Sinistra e comunisti. L’unità necessaria per resistere, innovare e vincere

bandierarossa tramontodi Francesco Maringiò

1. Trovo molto convincente l’analisi del voto europeo fatta da Samir Amin (link) il quale, sostanzialmente, mette in evidenza come questo passaggio abbia reso evidente l’ostilità a “questa” Europa da parte della maggioranza dei cittadini dell’Unione. Ciò è riscontrabile non solo nel voto dato alle così dette formazioni euroscettiche, quanto soprattutto tenendo conto dell’altissimo livello di astensione (il più alto di sempre, con punte all’Est del 70%). Ma la distanza da “questa” Europa non si traduce necessariamente nella consapevolezza della necessità di “un’altra” Europa. Le stesse forze della sinistra radicale (pur in un contesto di crescita, che va valorizzato) non raccolgono un consenso così amplio come potrebbero, proprio per quella «mancanza di audaca – scrive S. Amin – nella critica all’UE e per l’ambiguità nella proposta politica che contribuisce all’illusione della “riformabilità” del sistema».

Ovviamente questo sguardo d’insieme deve essere modulato ed affinato per ciascun paese e forza politica, eppure si rivela estremamente utile per la disamina del contesto italiano.

2. Le vicende che hanno portato alla costruzione della Lista Tsipras e del suo risultato elettorale sono note ai più. Inclusa la primogenitura della stessa, sia dal punto di vista politico che nella costruzione della lista. I limiti che intravedo nel progetto sono molto profondi e tuttavia ho condiviso pienamente la scelta del Partito dei Comunisti Italiani di praticare una propria campagna elettorale autonoma sui contenuti politici e programmatici, invitando gli elementi più avanzati della Lista stessa a confrontarsi con la nostra piattaforma. Ancora una volta, autonomia ed unità, sono il binomio che orienta la nostra azione.

Allo stato delle cose archivierei la polemica sulla esclusione dei candidati del PdCI dalla Lista stessa, invitando però tutti quanti ad un’approfondita riflessione sul perché di quella esclusione (che, è bene non tacere, è stata possibile solo grazie alla complicità di diversi soggetti). Mi preme però fare solo una piccola osservazione: non è la prima volta che, un fatto del genere, accade. Già nel 2008, quando si presentò alle elezioni la lista unitaria “La Sinistra L’Arcobaleno”, si registrò un fatto analogo. I dominus della lista imposero un contrassegno elettorale (per la prima volta dal dopoguerra) senza il simbolo storico dei comunisti ed imposero questa scelta anche al PdCI, pena la sua esclusione dalla lista. Cosa, questa, riservata ad una minoranza interna del Prc che aveva promosso una battaglia politica in nome dell’autonomia comunista ed un appello per l’inserimento della Falce e Martello nel contrassegno elettorale. Non traggo alcuna conclusione definitiva, ma mi sia permesso un rilievo statistico: ogniqualvolta alle elezioni si presenta una coalizione elettorale che, per sua stessa ammissione, è il prodromo della costruzione di “un nuovo soggetto unitario della sinistra” i comunisti che pretendono di conservare la propria autonomia strategica e la propria organizzazione, vengono estromessi dalle liste elettorali. È accaduto con la Sinistra Arcobaleno (di questo “nuovo” partito erano state addirittura stampate le tessere in piena campagna elettorale) e si è ripetuto con la Lista Tsipras, viatico per la costruzione della “Syriza italiana”.

3. Ma le osservazioni di Samir Amin, prima richiamate, ci possono essere utili soprattutto per decodificare il dibattito che sta spaccando la Lista Tsipras (e, di riflesso i partiti coinvolti: Prc e Sel), attorno alla vicenda dell’accettazione da parte di Barbara Spinelli del seggio di Bruxelles. Qui il tema non è, come banalmente appare, di natura morale, in riferimento alla credibilità o meno delle affermazioni della “garante” della lista. Il tema è tutto politico ed attiene alla natura vera della Lista (e, almeno in parte, dei suoi mentori greci). L’appello di Alexis Tsipras affinché la Spinelli accetti di essere eletta è parte integrante di una strategia che punta, in accordo con il Partito Socialista Europeo, a farla diventare vicepresidente del Parlamento. A fronte della possibilità per il Gue/Ngl e la sinistra all’europarlamento di eleggere un proprio rappresentate come vicepresidente dell’assemblea, non sarebbe forse meglio individuare una figura espressione delle lotte sociali che in questi anni si sono opposti alle politiche di austerity e all’Ue? Questa operazione disvela perfettamente la natura ambigua della Lista ed il suo profilo federalista e di compatibilità sistemica con l’Ue e mette in mostra il terreno vero sul quale si muove la lista (in Italia) e Syriza (in Grecia). Del resto lo stesso Tsipras ha molto sponsorizzato questo legame con la Spinelli e gli altri, essenzialmente -questa la mia valutazione- per l’esigenza di accreditarsi presso alcuni settori dell’establishment internazionale, come viatico per la sua elezione a premier in Grecia (non è un mistero, per fare solo un esempio, che Spinelli -padre e figlia- abbiamo più volte preso parte alle riunioni del Bilderberg Club). Ed è inutile che qui mi attardi a spiegare le preoccupazioni sulla natura strategica di questa operazione che rischia di polarizzare -ed in prospettiva spaccare- il Gue/Ngl. La linea di Sel di stare «nella terra di mezzo, con Tsipras ma non contro Schulz» ricorda paurosamente il PCI post 18º Congresso che rompe il gruppo comunista europeo per formare la Sinistra Unitaria Europea, a metà strada col PSE.

In questo quadro, la sottoscrizione da parte di alcuni candidati della Lista Tsipras -che qui vorrei ringraziare- del documento presentato dal Pdci, acquisisce una valenza e mostra un’articolazione di posizioni che è molto importante.

4. Dopo decenni di diaspora e scomposizione sociale e politica è illusorio pensare che processi unitari possano nascere e giungere a maturazione in poco tempo. Ed è ancora più illusorio pensare che si inverta la rotta senza un progetto generale di radicamento sociale di massa, un’inchiesta approfondita sui cambiamenti strutturali della composizione di classe di questo paese ed una strategia che unifichi le analisi e le pratiche di lotta e che contribuisca alla crescita di coscienza e mobilitazione delle nuove generazioni affinché, nell’impegno e nelle battaglie politiche, sociali e culturali, possano riscoprire l’entusiasmo e la forza di lottare per cambiare la loro vita ed il loro futuro.

Pertanto, qualsiasi esperimento elettorale dia visibilità a contenuti avanzati ed entusiasmo è importante, ma affatto risolutivo dell’enorme lavoro che abbiamo davanti.

Io credo che, nell’intreccio tra la necessità della ricostruzione di un fronte della sinistra sociale e politico di classe e la ricostruzione di un partito comunista (unificato e rigenerato nelle idee, nelle pratiche e nel lavoro politico) ci sia bisogno di uno scarto innovativo. Non basta, cioè, proporre l’unità sic et simpliciter.

Senza un’alzata d’ingegno ed uno scarto innovativo, rischiamo di riprodurre parte della discussione che abbiamo già fatto negli ultimi anni, senza avanzare concretamente sul terreno dell’unità. Mi auguro pertanto che sin dalle prossime settimane nascano luoghi di confronto ed elaborazione collettiva e trasversale (dei comunisti e della sinistra).

Sin da subito, però, mi preme sgomberare il campo da un grosso equivoco: non si salvaguarda l’autonomia dei comunisti se, nel dibattito sull’unità a sinistra, si formulano soluzioni organizzativistiche di tipo fusionista o partitario. In questo, la proposta della costruzione della “Syriza italiana” è emblematica del problema. Chi propone queste soluzioni mette in conto la perdita di autonomia organizzativa, politica ed ideologica dei comunisti. Né può esistere un processo “a due tempi”: prima l’unità della sinistra e poi (forse) quella dei comunisti.

Unità della sinistra ed unità dei comunisti sono due processi indispensabili, complementari ma distinti. Chi cerca di confondere i piani o di anteporre il tema dell’unità della sinistra a quello della ricostruzione del Partito comunista, in realtà, persegue un disegno di diluizione e scioglimento delle forze in un calderone, per di più ideologicamente confuso ed eterogeneo, utile forse per qualche appuntamento elettorale ma totalmente incapace di rispondere a nessuna delle sfide che abbiamo davanti.