Veniamo da lontano e andiamo lontano…

di Mario Ori, Segretario della Federazione PCdI di Modena

Hammer-and-Sickle-5L’Italia, dopo avere conosciuto il più forte (nonché uno dei più originali, innovativi e fertili) partito comunista d’occidente, lo ha visto poi “suicidarsi” e successivamente, in poco più di vent’anni da quel “suicidio”, ha visto definirsi ed imporsi un quadro politico nel quale la sinistra è pressoché annientata: qui dunque più che in altri paesi si ha la necessità di ricostituire una fiducia nell’avvenire. 

Non che non vi siano sensibilità anche diffuse che con maggior o minor ragione si autodefiniscono di “sinistra”. Da anni però sono frammentate e litigiose, e di fatto politicamente irrilevanti, prese a estemporanei progetti (ne abbiamo viste d’ogni, e tutti abbiamo la nostra parte di “peccati” da farci perdonare, dai “girotondi” a “Rivoluzione Civile”), ed oggi affascinate da modelli importati (Die Linke, Siryza, Podemos, …), e soprattutto troppo spesso caratterizzate da malcelate ma evidenti pulsioni personalistiche.

Quel ch’è peggio, tante, troppe soggettività della “sinistra” italiana sono pressoché totalmente prive, al di là di dichiarazioni di principio e/o parole d’ordine, di una organica, credibile e (soprattutto) autonoma e non subalterna chiave di analisi della realtà (e conseguentemente di una credibile proposta politica).

Ecco perché diventa fondamentale riprendere il filo interrotto della soggettività comunista in Italia. “Comunista” non solo nelle autodefinizioni ma nell’oggettività delle analisi e delle scelte. Costruire un partito comunista è l’unico modo per dare vita ad un soggetto di sinistra coerente, organico, con una visione non dogmatica ma ideologicamente robusta, per superare definitivamente un ventennio e più di improvvisazioni, estemporaneità, e soprattutto di progressiva omologazione politico-culturale.

Non è una operazione semplice. Credo che il gesto anche (non solo, ma anche) simbolico che abbiamo assunto, di dichiarare superata l’esperienza del Partito dei Comunisti Italiani e dar vita a una compagine diversa, rappresenta un passo importante: non sufficiente, e soprattutto non è il punto di arrivo, piuttosto un salto di qualità, una accelerazione rilevante.

Affrontare una simile sfida richiede una grande consapevolezza. Ed alcuni assunti di fondo che è bene chiarire sin dall’inizio.

Un primo punto fondante consiste nel rapporto tra il (nuovo) partito comunista che vogliamo creare, oggi, in Italia, e la storia e la elaborazione del (defunto) PCI. Chiarendo in anticipo che siamo consapevoli che il nuovo partito non sarà, né potrebbe essere, in alcun modo la “resurrezione” del PCI: peraltro porsi ciò quale obiettivo sarebbe un errore enorme, con potenziali esiti fatali al progetto medesimo. Il PCI ha concluso la sua vicenda, male sinché vogliamo, ma la ha conclusa; e la storia non inverte mai la sua direzione. Per assurdo, inoltre, ricreare il PCI vorrebbe dire ricreare le condizioni, o perlomeno quelle “soggettive”, della sua implosione.

Ciò detto, è altrettanto innegabile che un nuovo partito comunista, in Italia, non potrà non fare i conti con l’INTERA tradizione del PCI, e soprattutto con quella parte della storia di quel partito che va dalla “svolta di Salerno” del 1944 sino alla “Bolognina”.

In questa direzione trovo miopi e finanche dannosi gli approcci che si fondano su demarcazioni e distinguo netti, talvolta persino sottili, e quasi sempre speciosi, erigendo steccati rigidi tra esponenti, impostazioni ed elaborazioni. Non ha alcuna validità né significato, per l’ieri ed ancor più per l’oggi, attribuire patenti di “autentiticità” agli uni e di “revisionismo” (o peggio) agli altri. Quante volte ci si imbatte in affermazioni (del tutto estemporanee, peraltro) del tipo “Togliatti non doveva abbandonare la prospettiva rivoluzionaria…”, “Berlinguer ha socialdemocratizzato il partito…”, o simili? Tutti approcci da rigettare ab initio in quanto metterebbero subito irrisolvibili ipoteche sull’azione e sulla elaborazione del nuovo partito comunista.

Non che tutto ciò che il PCI ha prodotto sia un verbo rivelato immodificabile: l’adesione a quella tradizione deve fondarsi su un approccio laico e critico, ma essa va assunta e rivendicata in toto, nel suo insieme e nelle sue diverse articolazioni. Ne fanno parte a pieno titolo tanto Pietro Secchia quanto Giorgio Amendola, Umberto Terracini come Giancarlo Pajetta, Pietro Ingrao come Gerardo Chiaromonte, e tutti gli altri. Ci sono stati certamente anche personaggi che volutamente od oggettivamente hanno operato “per il nemico”, ma al di là di singoli episodi, di quel partito dobbiamo raccogliere intera l’eredità, nella complessità di un soggetto collettivo che conosceva un dibattito interno ampio, anche aspro, ma che non ha pressoché mai visto la cristallizzazione di correnti o fazioni (quelle che oggi si vuole ingentilire nascondendole dietro associazioni, fondazioni, istituti culturali…; quelle, soprattutto, che hanno il sopravvento quando il primato delle idee cede di fronte al primato delle persone).

Le idee, appunto, sono il primo e fondamentale patrimonio che quel partito ci ha lasciato. Dobbiamo cogliere e studiare tutte le proposte, le innovazioni, le proposte avanzate: dal partito nuovo di Togliatti al fermento attorno al XX congresso del PCUS e all’invasione dell’Ungheria; dalla sia pur moderata presa di distanza dall’URSS in occasione dell’intervento in Cecoslovacchia sino alla proposta dell’eurocomunismo; dalla strategia del compromesso storico alla denuncia della questione morale. Tutte quelle idee e riflessioni vanno analizzate e ripensate criticamente, senza categorie di preventiva adesione o condanna, e vanno indagate per quello che sono e per quello che intendevano essere, cercando di distiguere tra intuizioni strategiche e ripiegamenti tattici (a volte molto infelici). Esse vanno utilizzate come stimolo alla ripresa della riflessione, di quella azione di studio e di elaborazione che la sinistra in Italia ha rapidamente abbandonato a seguito della fine del PCI.

Personalmente ritengo importante un punto cruciale: la più rilevante peculiarità del PCI, che ne fece il più forte (ed uno dei più produttivi ed originali nella elaborazione) partito comunista d’occidente, e che lo portò negli anni ’70 dello scorso secolo a non essere solo per pochissimo il primo partito per consenso elettorale, nonché a mantenere un numero di aderenti sempre molto ampio (superiore al milione anche negli ultimi anni quando gli altri partiti di massa italiani evidenziavano una profonda crisi), fu la sua capacità di essere e rimanere sempre a tutti gli effetti un partito comunista, mantenendo indiscusso l’obiettivo del superamento del capitalismo, ed al contempo di occupare lo “spazio politico” che in altri paesi occidentali era coperto dalla socialdemocrazia. Il che portava ad una ricerca teorica (e ad una prassi) che puntava a recuperare criticamente il meglio della tradizione di pensiero socialdemocratica, senza diventarne succube (quando il discrimine comunista è venuto meno, a seguito della c.d. “Bolognina”, ampia parte di esponenti del PCI ha assunto – anche molto rapidamente – posizioni non solo socialdemocratiche quanto addirittura liberaldemocratiche, come constatiamo quotidianamente). Questo e non altro era il significato più pieno della “terza via” (a prescindere da tutte le banalizzazioni intervenute, comprese le più recenti di D’Alema…).

Sono convinto che quella capacità di ricerca tesa alla elaborazione di una sintesi avanzata sia stata uno dei perni sul quale il PCI costruì la propria forza. Così delineato e strutturato il PCI riuscì sino alla fine a rappresentare una efficace sponda politica del movimento dei lavoratori (dando peraltro al sindacato un terreno nel quale poteva facilmente agire senza limitarsi alla concertazione, come purtroppo avvenne dopo la fine del PCI). E così delineato e strutturato il PCI apparve sempre alla borghesia un reale pericolo, molto più reale di tanti altri movimenti e “partiti” di “stretta osservanza comunista”. Giovanni Agnelli, fine osservatore politico (e sicuramente robusto difensore dell’”ordine capitalista”), teorizzò sin dagli anni 70 che “per fare una politica di destra occorre un governo di sinistra”: in quegli anni non a caso nacque “la Repubblica”, che si presentava come voce della “sinistra moderna e occidentale”, di fatto organo e motore di una operazione che in poco più di 30 anni ha cercato di cancellare anche la memoria di quel PCI. Ma se, per fortuna, l’operazione non è riuscita completamente sotto quest’ultimo aspetto, è riuscita ad oggi a espungere dal quadro parlamentare, se non la sinistra tout court, quantomeno la questione del lavoro – ovvero la sinistra di classe -, e ad omologare il nostro quadro politico-istituzionale a quello delle più conservatrici “democrazie” borghesi.

Ovvero a determinare quella situazione di “emergenza democratica” sulla quale da mesi richiamiamo (con scarso successo, purtroppo, anche se i segnali di disaffezione crescente sono una risposta “sui generis”) l’attenzione degli italiani.

Un’altra rilevante questione verso la quale lo studio della storia del PCI può venirci in aiuto riguarda la sua stessa fine. Credo infatti che occorra uno sforzo specifico di analisi per identificare gli elementi e le condizioni che hanno condotto al decadimento del PCI e quindi alla Bolognina. Per non ripetere errori analoghi, e non solo.

In tal senso personalmente ritengo utile approfondire due aspetti.

Il primo riguarda la “forma partito”: la struttura gerarchica; le modalità di formazione dei militanti e di selezione dei quadri e dei dirigenti; le modalità di conferimento della delega e le modalità di revoca della medesima; nonché la traduzione pratica del centralismo democratico nel suo significato più proprio (ricerca e costruzione della sintesi e disciplina di partito). Operando con l’obiettivo, da una parte, di evitare o almeno limitare quanto più possibile i fenomeni di carrierismo, la cristallizzazione di posizioni strumentali, le tendenze al personalismo ed al leaderismo, senza con ciò rallentare il lavoro degli organi dirigenti del partito né inficiare la profondità e la rapidità di intervento; dall’altra, di non far mai venire meno la fattualità della partecipazione degli iscritti tutti – e dunque la efficacia del “controllo” che gli iscritti devono mantenere sempre sul partito. Ovvero mantenendo sempre al partito la sua caratteristica di soggetto collettivo e di intellettuale collettivo, nei fatti e non solo nelle enunciazioni.

Facendo ricorso ai miei (ma penso non solo miei) ricordi, a posteriori posso infatti riconoscere tra i primi sintomi di disgregazione del PCI (particolarmente in zone, come qui in Emilia, dove il PCI permeava largamente la società e deteneva un potere reale):

– l’eccesso di ricorso alla cooptazione come metodo di formazione (e riproduzione!) degli organi dirigenti, e la connessa tendenza dei “dirigenti” a configurarsi in gruppo autonomo, slegato dalla base, autoreferenziale;

– quella appunto autoreferenzialità che mi appare ben chiara quando ripenso a quei “dirigenti” che si disinteressavano sempre più della vita reale delle sezioni, sino a presentarsi agli attivi ed alle assemblee non più per ascoltare e confrontarsi, ma…. con le conclusioni del dibattito già redatte!

Il secondo aspetto, non disgiunto dal precedente, riguarda i rapporti con le realtà sociali. Un partito comunista non può non mantenere ampi e ramificati contatti con tante e diverse espressioni sociali, culturali ed economiche. Contatti che sono per certi versi il “terreno di coltura” del partito medesimo, sono la trama nella quale va’ sviluppata l’egemonia nel senso gramsciano del termine. Ma in diversi territori d’Italia, all’ombra, diciamo così, di queste ramificazioni, si venne a costituire – pur senza mai ammetterlo apertamente – un vero e proprio “sistema di potere” che permeava parte degli organismi dirigenti (quegli stessi, come sopra scrivevo, ogni giorno di più slegati dalla base), mentre restava ampiamente oscuro agli occhi della gran parte dei militanti, ai quali, per gli aspetti inevitabilmente evidenti, veniva giustificato come “approfondimento” delle relazioni necessarie al partito stesso…

Che questo “sistema di potere” non fosse parte organica del partito è dimostrato dal fatto che il sistema stesso è sopravvissuto, anzi si è approfondito e maggiormente radicato e ramificato, successivamente alla fine del PCI; inasprendo per molti aspetti le proprie caratteristiche, proprio perché venuto meno lo schermo delle finalità “ideali e politiche”.

Peraltro tale sistema non aveva realmente una profonda utilità per l’attività del partito, era piuttosto terreno di occupazione di quel “ceto” di dirigenti autoreferenziale e distaccato dalla base. Io ho l’impressione che ampia parte della spinta verso il “superamento” del PCI sia provenuto proprio da quel “ceto” e dal fitto intreccio di relazioni che questi intrattenevano apparentemente per conto del partito, in realtà a proprio beneficio. Dunque la disciplina di partito, e soprattutto l’emersione della “questione morale”, tendevano a configurarsi per questo “ceto” come un ingombro, se non addirittura una minaccia.

Per certi versi, inoltre, quell’intreccio nefasto andava indebolendo le capacità di (reale e “popolare”) autofinanziamento del partito: dal momento che erano più cospicue le risorse che potevano fornire pochi e specifici soggetti rispetto a ciò che entrava, ad esempio, dalle sottoscrizioni e dalla diffusione militante de l’Unità. O, altro esempio, nelle feste del partito erano maggiori le entrate degli “sponsor” cui si permise di trasformare le feste medesime in esposizioni commerciali, rispetto a quanto rimaneva a seguito dell’attività dei volontari nelle cucine e negli spettacoli…..

Ma i favori si pagano… e son convinto che quello descritto in queste ultime righe sia stato un aspetto importante della “destrutturazione” del partito.

Concludo qui, per il momento, le mie riflessioni, proponendole a compagni e compagne come elemento di analisi e di progetto, affinché nell’azione di ricostruzione di un serio e vero Partito Comunista non si finisca con il riprodurre anche i “germi” della “Bolognina”!