La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra. Luca Ricolfi

di Marco Pondrelli

Il libro di Luca Ricolfi è stata una piacevole sorpresa. La mutazione che da il titolo al libro riguarda la sinistra e nell’analisi del sociologo, molto lontano dalle posizioni che questo sito esprime, emerge una critica per molto aspetti condivisibile. La sinistra a cui Ricolfi fa riferimento è il partito democratico ma queste considerazioni valgono anche per parte della sinistra alla sinistra del pd.

Tre sono, secondo l’Autore, i temi che in passato caratterizzavano questo mondo: la difesa dei deboli, la lotta contro la censura e la battaglia per la cultura che non doveva essere riservata solo alle classi ricche. Scrive Ricolfi: ‘quello cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni, dalla «svolta della Bolognina» a oggi, non è un ammodernamento della sinistra ufficiale ma è un’abdicazione’ [pag. 11], penso che non si possano trovare parole più efficaci per descrivere il fallimento della Bolognina.

Il libro è diviso in tre capitoli che analizzano ognuno dei tre elementi che hanno fatto perdere alla sinistra la sua identità.

Procedendo con ordine l’Autore analizza la mutazione della base sociale che non è più composta dai più deboli, per quanto Ricolfi rifiuti la contrapposizione borghesia-proletariato preferendo parlare della dottrina tre società, la società dei garantiti, quella del rischio (lavoratori autonomi) e quella degli esclusi, le sue conclusioni sono che ‘i ceti deboli rifuggono dai partiti dell’establishment, ivi compresi quelli progressisti, e preferiscono indirizzare i loro consensi verso i partiti populisti’ [pag. 46], è una conclusione che è valida non solo per l’Italia ma anche per l’Europa e per gli Stati Uniti, come sostenuto anche da Fabio Massimo Parenti su questo sito. La considerazione finale è che non solo la sinistra non rappresenta più i deboli ma questi si sentono maggiormente tutelati dalla destra. Un esempio lo spiega molto bene, è la retorica sulla cosiddetta generazione Erasmus, un progetto europeo più che meritorio, a cui non si accompagna lo stesso interesse per quei tanti giovani che l’Università non possono permettersela.

Secondo Ricolfi alla difesa dei deboli si è sostituita la difesa dei migranti, ma anche qui, aggiungo, si tende ad idealizzare la figura del migrante senza considerare la realtà concreta che esso vive, l’immigrato è un lavoratore, ad esempio della logistica, e vive le contraddizioni dentro le quali è immerso.

Assieme alla difesa dei più deboli il pd ha abiurato anche ad un’altra storica battaglia del PCI e della sinistra in Italia, la lotta alla censura. L’Autore ripercorre la difesa dell’arte dalle mannaie democristiane che si abbatterono su registi, scrittori e cantautori: da Pasolini a Visconti, da Fellini a De Sica per arrivare a De André e Francesco Guccini. La situazione è oggi cambiata la censura è diventata il politicamente corretto, scrive l’Autore ‘una cappa che molti associano al «politicamente corretto», ma che è andata ben al di là del politicamente corretto delle origini’ [pag. 91].

Negli Stati Uniti dagli anni ’30, nel cinema, vigeva il cosiddetto codice Hays, in base al quale non si potevano presentare i cattivi come personaggi positivi o simpatici, il male doveva sempre trovare la sua giusta punizione ed altre amenità del genere. La differenza è che in passato l’arte aggirava la censura, pensiamo alla critica al maccartismo contenuta in ‘Mezzogiorno di fuoco’ oppure a ‘Ossessione’ di Visconti girato nel 1943, oggi invece il politicamente corretto uccide l’arte. Scriveva Natalia Ginsburg ‘così accade che la gente abbia un linguaggio suo, un linguaggio dove gli spazzini sono spazzini e i ciechi sono ciechi, e però trovi quotidianamente intorno a sé un linguaggio artificioso, e se apre un giornale non incontra il proprio linguaggio ma l’altro’ [pag. 93]. Questo politicamente corretto non solo uccide l’arte ma distacca sempre più il ceto politico dal popolo. Si arriva all’estremo per cui ‘un istituto scolastico francofono dell’Ontario (Canada) […] ha pianificato e realizzato l’incenerimento di 4700 volumi considerati inadatti ai bambini per la presenza di «stereotipi negativi»'[pag. 139], siamo tornati a bruciare i libri anche se lo facciamo in nome del politicamente corretto. Anche in questo caso ad appropriarsi della battaglia per la libertà di espressione è stata la destra.

L’ultimo punto che analizza Ricolfi è quello della cultura, dentro il quale ricomprende anche il mondo della scuola. Da Gramsci e Togliatti i comunisti si sono sempre battuti perché anche il proletariato avesse accesso alla cultura, agli inizi dagli anni 2000 nella provincia di Bologna una ricerca dimostrò come a partecipare alle attività culturali erano molte persone con un reddito basso e con un basso titolo di studio, era la più grande eredità delle amministrazioni comuniste del Dopoguerra. Anche qui le cose sono cambiante, a partire dalla scuola. Personalmente, anche se non sono un esperto del sistema educativo italiano, dissento dall’idea espressa dall’Autore per la quale i problemi sono iniziati con la riforma del ’62 o con il ’68, che nonostante tanti errori ha rappresentato un momento di apertura e rinnovamento. Penso che le riforme avviate dagli anni ’90, Berlinguer, Moratti, Gelmini e la cosiddetta ‘Buona scuola’, abbiamo riportato il nostro sistema scolastico a diventare classista, se un istituto scolastico ha dei limiti e degli studenti hanno dei problemi, le famiglie ricche possono spendere per lezioni private mentre quelle povere vedranno i loro figli rinunciare a proseguire gli studi. La meritocrazia nasconde questo, l’idea blairiana era che ‘in una «società basata sulla conoscenza», che premia il talento e l’impegno, la redistribuzione non riguarderebbe il reddito ma le opportunità’ [pag. 215] peccato che lo stesso autore a cui Blair si era ispirato, Michael Dunlop Young, spiegò al Primo Ministro inglese che lui aveva usato questa parola in un accezione negativa, perché come suggerisce Ricolfi ‘se le condizioni di partenza sono troppo diverse, e poco si fa per rendere equa la competizione sociale, la meritocrazia degenera in qualcosa di profondamente illiberale, che in certi aspetti ricorda la distopia di Young’ [pag. 216]. Nei fatti la meritocrazia che il pd sventola è la fotografia delle diseguaglianze attuali. Se le due prime storiche battaglie della sinistra sono state prese dalla destra questa, secondo l’Autore, è rimasta orfana.

L’analisi del libro per quanto impietosa è ampiamente condivisibile, siamo in presenza di una sinistra che ha abbandonato i diritti sociali per difendere i diritti civili e così facendo ha perso l’appoggio di quei pezzi di mondo del lavoro che in passato rappresentava.

Ho citato in apertura l’analisi liquidatoria che l’Autore fa della Bolognina; alla base della crisi del pd e di tutto ciò che lo ha preceduto PDS-DS c’è questo fallimento. Il limite di quell’operazione fu che per il PCI la consacrazione socialdemocratica arrivò quando la socialdemocrazia era ovunque in crisi e dove governava (ad esempio Francia o Spagna) lo faceva su posizione molto lontane da quelle storiche degli anni ’70. La conseguenza è stata che la sinistra è passata direttamente su posizioni neoliberiste. Ricolfi all’inizio del libro critica la posizione del pd che dice di rappresentare l’Italia migliore, forse il pd dovrebbe dire chiaramente che vuole rappresentare l’Italia ricca.

Acquista il libro

Unisciti al nostro canale telegram