Tutto il resto è noia

di Fabio Nobile | da partizan.it

olimpiadi muralesRiceviamo dal compagno Fabio Nobile, della segreteria nazionale PdCI, e pubblichiamo come contributo alla discussione sulle prospettive dei comunisti in Italia

Il fondo del Corriere della Sera del 5 novembre scorso, a firma Alesina-Giavazzi, indica – con la perentorietà propria dei «padroni del vapore» – come la frazione dominante del capitale transnazionale intenda governare quel Fiscal Compact, che tra poco tempo inizierà ad essere operativo. Il titolo dell’articolo non lascia spazio ad interpretazioni: «Forza vendete». Eni, Finmeccanica e tutto il patrimonio pubblico deve essere svenduto sul mercato: privatizzare il sistema Italia, procedendo alla contestuale riduzione della spesa sociale, è l’imperativo di fase. I litigi e i presunti scontri in seno alla maggioranza del governo Letta – esemplificativo in tal senso lo scherzo di cui è stato vittima Luigi Zanda alla trasmissione «la Zanzara» – lasciano il tempo che trovano. Siderale è ormai la distanza che divide la società reale, e la sua sofferenza, e questo perverso moloch di lobby che governa il paese. Alla crisi delle istituzioni rappresentative nate con la Resistenza si tenta di rispondere, sul breve periodo, con leggi elettorali concepite per restringere ulteriormente l’agibilità democratica, sul lungo, con il presidenzialismo.

Una legge elettorale che si avvicinasse ad una logica di proporzionalità imporrebbe alle forze politiche di raccogliere anche a livello istituzionale la domanda sociale, viceversa un sistema strettamente legato ad una logica di “governabilità” non può che escludere e silenziare tale domanda. Paesi strategici come l’Italia, secondo questo disegno, dovrebbero quindi accettare la fine dello stato sociale e la conseguente neutralizzazione del dettato costituzionale.

La crisi che attraversa il movimento comunista e la sinistra italiana agevola il disegno perseguito dai cosiddetti «moderati», che a loro volta, tuttavia, continuano a tenere aperte quelle ipotesi reazionarie che covano nella pancia di una società sempre più sofferente. Le mobilitazioni di ottobre evidenziano delle potenzialità che oggettivamente si fa fatica a cogliere: esse sono, allo stesso tempo, lo specchio di una situazione che trova nella frammentazione la sua più grande debolezza. Ad oggi, le varie piazze riempite in quei giorni non hanno tra loro canali di comunicazione: la frammentazione è un dato, pertanto, da cui non si può prescindere. Grande è il bisogno di una soggettività politica in grado di aprire questi canali, presupposto indispensabile per un lavoro di unificazione delle lotte sociali e politiche. Occorre lavorare per rendere percettibili quegli elementi comuni e convergenti di coscienza che hanno spinto migliaia di persone ad essere in piazza: in questo senso credo sia importante domandarsi se sia possibile difendere la Costituzione nata dalla Resistenza senza mettere radicalmente in discussione l’Europa della BCE. Definire quindi il profilo politico e la relativa proposta di fase è funzionale a quell’opera ricompositiva di cui si avverte, diffusamente, la necessità.

Nell’ottica di un percorso di ricostruzione soggettiva dei comunisti guardo con grande rispetto al congresso del Prc: al riguardo mi auguro che quel partito sia in grado di rigenerare unitariamente energie utili a tutti. Un ulteriore indebolimento di quell’organizzazione, per lucrare magari qualche militante, non credo sia auspicabile. Di converso un’azione unitaria nei confronti di quelle organizzazioni vicine, prima di tutte il PdCI, e di quelle migliaia di militanti oggi a casa, potrebbe innescare delle energie tali da rilanciare una prospettiva. Non cogliere la distanza e la perdita di credibilità che a livello di massa oggi hanno le organizzazioni comuniste principali e non rendersi conto della necessità di un salto di qualità nelle proprie scelte, le condannerebbe invece alla marginalità. Per questa ragione resto convinto che un processo di unificazione/superamento dei due principali partiti comunisti (PdCI-Prc) sarebbe salutare. Nel merito credo, infatti, che la questione del Pd non può e non deve rappresentare un ostacolo a tale processo. Continuare a dividerci su un’opzione che non è in campo, e che in alcuna maniera può esser presa in considerazione, è puro autolesionismo. I temi su cui credo bisogna ragionare per costruire un terreno convergente sono la crisi e la sua natura, il quadro internazionale, l’Europa, la questione sindacale, l’insediamento sociale e politico nelle metropoli, la chiarificazione degli obiettivi intermedi nella lotta per il socialismo, l’approfondimento di un’analisi di fase che superi oggettivamente l’ultima strategia compiuta di cui si sono dotati i comunisti in Italia: la via italiana al socialismo.

Discutendo e provando a sciogliere tali nodi si può costruire un Partito comunista del XXI secolo e mettere in campo un percorso che metta insieme, all’interno di un Fronte, le forze che oggi si pongono in alternativa alle politiche d’austerity. Il Pd con tutto ciò non c’entra più nulla, sta dall’altra parte. E’ inutile ormai perdere tempo a discuterne, se si vuole invece parlare alla sua base di massa bisogna mettere in campo una credibile e rinnovata opzione politica di classe. Tutto il resto è noia.