Sulla condizione dei comunisti in Italia: che fare?

di Luca Ricaldone

Ho letto con molto interesse il contributo del compagno Sorini. Ne condivido sicuramente molte proposte nonché lo spirito che parte dalla consapevolezza che l’Italia, oggi, è il fanalino di coda del movimento comunista mondiale. Come si sia passati dal paese con il più grande partito comunista dell’Occidente ad una situazione così desolante è sicuramente motivo di interesse per chi, come il sottoscritto, non ritiene esaurito il ruolo dei comunisti in questo paese.
Vorrei tuttavia affrontare una questione diversa da quelle affrontate dal compagno Sorini che reputo centrale ed elusa da troppo tempo.
Mi convinco sempre di più che un passaggio ineludibile sia quello a suo tempo indicato dal compagno Ludovico Geymonat che, pochi mesi prima della sua scomparsa, invitava i comunisti ad un “esercizio di sincerità”.
Senza questo “esercizio di sincerità”, che sicuramente porta a non essere apprezzati da molti di coloro che oggi si dichiarano comunisti, nessun passo in avanti sarà possibile. 
Dovremo farcene una ragione: la sincerità non è gradita da tutti! Così come, per altro, non è possibile mettere tutti d’accordo. 
Per questo dobbiamo avere il coraggio di recuperare il valore morale dell’intransigenza, che molti sicuramente cercheranno, in un vano tentativo di autodivesa, di spacciare per settarismo.
L’intransigenza, invece, deve assumere oggi un significato etico di rottura profonda e definitiva con un passato in cui i comunisti, o coloro che si definiscono tali, hanno fatto del trasformismo, del compromesso, del mercimonio, dell’accordo ad ogni costo sacrificando i principi, il loro nuovo sistema etico con il quale hanno annichilito la morale dei comunisti proclamando come valore la totale incoerenza tra le scelte programmatiche e le azioni concrete.
Quando, alcuni anni fa, la federazione milanese del PC prese la decisione di non partecipare più al tradizionale corteo del 25 Aprile promosso dall’Anpi, lo fece proprio in virtù della consapevolezza della necessità di esercitare una rottura netta e definitiva con una retorica antifascista ormai privata di ogni contenuto e sistematicamente usata come foglia di fico per coprire le porcate della cosiddetta sinistra. Sapevamo perfettamente che quella scelta (non condivisa dai più anche nel nostro stesso partito di allora) non ci avrebbe portato alcun vantaggio o successo immediato. Ma non era quello che ci interessava. Abbiamo preferito mostrare la coerenza con i nostri principi e valori perché sono per noi molto più importanti della visibilità che ci avrebbe portato continuare a sfilare in quel corteo. Altri hanno fatto una scelta differente che li ha portati, negli ultimi due anni, a sfilare nello stesso corteo insieme alle bandiere dei nazisti ucraini, della NATO e dei sionisti.
Nessun altro vantaggio è venuto loro! Il consenso che speravano di raccogliere non si è visto da nessuna parte. Non certo nelle manifestazioni contro la guerra, che raccolgono sempre risultati miserevoli. Come, per altro, qualsiasi altra manifestazione della sinistra per i motivi più disparati. Anche quando si mettono insieme decine di sigle diverse. Non basta proclamare successi travolgenti moltiplicando le foto sui social!
Quante volte questo genere di comunisti ha trovato giustificazioni più o meno valide per compromessi di ogni genere, alibi con cui mettere a tacere la propria coscienza per salvare, non dico una vita comoda, ma solo un’immagine fittizia? 
E come pretendiamo sia possibile recuperare i nostri rapporti con le classi lavoratrici se abbiamo gettato alle ortiche i nostri stessi principi etici? Come possono i lavoratori fidarsi di questo genere di comunisti?
Vi è oggi una reale incoerenza tra le intenzioni, i buoni propositi, espressi da molti compagni (o presunti tali) e il loro impegno concreto nella lotta politica; troppo spesso il  metodo non corrisponde agli intenti dichiarati; troppo spesso abbiamo visto e vediamo preferire l’apparire all’essere; contano ormai molto di più i titoli accademici o i cognomi prestigiosi rispetto al proprio impegno politico; è più facile proclamarsi eredi di un passato prestigioso, che costruire un presente nella lotta. Tutto questo non ci fa apparire molto diversi da una nobiltà presuntuosa e arrogante che non ha più ragione di esistere e merita di estinguersi, magari trovando la sua Place de la Concorde.
Sempre più spesso abbiamo persino perso l’abitudine a chiamarci “compagni”. Forse perché mentre in passato questa parola ci identificava come legati da stessi ideali, uguali principi etici e morali e disposti a sacrificare tutto per loro, oggi troppi sembrano solo dei preti che porgono l’altra guancia perché sono troppo pavidi o pusillanimi per accettare non dico il conflitto, ma nemmeno un onesto confronto politico. O perché oggi ogni divergenza, ogni opinione discorde, invece di essere affrontata nel merito, come dovrebbe essere, viene portata sul piano dello scontro personale. Così come ogni giudizio politico negativo viene trattato al pari dell’insulto.
Siamo in una stanza chiusa da trent’anni dove si sente solo aria viziata e odore di muffa. O ci decidiamo ad aprire le finestre per far entrare un po’ di aria pulita o qualcun altro lo farà al posto nostro, magari a colpi di cannone. E se resteremo sepolti dalle macerie, poco importa, non sarà poi una grande perdita.
A questo punto dell’impresa l’unico processo aggregativo per cui valga veramente la pena battersi è quello fra pensiero e azione per ristabilire sul piano dell’etica il principio a cui dovrebbero ispirarsi tutti i comunisti: si è ciò che si fa e non ciò che si dice di essere o di voler fare o che si scrive sui social!

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