: “la rivoluzione socialista può divampare non soltanto in seguito a un grande sciopero o a una grande dimostrazione di strada […] ma anche in seguito […] a un referendum sulla questione della separazione di una nazione oppressa”. Il punto che Lenin colse e che fu alla base della Rivoluzione d’Ottobre è l’analisi dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Sotto la guida del movimento operaio la lotta alle potenze imperialistiche non ha caratteristiche reazionarie ma rivoluzionarie.

Una impostazione fortemente leninista è quella di Gennadij Zjuganov, segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, il quale nel 1993 dopo il colpo di Stato di Eltsin scrisse che l’ala ‘patriottica degli imprenditori che ragiona in termini di interesse nazionale si trova oggi davanti ad una scelta: o riconoscere il ruolo-guida delle classi lavoratrici nella lotta per la salvezza del paese, o venir risucchiata nel campo dei traditori della Patria‘[1].

Il grande capitale e il ruolo del movimento operaio

Le due analisi per quanto divergenti condividono un elemento: la presa d’atto della debolezza del movimento operaio.

Porsi il problema dell’assenza di un movimento di classe in grado di portare avanti lotte non solo difensive è un tema enorme, che difficilmente può essere risolto nell’immediato. I marxisti non si devono certo rassegnare ad una condizione di minorità ma è velleitario pensare che il proletariato italiano ed europeo possa riavviare un ciclo di lotte solo grazie ad una giusta analisi, la sconfitta subita è di proporzioni storiche ed è nell’evoluzione storica e nella trasformazione dei rapporti di forza internazionali che possono sorgere equilibri più avanzati in grado di riaprire una conflittualità di classe nel nostro paese. Ovviamente questo non vuole dire aspettare a braccia conserte che maturino tempi migliori, il più grande insegnamento che Marx ci ha lasciato è la sua vita, fatta di lotta e non solo di elaborazione teorica. Oggi i comunisti devono sapere lavorare guardando a questa prospettiva, capendo che anche la tattica e la scelta delle alleanze in grado di scardinare il campo avversario sono importanti. Altrimenti le giuste proposte di Brancaccio rischiano di rimanere ottimi contributi scientifici, che ottengono il plauso anche di Prodi e Blachard ma che non troveranno una realizzazione pratica.

Un tema essenziale e condivisibile che Brancaccio sottolinea già da tempo (almeno dal volume scritto 
con Passarella ‘l’ austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa‘) riguarda la limitazione della circolazione dei capitali e delle merci, battaglia che potrebbe vedere anche il sostegno dei cosiddetti capitali periferici. È un punto essenziale che difficilmente viene colto nella sua portata ‘rivoluzionaria’, ‘la libertà finanziaria dei proprietari del capitale soffoca tutte le altre libertà’ [pag. 69] da qui l’esigenza di ‘reprimere’ il capitale finanziario.

Brancaccio cita il ‘trilemma della globalizzazione’ di Rodrik secondo il quale ‘tra democrazia, piena apertura ai movimenti internazionali di capitali e di merci e autonomia della politica economica nazionale si possono tenere insieme solo due opzioni su tre’ [pag. 117]. Sono analisi che hanno un punto di caduta simile a quello di Stiglitz, la crescente disuguaglianza che tende ad accentrare la ricchezza in poche mani (è Prodi a denunciare che nel mondo le 8 persone più ricche possiedono la stessa ricchezza detenuta da 3,6 miliardi di persone [pag. 126]) mette in discussione il principio democratico. In questo passaggio trovo una contraddizione nella pure ottima analisi di Brancaccio: il pericolo per la democrazia viene dal grande capitale finanziario o dai capitali periferici? E non è forse la limitazione al movimento dei capitali un modo per limitarne l’accentramento?

Ad ogni modo il libro di Brancaccio è sicuramente un valido strumento ed anche se non del tutto condivisibile esso ha il merito di ribaltare e scardinare le idee mainstream. Più si va in profondità, più ci si affida ai numeri ed alla lettura della realtà (cosa che Brancaccio sa fare molto bene) più si scorge l’irrazionalità dietro le teorie propagate come verità indiscusse. Oggi parlare di pianificazione non è più un’eresia. Difronte a simili evidenze sorge spontanea la provocazione: l’irrazionalità dei terrapiattisti o di chi nega l’esistenza del Covid non è forse pari a quella di chi crede della razionalità dei mercati?

Note:

Zjuganov, Gennadij A.; Stato e Potenza, a cura di Marco Montanari, pag. 107, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1999, corsivo mio