Sull’organizzazione del partito comunista

di Giorgio Raccichini, PdCI Federazione di Fermo

creativewallpapersickleRiceviamo e pubblichiamo come contributo alla discussione

In vista del secondo incontro di formazione organizzato dal PdCI delle Marche, concernente il tema dell’organizzazione del partito comunista, permettetemi di fornire un piccolo contributo.

Veniamo da due decenni di progressivo fallimento dei partiti comunisti in Italia, che non può essere spiegato solo dai problemi di linea politica, ma è legato anche ad una scarsa attenzione rivolta alla questione organizzativa.

Mi pare evidente che i problemi di linea politica possono essere superati in presenza di un’organizzazione partitica adeguata, mentre il più giusto dei programmi politici rischia di rimanere un semplice pezzo di carta, se non viene supportato da una capacità del partito di mobilitare al meglio tutte le proprie forze per la sua realizzazione.


Le forme organizzative del partito possono variare a seconda dei contesti e degli obiettivi da raggiungere, ma tre principi vanno tenacemente difesi: il centralismo democratico, la composizione di classe del partito, la formazione dei quadri dirigenti.

Innanzitutto va difeso il principio del centralismo democratico, che la cultura del Partito della Rifondazione Comunista ha negato, creando molta confusione nelle nuove generazioni che si sono in questi anni avvicinate al pensiero comunista. Il centralismo democratico è stato confuso con la negazione della democrazia interna, con la dittatura degli organismi dirigenti, con il burocratismo. Il risultato è stato il ritorno a vecchissime concezioni organizzative, che rimandano alla Seconda Internazionale e alla socialdemocrazia e negano, in sostanza, l’elaborazione dei grandi dirigenti comunisti dell’epoca della Terza Internazionale, a partire da Lenin e Stalin, da cui dipendono, nel nostro paese, i contributi fondamentali e originali di Gramsci e Pietro Secchia. La guerra per bande correntizia, che impedisce il pieno utilizzo di tutte le forze per la realizzazione della linea politica e impone strane alchimie nella composizione dei gruppi dirigenti, ne è stato il frutto deleterio.

Il centralismo democratico è la più matura forma di democrazia all’interno di un partito, perché impedisce che la discussione democratica sfoci in un eterno scontro verbale, il quale finirebbe per paralizzare il lavoro concreto. Si discute ampiamente e perfino duramente, ma alla fine si deve non solo accettare, ma anche lavorare per l’applicazione della linea politica emersa dalla discussione democratica. La disciplina esalta il momento democratico, il quale sarebbe mortificato dagli odi di fazione determinati dalle cristallizzazioni di correnti interne al partito. Tra l’altro la disciplina non impedisce, ma impone la continua verifica e la discussione dei risultati della linea politica e quindi la continua ricerca di aggiustamenti.

Il centralismo democratico rimanda alla natura di classe del partito comunista, avanguardia della classe operaia e delle masse lavoratrici salariate.

In un partito borghese di massa la divisione in correnti è la norma poiché, essendo interclassiste la sua base sociale e la sua composizione interna, vi si scontrano gli interessi di classi sociali tra loro differenti. Naturalmente le alchimie correntizie di questi partiti sono tali da determinare rapporti di forza interni estremamente favorevoli alla grande borghesia; tuttavia anche quest’ultima, sebbene sia unita nello scontro di classe contro i lavoratori, si presenta percorsa da divisioni determinate da specifici interessi economici.

Le classi lavoratrici, invece, sebbene non esenti da contraddizioni interne, aggravate negli ultimi decenni da una ristrutturazione capitalistica incentrata sull’estrema precarizzazione del lavoro e sulle delocalizzazioni, non hanno interessi fondamentalmente divergenti, poiché aspirano a condizioni di vita migliori, ad un lavoro dignitoso che possa garantire un’esistenza degna di essere vissuta. Il partito comunista non può che rappresentare nella sua organizzazione l’unità degli interessi delle classi lavoratrici, che possono contrastare il potere economico e politico-militare della borghesia dominante solo attraverso la massima compattezza organizzativa e politico-ideologica.

Il partito comunista deve trarre linfa vitale dai lavoratori e quindi deve assumere un’organizzazione consona alle modalità in cui si manifesta la contraddizione capitale-lavoro.

Di fronte a noi abbiamo un attacco senza precedenti, ad opera dei gruppi monopolisti transnazionali e dei loro referenti politici, ai diritti dei lavoratori acquisiti in decenni di dure lotte finalizzate all’applicazione della Costituzione antifascista; settori importanti della piccola e perfino della media borghesia sono entrati in una fase di drammatico impoverimento economico, di precarizzazione e di vera e propria proletarizzazione; il potere d’acquisto degli impiegati statali peggiora progressivamente; i giovani diplomati o laureati difficilmente accedono, sempre che riescano a trovare lavoro, ad un’occupazione consona alla loro preparazione culturale. Il malcontento, legato all’aumento della povertà e del disagio socio-economico e, in generale, all’impossibilità di realizzare un progetto di vita, tende ad assumere forme di ribellismo e di populismo piccolo-borghesi prive di prospettive, che finiscono per rafforzare il progetto egemonico della grande borghesia monopolista.

La mancanza di un forte partito comunista organizzato e, conseguentemente, l’assenza di una sinistra di classe sono i fattori principali che impediscono di dare uno sbocco progressivo alla crisi socio-economica, fondato su una programmazione statale dell’economia aperta alla partecipazione dei lavoratori e sull’affermazione dei diritti sanciti della Costituzione.

I comunisti italiani hanno il compito di creare un partito adeguato, sia quantitativamente che qualitativamente, ad affrontare le immani sfide del presente e del futuro, ma non possono farlo se non recuperano una lettura di classe della società, non radicano la propria organizzazione laddove è più forte il conflitto tra capitale e lavoro, non rilanciano la prospettiva della costruzione del socialismo e non realizzano un’organizzazione compatta e disciplinata.

Un compagno del CC del PdCI, Erman Dovis, ha recentemente scritto una riflessione estremamente lucida e giusta: “Nell’attuale epoca di crisi del capitalismo, la classe monopolista rastrella ferocemente denaro andando a colpire categorie che fino a ieri erano considerate privilegiate: piccola e media imprenditoria, commercianti, lavoratori intellettuali. È nell’interesse generale lottare contro il potere della classe monopolista e contro le multinazionali, contro i grandi padroni che posseggono le banche ed i grandi gruppi finanziari, che determinano le attuali politiche antioperaie e antipopolari, che spingono il continente verso devastanti guerre interstatuali. Perché è quello che accadrà. L’unità della classe operaia e dei lavoratori è la risposta alla frammentazione delle lotte, che è scientificamente imposta, così come funzionali ai monopolisti sono le divisioni sindacali. Esistono le condizioni per rompere l’isolamento e creare un grande movimento di massa, un ampio fronte democratico antimonopolista diretto dalla classe operaia”.

Va quindi studiato il modo di ricostituire un’organizzazione comunista radicata nei luoghi di lavoro; è un obiettivo più che mai fondamentale, perché solo in questo modo i comunisti possono contrastare le divisioni del mondo del lavoro salariato imposte coscientemente dai detentori del capitale, le quali finiscono, se vengono lasciate a sé stesse, per diventare conflittuali e dannose per tutti i lavoratori.

Nel momento in cui il malcontento e il disagio creano un ampio serbatoio di possibili militanti, che porterebbero nel partito un’insofferenza di fondo alla disciplina legata alla visione piccolo-borghese dominante nelle masse, i comunisti non devono assecondare lo spontaneismo e l’assenza di disciplina, ma devono educare al principio del centralismo democratico e allo stesso tempo curare sistematicamente la formazione politico-ideologica e organizzativa dei quadri dirigenti di ogni livello. Se ciò non avverrà, il partito sarà privo di una prospettiva di ampio respiro, condannato ad una navigazione di piccolo cabotaggio, nella quale si consumeranno contrasti e divisioni connessi a questioni futili, ad insensati protagonismi, all’occupazione di qualche poltrona istituzionale. Sarà in definitiva staccato dalle masse lavoratrici e destinato a fallire miseramente.